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Nonno mi spieghi…. HALLOWEEN? NO, OGNISSANTI!


NONNO, COS’È HALLOWEEN?

Una festa che arriva dagli Stati Uniti, estranea alla nostra cultura. Vi si celebrano le tenebre; la Chiesa invece festeggia i santi e ricorda i defunti

UN “CARNEVALE” CONSUMISTICO

Persi i contatti con la tradizione celtica, negli Usa e oramai anche da noi, è diventata una ricorrenza che muove grossi giri d’affari

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NONNO, TRA POCO È HALLOWEEN! I MIEI AMICI SI VESTIRANNO DA ZOMBI, DA STREGA, DA SCHELETRO E DA DIAVOLO. A ME NON PIACCIONO TANTO I MOSTRI, MA CI SARÀ UNA FESTA, E PER PARTECIPARE CREDO CHE MI TRAVESTIRÒ DA MUMMIA!

Ti correggo nipotino mio, tra poco è la festa di Ognissanti, e poi dei defunti. Sono le occasioni che Dio ci dà per ricordare i nostri cari che hanno lasciato questo mondo, e soprattutto per ricordarci che la vita è il terreno su cui si gioca la nostra partita per la santità, assieme ai tantissimi santi che ci hanno preceduto e che ci sono accanto, con cui faremo festa in Paradiso!

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SIRIA. "La via delle armi uccide il dialogo fra tutti noi siriani"

28 Agosto 2013

28 agosto 2013

di Daniele Rocchi

CONTO ALLA ROVESCIA
 
altDa Damasco, il patriarca greco-cattolico di rito melchita, Gregorios III, lancia la sua invocazione di pace: "Fermate le armi". E chiede: "Le potenze occidentali e i loro alleati perché non pensano a Ginevra 2, ai colloqui di pace invece di finanziare la guerra?"

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Otto anni di udienze generali con Benedetto XVI: Cristo al centro della nostra vita


06/03/2013

altOggi è il primo mercoledì senza udienza generale di Benedetto XVI dalla fine del suo pontificato: un appuntamento dedicato principalmente alla catechesi. Diversi gli argomenti trattati nei suoi 348 incontri del mercoledì con i fedeli, oltre 5 milioni, in quasi 8 anni di ministero petrino: dal ciclo degli apostoli e dei testimoni della fede all’Anno Paolino per arrivare alla catechesi sulla preghiera e infine all’Anno della fede.

Ripercorriamo, in questa sintesi curata da Sergio Centofanti, i momenti principali di questi appuntamenti:

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Nella sua prima udienza generale del 27 aprile 2005, Benedetto XVI spiega il perché del suo nome: un richiamo a Benedetto XV, Papa della riconciliazione, prima e durante la prima guerra mondiale, ma soprattutto a San Benedetto da Norcia, patrono del suo pontificato, “fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa” che ai suoi monaci raccomandava di non anteporre nulla a Cristo:

“All’inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a San Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza. Egli sia sempre al primo posto nei nostri pensieri e in ogni nostra attività!”. (27 aprile 2005)

Nelle udienze successive completa le catechesi sui Salmi iniziate da Giovanni Paolo II, per poi iniziare nel 2006 un nuovo ciclo sul rapporto tra Cristo e la Chiesa che continua a riflettere la luce del suo Signore nonostante i limiti e i peccati degli uomini:

“E’ pertanto del tutto inconciliabile con l’intenzione di Cristo uno slogan di moda alcuni anni fa: Gesù sì, Chiesa no! (applausi) Questo Gesù scelto in modo individualistico è un Gesù di fantasia. Non possiamo avere Gesù senza la realtà che ha creato e nella quale si comunica. E questa sua presenza nella comunità nella quale Egli stesso si dà sempre a noi, è motivo della nostra gioia. Sì, Cristo è con noi. Il Regno di Dio viene”. (15 marzo 2006)

