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Rassegna stampa

Il Festival internazionale “Letterature 2012”


19/04/2012

altPresentato ieri a Roma il Festival internazionale “Letterature 2012”. La manifestazione, giunta all’undicesima edizione, si svolgerà nella Basilica di Massenzio a Roma dal 16 maggio al 21 giugno. Scrittori, poeti e saggisti saliranno sul palco per leggere testi inediti sul tema “semplice/complesso”. Tra le novità di quest’anno, un concorso letterario e un omaggio a Italo Calvino, come spiega la direttrice della manifestazione Maria Ida Gaeta, al microfono di Michele Raviart:

R. – Il tema del Festival di quest’anno, "semplice-complesso", è un tema calviniano: c’è sempre una relazione tra il tema e l’autore cui si rende omaggio. Però, questo omaggio sarà diverso dalle altre occasioni: non ci sarà una "serata-Calvino", bensì dieci aperture di serata – tra i tre e i quattro minuti – che saranno una nuova produzione del Festival con Luca Lagash e Antonio Cremonesi e Moleskine: sono musicisti, hanno inventato dieci canzoni ispirate a dieci romanzi di Calvino. La prima sarà “Le città invisibili”, una riscrittura in forma di canzone pop de “Le città invisibili”. E così, man mano, per ogni serata.

D. – Come si svolgeranno le serate?

R. – Le serate si apriranno tutte con questa "pillola" di Calvino. Dopo questo omaggio a Calvino, inizia la serata secondo uno schema molto tradizionale del Festival. A volte, ci sono attori che introducono gli scrittori, a volte no, e ci sarà sempre musica live. Abbiamo dato notizia solo della presenza di Michale Nyman, nella prima serata, perché ci sembrava particolarmente importante segnalarla. Gli elementi che compongono le serate sono questi.

D. – Ogni sera, ci saranno sul palco almeno due autori: come sono stati scelti gli abbianamenti?

R. – Gli abbinamenti sono anche un po’ a contrasto e spiritosi. Per esempio, sfruttando un po’ il tema del "semplice-complesso", vi saranno ad esempio Karen Swan e Franca Valeri, o Sophie Kinsella e Luisa Muraro che declinano davvero aspetti molto diversi dell’identità femminile. L’altra cosa che forse è da ricordare è che nella serata del 14 giugno, insieme a Vanessa Diffenbauch e a Jeannette Winterson, ci saranno i cinque finalisti del Premio Strega 2012, come ormai da tradizione, da qualche anno.

D. – La seconda giornata del Festival sarà dedicata alla poesia, ed è anche un omaggio ad autori passati…

R. – Torno sempre al tema “semplice-complesso”, perché poi io da lì mi muovo e costruisco le serate. Se si pensa alla complessità del pensiero e a come i poeti la declinano nella semplicità del verso, la poesia quest’anno ci voleva. Con la morte di Pagliarani, tutto sommato, è finita un’intera generazione di poeti, e allora mi piaceva segnare questo passaggio di secolo. Ho chiesto a dieci poeti italiani di leggere un poeta scomparso negli ultimi dieci anni e poi propri versi. Ci sarà anche in quella serata un poeta americano, che si chiama Robert Hass, poeta residente alla “American Accademy” di Roma, che scriverà anche lui versi inediti sul tema.

D. – Sul tema “semplice-complesso”, quest’anno ci sarà anche un concorso letterario rivolto agli spettatori...

R. – Uno dei punti di forza del Festival è sempre stato il pubblico: quest’anno, alla boa dei dieci anni, ho detto: ‘Facciamo una cosa che coinvolga direttamente il nostro pubblico’. Potranno partecipare tutti, con 1.800 parole. Basta consultare il sito www.festivaldelelletterature.it, si cerca il concorso e saranno votati i testi on-line. Accogliamo al concorso i primi cento testi, poi li rimettiamo in rete e i primi cinque saranno premiati e coinvolti un po’ nell’ultima serata del Festival.

