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Rassegna stampa

La società del divertimento distrae dalla felicità

17 novembre 2013

di Giovanni Fighera

Goya,

Nell’operetta morale «Dialogo di Malambruno e Farfarello», dopo aver chiesto la felicità al demone e aver ottenuto una risposta negativa, Malambruno desidererebbe almeno togliere l’infelicità. Farfarello risponde che ciò è impossibile a meno che non smetta di volersi bene. Se ciò che ci procura tristezza è la domanda che sembra non trovare appagamento, è sufficiente smorzare la tensione del desiderio per stare, solo apparentemente, meglio. Ecco perché un assopimento dell’animo è, in generale, piacevole, perché consiste in uno stordimento della ragione, in un annebbiamento delle domande del cuore: «Il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale dell’anima. Quindi [... ] un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo procurano coll’oppio, ed è grato all’anima perché in quei momenti non è affannata dal desiderio, perché è come un riposo dal desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede» (Zibaldone).

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Rigenerare virtù capovolte

11 novembre 2013

Lessico del ben-vivere sociale / 7

C’è una legge economica e sociale tanto importante quanto dimenticata. È quella che Luigi Einaudi chiamava la «teoria del punto critico», che egli definiva «fondamentale nella scienza, sia economica sia politica» (Lezioni di politica sociale, 1944) e che attribuiva al suo conterraneo Emanuele Sella (un economista e poeta, che scrisse anche un trattato di economia "trinitaria"). L’idea è l’esistenza di una soglia invisibile ma reale, di un punto critico, appunto, superato il quale un fenomeno da positivo diventa negativo, cambiando segno o natura. La legge del punto critico potremmo oggi applicarla alla finanza, ma anche alle tasse (che quando superano una soglia finiscono per penalizzare gli onesti che le pagano).

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LA BUCCIA DELL'ILLUSIONE - G. Ravasi

 

Le illusioni cadono una dopo l'altra come la buccia di un frutto. Quel frutto è l'esperienza. Ha un sapore amaro, ma è qualcosa di aspro che riesce a fortificare.

g. ravasiTutti nella vita abbiamo addentato questo frutto aspro che si chiama esperienza: esso si rivela nel suo sapore acidulo, dopo che abbiamo tolto la buccia che forse ci appariva dorata e attraente, come accade in certi frutti tropicali. Quella scorza era l'illusione e un po' tutti dobbiamo confessare che la strada del nostro passato è lastricata di delusioni, ossia di sogni infranti.

È ciò che ci ricorda lo scrittore ottocentesco parigino Gerard de Nerval nella sua novella Angelica: la sua vita fu, infatti, romanticamente scandita da amarezze, a partire dalla perdita della madre a soli due anni, esperienza traumatica mai superata, per giungere alla morte dell'amata Jenny, un'attrice, e alla follia.

Le delusioni possono avere un duplice effetto. Da un lato, rendono più realistici, impediscono i sogni vani di gloria, le fantasticherie infondate, le chimere e i miraggi a cui ci si aggrappa per evitare di guardare in faccia la realtà spesso brutale. D'altra parte, però, il disinganno può generare anche scoraggiamento, abbattimento, inerzia e persino disperazione.

E, allora, non si devono mai coltivare illusioni? Certo, bisogna tenerle sempre sotto controllo, perché sono simili a cavalli sfrenati. Ricordiamo il monito di Machiavelli: «Non sai quanto poco bene si trova nelle cose che l'uomo desidera, rispetto a quello che ha presupposto di trovarvi?».

Eppure un pizzico di utopia, di tensione verso l'alto, di desiderio (de sideribus, «dalle stelle»!) è assolutamente necessario per poter vivere, creare, sperare. Non spegniamo, perciò, del tutto la fiamma colorata del sogno!

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/LA%20BUCCIA%20DELL%27ILLUSIONE.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

Tornare a scuola in Siria

05 settembre 2013

altQuasi 5 milioni di sfollati interni: basterebbe questo dato per ricordare che la guerra in Siria c’è già, e da lungo tempo, e ha sconvolto un Paese di 20 milioni di persone. Non c’è Stato al mondo (tranne la Colombia) che abbia un numero così grande di persone che, per motivi di sicurezza, hanno dovuto abbandonare le loro case e ripararsi in altre zone del territorio nazionale. Non sono ufficialmente rifugiati, come chi fugge all’estero, ma vivono lo stesso dramma.