Nel 2007, dopo aver parlato degli apostoli e dei primi testimoni della fede, inizia un ciclo di catechesi sui Padri dei primi secoli cristiani di Occidente e Oriente. Con San Clemente Romano, Papa, mostra come già nei primi secoli i cristiani chiariscano il rapporto tra Stato e Chiesa, tra Cesare e Dio. Occorre rispettare le legittime autorità ma …

“Cesare non è tutto. Emerge un’altra sovranità, la cui origine ed essenza non sono di questo mondo, ma «di lassù»: è quella della Verità, che vanta anche nei confronti dello Stato il diritto di essere ascoltata”. (7 marzo 2007)

Parlando di Sant’Agostino, uno dei Padri della Chiesa da lui più amati, ricorda che fede e ragione vanno insieme:

“Credi per comprendere: il credere apre la strada per entrare nelle porte della verità (…) ma anche, inseparabilmente, comprendi, vedi la verità per poter trovare Dio e credere”. (30 gennaio 2008)

Nel 2008 inizia le sue 20 intense catechesi su San Paolo, in occasione dell’Anno Paolino. Densa in particolare quella che richiama il Concilio di Gerusalemme e il confronto tra Pietro e Paolo ad Antiochia sulla fine dell’obbligo della circoncisione per i credenti. Un confronto dai toni forti, ma guidato sempre dallo Spirito di libertà e carità. “Una lezione – afferma Benedetto XVI - che dobbiamo imparare anche noi”:

“Con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli. Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo. E’ così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo”. (1 ottobre 2008)

Nel 2009, dopo alcuni interventi sull’Anno sacerdotale, c’è la stupenda catechesi sulle grandi cattedrali romaniche e gotiche del Medioevo. L’arte, la via della bellezza, ci porta al Mistero di Dio:

“Cari fratelli e sorelle, ci aiuti il Signore a riscoprire la via della bellezza come uno degli itinerari, forse il più attraente ed affascinante, per giungere ad incontrare ed amare Dio”. (18 novembre 2009)

Nel 2010, svolge una bellissima catechesi su San Francesco che rinnova la Chiesa non “contro il Papa” ma insieme a lui:

“Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo Mistico, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei Santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo”. (27 gennaio 2010)

Sempre nel 2010 inizia un ciclo di catechesi sulle donne cristiane, sottolineando il contributo fondamentale del genio femminile alla storia della Chiesa. Nel 2011 parla della preghiera che ci richiama al primato di Dio. Pregare – afferma – non è un optional, è essenziale per vivere. Ma è Dio stesso che misteriosamente ci attrae:

“L’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare”. (11 maggio 2011)

Nel 2012 inizia l’ultimo ciclo delle sue catechesi, dedicato all’Anno della fede, auspicando che aiuti a rinnovare l’entusiasmo di credere in Gesù:

“Si tratta dell’incontro non con un’idea o con un progetto di vita, ma con una Persona viva che trasforma in profondità noi stessi, rivelandoci la nostra vera identità di figli di Dio. L’incontro con Cristo rinnova i nostri rapporti umani, orientandoli, di giorno in giorno, a maggiore solidarietà e fraternità, nella logica dell’amore (...) è un cambiamento che coinvolge la vita, tutto noi stessi: sentimento, cuore, intelligenza, volontà, corporeità, emozioni, relazioni umane”. (17 ottobre 2012)

Il 27 febbraio scorso, l’ultima udienza generale del pontificato. Queste le sue ultime parole:

“Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!” (27 febbraio 2013)

 

 

Quaresima. È l'ora del risveglio

23 febbraio 2014
 
 
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Si avvicina il tempo della quaresima, tempo dei qua­ranta giorni precedenti la Pasqua, tempo da viver­si come penitenziale, impegnati nel rinnovamen­to della conversione, tempo che la Chiesa vive e ce­lebra dalla metà del IV secolo d.C.