 

Tratto da: http://www.radiovaticana.org/it1/articolo.asp?c=581330

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 20 Aprile 2012 13:59 )

 

Recensione del libro: “L’amore e le differenze psicologiche e comportamentali tra uomo e donna”

23 aprile, 2012

di Anna Paola Borrelli*
*teologa moralista e perfezionata in bioetica

altIl filo conduttore che lega l’intera trattazione vede l’immagine metaforica dell’amore come vite, sui cui tralci si innestano le differenze tra uomo e donna. E’ questa la sorgente che ha dato vita al libro e che ad ogni pagina ne fornisce la linfa e il respiro.

Solitamente prima si scrive un libro e poi lo si propone all’attenzione del pubblico, per me, invece, è stato un percorso al contrario. Tutto ha avuto origine da due relazioni che ho tenuto tre anni fa: l’una in un convegno culturale sulla famiglia, l’altra all’interno di un itinerario per coppie di fidanzati, sposi e operatori di pastorale familiare. Tra un incrocio di volti, uno scambio di emozioni e stralci di confidenze mi fu chiesto quasi all’unanimità, se potessi consegnare i fogli delle relazioni o meglio ancora se avessi raccolto tutto in un testo. L’anno successivo ripensai a quella proposta e oggi, grazie al Signore che mi ha posto nel cuore questo sogno e grazie ai partecipanti di quei due incontri, quella richiesta è diventata tangibile e il sogno reale.

E’ un libro in cui convergono psicologia, teologia, antropologia filosofica e poesia. Si parla di amore, fidanzamento e matrimonio.  Da varie angolature si desidera accompagnare il lettore sui sentieri della riflessione, su quegli stessi sentieri che mi hanno spronata e aiutata a considerare la diversità (maschile e femminile) come un “pozzo” di ricchezza, come una risorsa preziosa di cui forse troppo spesso ignoriamo l’importanza. L’uomo e la donna sono due individui in relazione, ma anche due mondi distinti per la diversa conformazione fisica, per la differente psicologia, per il modo difforme di pensare e di agire.  Eppure sono chiamati a divenire un “cuore solo”, un’”anima sola”, una “carne sola”. In questa apparente contraddizione c’è tutto un mistero che si descrive col termine “amore”. Nella coppia le differenze non sono pietre d’inciampo dalle quali fuggire, ma mattoni preziosi per costruire la comunione. Scoprirle insieme contribuisce a migliorare di gran lunga la qualità del proprio rapporto sentimentale e la comunicazione affettiva.

Il libro si snoda nei suoi vari passaggi, soffermandosi infatti sul dialogo di coppia che porta a scoprire le tecniche di comunicazione più avvincenti, i modi giusti per comunicarsi all’altro, i silenzi e le parole che tessono ogni storia d’amore. Vengono ancora passati in rassegna tutti quegli elementi che sono presenti all’interno di ogni vincolo affettivo come la stima, il rispetto, la comprensione, il perdono, il superamento delle difficoltà…. e semplici suggerimenti per la vita a due. E’ un libro che si rivolge a tutti e in modo speciale ai fidanzati e agli sposi, ma anche a chi è alla ricerca dell’amore vero. Il linguaggio è semplice e impastato di quotidianità, non lontano dal vivere comune, aleatorio, fatto di nozionismo o astrazione. E’ piuttosto un libro che ha il sapore della vita di tutti i giorni, corredato da simpatici aneddoti in cui ciascuno può ritrovarsi.


Tratto da: http://www.uccronline.it/2012/04/23/recensione-del-libro-lamore-e-le-differenze-psicologiche-e-comportamentali-tra-uomo-e-donna/

 

La bancarotta del Pil

 
INTERVISTA
 
Martha Nussbaum insegna Filosofia del diritto all’Università di Chicago. È una degli intellettuali più noti a livello planetario, almeno per quanto riguarda la riflessione filosofica. Da tempo è impegnata nel richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul valore apicale dell’uomo non solo nella speculazione teoretica ma anche nel lavoro scientifico a tutto tondo: la sua interpretazione dell’umanesimo non è infatti pura erudizione, ma assume su di sé il senso letterale del termine, per muovere una critica allo specialismo accademico.