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Commento al Vangelo del 11.08.2013 - Tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo

 

Vangelo

Lc 12,32-48


Anche voi tenetevi pronti.

+ Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.

Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!

Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».

Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.

Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.

Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Parola del Signore.

Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20130811.shtml

 

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Vegliate e state pronti

padre Raniero Cantalamessa

XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (12 agosto 2007)

altDopo avere, nel Vangelo di domenica scorsa, istruito i discepoli sul corretto uso delle cose, nel brano evangelico di questa domenica Gesù li esorta sul corretto uso del tempo. Siamo davanti a una serie di immagini e parabole con cui Gesù esorta alla vigilanza nell'attesa del suo ritorno. La cintura ai fianchi è la tenuta di chi è pronto per mettersi in viaggio, come gli ebrei durante la celebrazione della Pasqua in Egitto (cfr. Es 12, 11), ed è anche la tenuta da lavoro. La lucerna accesa indica uno che si appresta a passare la notte vegliando in attesa di qualcuno. Gesù illustra la necessità della vigilanza con un'altra immagine ancora, quella del ladro di notte.

Vorrei proseguire nella linea di Gesù e aggiungere anch'io un'immagine e una parabola. Si tratta dell'Inno della perla che risale alla letteratura medio-orientale del primo o secondo secolo dopo Cristo e ci è stato tramandato dall'apocrifo Atti di Tommaso. Racconta di un giovane principe inviato dal padre dall'oriente (la Mesopotamia) in Egitto a recuperare una certa perla caduta nelle mani di un crudele drago che la custodisce nella sua caverna. Giunto sul posto, il giovane si lascia sviare; mangia un cibo preparatogli con inganno dagli abitanti del luogo, che lo fa cadere in un sonno profondo e senza fine. Il padre, allarmato dal prolungarsi dell'attesa e dal silenzio, invia, come sua messaggera, un'aquila che reca una lettera scritta di suo pugno. Quando l'aquila vola sopra il giovane, la lettera del padre si tramuta in un grido che dice: "Déstati, ricòrdati chi sei, ricorda che cosa sei sceso a fare in Egitto, e da chi devi tornare!". Il principe si desta, riprende coscienza, lotta e vince il drago e, con la perla riconquistata, fa ritorno alla reggia dove è preparato per lui un grande banchetto.

Il significato religioso della parabola è trasparente. Il giovane principe è l'uomo mandato dall'oriente all'Egitto, cioè da Dio nel mondo; la perla preziosa è la sua anima immortale tenuta prigioniera dal peccato e da satana. Egli si lascia ingannare dai piaceri del mondo e sprofonda in una sorta di letargo, cioè nell'oblio di sé, di Dio, del suo destino eterno, di tutto. A ridestarlo, in questo caso, non è il bacio di un principe o di una principessa, ma è il grido di un messaggero celeste. Per i cristiani, questo messaggero inviato dal Padre è Cristo che grida all'uomo, come fa nel Vangelo di oggi, di svegliarsi, di essere vigilante, di ricordare perché è al mondo. Il grido dell'Inno della perla lo si ritrova quasi tale e quale nella lettera agli Efesini: "Svégliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ef 5, 14).

L'esortazione: "State pronti, tenetevi pronti!" non è un invito a pensare ogni momento alla morte, a passare la vita come chi sta sull'uscio di casa con la valigia in mano in attesa della corriera. Significa piuttosto "tenersi in regola". Per il proprietario di un ristorante o un commerciante, tenersi pronto non vuol dire vivere e lavorare in continuo stato di ansia, come se da un momento all'altro dovesse esserci una ispezione dei NAS. Significa non aver bisogno di preoccuparsi della cosa perché si tengono abitualmente i registri in regola e non si praticano per principio frodi alimentari. Lo stesso sul piano spirituale. Tenersi pronti significa vivere in modo da non doversi preoccupare della morte. Si narra che alla domanda: "Cosa faresti se sapessi che tra poco devi morire?", rivolta a bruciapelo a S. Luigi Gonzaga mentre stava giocando con i suoi compagni, il santo rispose: "Continuerei a giocare!" La ricetta per godere della stessa tranquillità: è vivere in grazia di Dio, senza pendenze gravi con Dio o con i fratelli.


Tratto da: http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=10368

Ultimo aggiornamento ( Sabato 10 Agosto 2013 21:22 )

 
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