La quaresima – che la Chiesa con audacia chiama 'sacramento' ( annua quadragesimalis exercitia sa­cramenti : colletta della I domenica di Quaresima), cioè realtà che si vive per partecipare al mistero – è un tempo 'forte', con­trassegnato da un intenso impegno spirituale, per radunare tut­te le energie in vista di un mutamento del nostro pensare, par­lare e operare, di un ritorno al Signore dal quale ci allontania­mo, cedendo costantemente al male che ci seduce. La prima funzione della quaresima è il risveglio della nostra coscienza: ciascuno di noi è un peccatore, cade ogni giorno in peccato e perciò deve confessarsi creatura fragile, sovente incapace di ri­spondere al Signore vivendo secondo la sua volontà.

Il cristiano non può sentirsi giusto, non può ritenersi sano, al­trimenti si impedisce l’incontro e la comunione con Gesù Cri­sto il Signore, venuto per i peccatori e per i malati, non per quan­ti si reputano non bisognosi di lui (cf. Mc 2,17 e par.). Con l’A­postolo il cristiano dovrebbe dire: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1Tm 1,15). Ecco, riconoscere il proprio peccato è il primo passo per vivere la quaresima, e i padri del deserto a ragione ammoniva­no: «Chi riconosce il proprio peccato è più grande di chi fa mi­racoli e risuscita un morto».

Il cammino quaresimale si incomincia con questa consapevo-­lezza, e perciò la Chiesa prevede il rito dell’imposizione delle ceneri sul capo, con le parole che ne esprimono il significato: «Sei un uomo che, tratto dalla terra, ritorna alla terra, dunque convertiti e credi alla buona notizia del Vangelo di Cristo!». Co­sì si vive un gesto materiale, una parola assolutamente decisi­va per la nostra identità e chiamata.

Di conseguenza, nei 40 giorni quaresimali si dovrà intensifica­re l’ascolto della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture e la preghiera; si dovrà imparare a digiunare per affermare che «l’uomo non vive di solo pane» (Dt 8,3; Mt 4,4; Lc 4,4); ci si do­vrà esercitare alla prossimità all’altro, a guardare all’altro, a di­scernere il suo bisogno, a provare sentimenti di com-passione verso di lui e ad aiutarlo con quello che si è, con la propria pre­senza innanzitutto, e con quello che si ha.

Per la quaresima di quest’anno papa Francesco ha invia­to, com’è consuetudine, un messaggio ai cattolici, ispi­randosi significativamente a un testo, anzi a un solo ver­setto densissimo di cristologia della Seconda lettera di Paolo ai Corinzi: «Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi di­ventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Anche Benedetto XVI nel messaggio quaresimale del 2008 si era lasciato ispirare dallo stesso versetto, che è davvero un’affermazione decisiva perché condensa in sé l’incarnazione del Figlio di Dio, mettendone nel contempo in risalto lo stile.

Sì, la fede della Chiesa di Corinto, fondata dall’A­postolo da pochissimi anni, confessa che Dio si è fatto uomo in Gesù, confessa che Gesù il Cristo, che era Figlio di Dio, che era Dio, al quale tutto ap­parteneva – potenza, eternità, ricchezza, gloria –, si è spogliato di tutte queste prerogative e si è dun­que fatto uomo tra di noi, uomo fragile, mortale, per essere in mezzo a noi, uno di noi, un figlio di Adamo come noi.

Ecco lo stile del nostro Dio, non di un qualsiasi Dio. Io amo dire che il nostro Dio è un «Dio al contra­rio » perché si rivela nella debolezza, nella povertà, nell’insuccesso secondo il mondo, nel servire noi anziché chie­dere il nostro servizio. Questo è scandaloso, perché noi abbia­mo l’immagine – che gli uomini sempre fabbricano e rinnova­no – di un Dio potente, che regna, che si impone. Se il nostro Dio è un «Dio al contrario» rispetto alle nostre attese monda­ne, anche suo Figlio, l’Inviato nel mondo, il Messia, è un «Mes­sia al contrario». Non è venuto nello splendore, nella gloria, nel­la straordinarietà di teofanie che abbagliano, ma nella povertà, nascendo non a caso in una stalla, come uno che non ha tro­vato un luogo in cui venire al mondo neppure in un caravanserraglio (cf. Lc 2,7).