Quest’ultimo - si perdoni la metafora - sembra una vettura che avanza spedita senza alcun conducente alla guida: consapevole di questa incongruenza, Martha Nussbaum è da tempo impegnata a favore di un nuovo paradigma che ponga l’uomo al centro dell’impresa scientifica, in concreto, al di là della asserzioni astratte. Per esempio, a partire dal problema della misurazione della ricchezza di uno Stato: è sufficiente il Pil come indicatore? Oppure si dovrebbero trovare delle modalità oggettive per verificare la capacità del sistema di rispondere ai bisogni dei cittadini e di offrire loro delle opportunità? In questi giorni esce con il Mulino la traduzione del suo ultimo libro, Creare capacità. Liberarsi della dittatura del Pil (titolo in inglese: Creating Capabilities. The Human Development Approach) specificamente dedicato a questo problema.

Professoressa Nussbaum, qual è l’attività della «Human Development and Capability Association (Hdca)», a cui ha dedicato il libro?
«Si tratta di un organismo internazionale, di carattere accademico, che ha circa 800 membri distribuiti in 80 paesi. Annualmente teniamo un meeting, organizzato sempre in un Paese diverso (quest’anno lo facciamo a Giacarta, in Indonesia); pubblichiamo una rivista scientifica, il "Journal of Human development and Capability", organizziamo una summer school e vari altri meeting minori. Hdca ha una vocazione multidisciplinare, praticando la filosofia e la pedagogia, l’economia e gli studi sullo sviluppo, le scienze politiche eccetera. L’obiettivo è quello di realizzare delle ricerche legate al paradigma dello "Sviluppo umano", non senza dare spazio agli orientamenti culturali che si collocano in altre prospettive. Uno scopo ulteriore di Hdca è quello di superare la distinzione fra gli approcci teorici e quelli pratici in materia di diritti umani e teoria dello sviluppo».

Quali sono le caratteristiche dell’«approccio delle capacità e dello sviluppo umano»?
«Lo utilizziamo per misurare il livello di sviluppo di un Paese, partendo dalla domanda: "In questo momento, le persone che ci vivono sono libere di scegliere il proprio destino? Concretamente cosa possono fare?". Inoltre focalizziamo la nostra attenzione sulle specifiche libertà rilevanti per la qualità della vita, nello sforzo di misurarla con criteri oggettivi. La mia interpretazione si serve di questi concetti per porre a tema la teoria del "grado minimo di giustizia sociale"».

Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen - che lei ringrazia pubblicamente nella sua premessa - può essere considerato il «padre» di questo approccio?
«Beh, direi che la galleria dei "padri" include come minimo i nomi di Aristotele, Adam Smith, John Stuart Mill, Rabindranath Tagore e Thomas H. Green. In anni recenti, senza dubbio Sen ne è stato il maggior teorico nell’ambito delle scienze economiche. Le ha praticate in un’ottica comparatistica, ma senza costruire una teoria della giustizia sociale, come nel mio caso».

Lei scrive: «Sono le persone che contano, in ultima analisi; i profitti sono solo mezzi funzionali all’esistenza umana». Sono affermazioni piuttosto ovvie, o almeno dovrebbero esserlo: perché ce ne siamo dimenticati? Perché viviamo sotto la dittatura del Pil?
«Perché la valorizzazione della persona umana è un progetto complesso e difficile, in realtà, mentre il Pil è un semplice numero, che i burocrati preferiscono per facilitare le cose! Spesso si sente dire che il Pil rappresenta bene gli altri aspetti dello sviluppo umano, perché li presuppone o li porta con sé, ma questa tesi non è confermata dall’esperienza. A ben vedere, la libertà politica e religiosa non è correlata al Pil, come dimostra la Cina, e non lo sono neppure la salute e l’istruzione».