Questo, lo sappiamo, è «lo scandalo della croce» (Gal 5,11), è ciò che lo stesso Paolo confessa nella Lettera ai Filippesi, in quell’inno che contiene il medesimo movimento: dal cielo alla terra, dalla condizione di Dio a quella mortale, da Signore a schiavo, da On­nipotente a crocifisso in una morte ignominiosa, «obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (cf. Fil 2,6-8). Citando il concilio, papa Francesco ri­corda: «Dio in Gesù ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo» ( Gaudium et spes 22).

È in questa povertà che Gesù, il Figlio di Dio, ha volu­to stare con noi, essere l’Emanuele, il Dio-con-noi (cf. Is 7,14; Mt 1,23). Questa sua povertà, che era kénosis, svuotamento, abbassamento, ha permesso a Gesù la prossimità a noi, il condividere la nostra condizione, e dunque gli ha permesso di amare nell’empatia e nel­la simpatia per noi. E così ci ha insegnato la via della fiducia, del servizio, dell’«amore fino alla fine» (cf. Gv 13,1), della compassione e del perdono. Quella po­vertà che il Messia ha assunto è diventata per noi una via di ricchezza, certo non mondana, ma una ricchezza di comunione con Dio stesso e con tutti gli uomini. In questo messaggio, dunque, papa Francesco non fa soltanto un’esortazione morale ai cristiani, ma ricorda innanzitutto la fonte di ogni azione cristiana: la fede. Dalla fede, infatti, scaturisce l’autentica carità; è conoscendo vera­mente Gesù Cristo che noi possediamo la vita per sempre (cf. Gv 17,3); è conformandoci a lui nella nostra vita, è vivendo co­me lui ha vissuto e con il suo stile che possiamo seguirlo e par­tecipare al suo Regno. Questo riguarda ciascuno di noi e ri­guarda la Chiesa tutta.

Sempre nel concilio Vaticano II si legge un passo purtroppo po­co ricordato, ma profondamente ispirato alla lettura dell’in­carnazione fatta da Paolo: «Come Cristo ha realizzato la sua o­pera di redenzione nella povertà e nelle persecuzioni, così pu­re la Chiesa è chiamata a percorrere la stessa via per comuni­care agli uomini i frutti della salvezza… e benché per eseguire la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, la Chiesa non è fatta per cercare la gloria sulla terra» ( Lumen gentium 8).

Dopo la confessione della fede, ossia il fondamento teologico, papa Francesco richiama brevemente la necessaria testimo­nianza dei cristiani. Come Dio ha voluto salvare gli uomini con la povertà, così la Chiesa e ogni cristiano devono percorrere la stessa via, perché la «ricchezza di Dio» può essere accolta e o­perare là dove c’è la povertà umana. E dove c’è la povertà uma­na – lo constatiamo ogni giorno a partire dalla conoscenza di noi stessi – là c’è anche la miseria. La povertà è la nostra condi­zione umana fragile e la miseria si insinua in essa minaccian­do fortemente l’humanitas , il nostro cammino di umanizza­zione. La povertà è la condizione in cui è possibile conoscere la beatitudine («Beati voi poveri»: Lc 5,20); la miseria è il degrado della povertà, è l’alienazione, l’oppressione e la schiavitù che in essa si può insinuare, contraddicendo la dignità e la vocazione dell’uomo.

Il nostro Dio, rivelatosi ai figli di Israele con la loro liberazione dalla schiavitù d’Egitto, è un Dio che «ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza …, guardò la loro condizione e se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Così si è rivelato Dio e così noi dobbiamo fare. Innanzitutto «ascoltare» l’altro, gli altri: ascol­tarli nel loro essere uomini e donne, fratelli e sorelle in umanità. È decisivo l’ascolto dell’altro, prima di ogni nostra scelta o com­prensione di lui: là dove c’è un uomo, una donna, io devo met­termi in ascolto. Dopo l’ascolto dell’altro, il cristiano 'ricorda' che anche lui è stato ascoltato da Dio, anzi che Dio lo ha pre­ceduto in ogni sua ricerca di comunione, e dunque deve rico­noscere la paternità di Dio che fonda nella fede la fraternità e la sororità. Ecco allora il «guardare», che non significa solo ve­dere, ma avvicinarsi e guardare l’altro negli occhi, volto contro volto, negando ogni lontananza.

Soprattutto oggi, immersi come siamo nella comunica­zione in tempo reale, ma senza incontrare nella realtà l’al­tro, dobbiamo vigilare che la prossimità sia sempre e­sercitata come un passo che decidiamo per rendere l’al­tro prossimo (cf. Lc 10,36). E infine, quando sappiamo guarda­re l’altro e discernere il suo bisogno, la sua sofferenza sempre diversa, quando riconosciamo la sua singolarità nel patire, al­lora «ci diamo pensiero», ci prendiamo cura di lui, come fa il no­stro Dio!

Così facendo, scopriremo la miseria materiale, il bisogno di ci­bo, vestito e casa, presente nell’altro; scopriremo la miseria mo­rale, l’alienazione al vizio, la degradazione delle per­sone in cammini di schiavitù, che spingono uomini e donne sulla via della morte, vittime della storia e dell’egoismo umano; scopriremo anche la miseria spirituale di chi è alienato agli idoli, non conosce u­na vita interiore, non dà senso alla propria vita. Il pa­pa ci invita dunque alla diakonía, parola del Nuovo Testamento che indica il servizio agli altri. Se il Figlio di Dio si è fatto povero per stare in mezzo a noi, per essere come noi, si è fatto anche «servo» per servir­ci, per piegarsi davanti a noi, per lavarci i piedi (cf. Gv 13,1-15): «Io sto in mezzo a voi come colui che ser­ve » (Lc 22,27), ha detto Gesù.

Questo il denso messaggio delle parole di papa Fran­cesco, che così conclude, citando ancora una volta Paolo: «Sì, noi siamo come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non possiede nulla e invece possediamo tutto» (2Cor 6,10). Se davvero tutti i cristiani cattoli­ci, sulla traccia fornita da papa Francesco, tentasse­ro con risolutezza di vivere questa quaresima, allo­ra la riforma della Chiesa che tanti aspettano e chie­dono a Francesco potrebbe muovere i primi passi. Ma si smetta di chiedere al papa di operare lui ciò che riguarda tutti noi e che dovrebbe farci mutare qual­cosa della nostra vita cristiana: dovrebbe farci ope­rare la conversione, nulla di più, nulla di meno.

Enzo Bianchi
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/QUARESIMA.aspx

 

 

Il Papa all’Angelus prega per i cristiani che soffrono per le persecuzioni religiose e invita a non lasciarsi ingannare dai 'falsi messia'

17/11/2013

altNon lasciarsi ingannare dai “falsi messia”, non lasciarsi paralizzare dalla paura e vivere il tempo dell’attesa come “tempo della testimonianza e della perseveranza”, pensando ai “tanti fratelli e sorelle cristiani” che soffrono ancora oggi per le persecuzioni religiose. È l’invito di Papa Francesco all’Angelus in Piazza San Pietro, sollecitando i fedeli a riflettere sul presente, affrontandolo “con coraggio e speranza”. Subito dopo la preghiera mariana, il Pontefice ha ricordato l’odierna “Giornata delle vittime della strada” e una simpatica iniziativa per la salute dell’anima.

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