Molti lamentano che il Pil non sia più una misura attendibile per stabilire lo sviluppo delle comunità umane e, in modo particolare, la loro qualità della vita: esistono però delle difficoltà obiettive nell’immaginare delle alternative. Lei cosa propone in termini empirici?
«Uno degli impegni più gravosi dell’Hdca è proprio quello di discutere tali criteri di misurazione con cui integrare, non sostituire, il Pil. Faccio qualche esempio: in riferimento alle libertà politiche e religiose, dovremmo servirci di un quadro complesso di informazioni di carattere giuridico e storico per capire le garanzie costituzionali di un singolo Paese, il loro grado d’efficacia e i conflitti che ne stanno alla base. In ordine all’istruzione, sono necessari non solo dei test per verificare l’alfabetizzazione testuale e numerica, ma anche indicatori più complessi sulle conoscenze dei ragazzi in età scolare. E così via. In breve, ogni singola abilità che qualifica lo "sviluppo umano" dovrebbe essere indagata con gli strumenti più raffinati che la scienza ci consente, senza facili scorciatoie».​

Davide Gianluca Bianchi
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/nussbaum-bancarotta-del-pil.aspx
 

Per capire cosa significa il razzismo contro la civiltà

 
Torna anche in Germania il «Mein Kampf»
 
È deciso: in Germania sarà ristampata l’opera Mein Kampfdi Adolf Hitler, con la quale colui che sarebbe diventato il Führer esponeva la sua visione della Germania, dell’Europa, della Storia e dell’Umanità: scrivo tutto in maiuscolo, non solo perché così si scrivono i sostantivi nella lingua tedesca dopo Lutero, ma perché questa, spaventosa, era la misura che l’autore aveva del suo compito in Terra. Dal 1945, anno del suicidio dell’autore, l’opera era proibita in Germania. In Europa era sconsigliata dappertutto. In Polonia fu ristampata nel 2005, ma le autorità, colte di sorpresa, la sequestrarono subito. In Italia è stata stampata nel 2000 per iniziativa di Armando Cossutta, che curava la casa Ers, Edizioni Riforma dello Stato.

Adesso torna nella sua lingua originale: i diritti scadono 70 anni dopo la morte dell’autore e l’opera diventa di pubblica proprietà. Quel che è stupefacente è che si passa da un estremo all’altro: finora l’opera era proibita, adesso sarà diffusa anche in una edizione per le scuole. Sarà una lettura guidata: il testo sarà commentato da un gruppo di studiosi, per ricordare al lettore il male che da quelle parole è venuto all’umanità. Ho qui fra le mani l’edizione italiana, Ers.

Anche questa prende le sue cautele: l’opera è corredata di un’appendice fotografica, 14 immagini dello Sterminio: i forni, i morti, impiccati, fucilati, i letti di un lager, un suicida sui fili elettrici. Le foto non hanno didascalia. Per dire che le loro didascalie sono i capitoli che precedono. È un libro delirante che trasmette un delirio: anti-pacifista, anti-costituzionale, anti­europeo, anti-americano, e sempre, profondamente, anti-cristiano. Un libro della vendetta e della rapina.

Non mostra nessun senso di fraternità in Europa, per una storia comune, una religione unificante. Punta continuamente il dito su «lo spazio che dobbiamo prenderci a est, i nemici che dobbiamo eliminare in casa»: un libro che tende allo scatenamento di una nevrosi aggressiva, specialmente verso tre nemici mortali: la Francia, l’Inghilterra e gli ebrei. Tuttavia (è la scoperta che si fa leggendolo) la nevrosi aggressiva non è la sua matrice: la sua matrice è l’esatto opposto, una nevrosi fobica. L’autore è terrorizzato dalla presenza in Europa di due super-potenze inarrestabili, Francia ed Inghilterra, e si sente umiliato dalla debolezza della Germania. Questa debolezza ha una causa: la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale.

unque l’impresa da compiere è complessa: riscattare la grande sconfitta con una più grande vittoria, rovesciare il ruolo dominante di Francia e Inghilterra sottomettendole a un nuovo ruolo dominante della Germania. Per creare una nuova Germania bisogna creare un nuovo uomo tedesco. Il tedesco adatto alla nuova storia dominante non dev’essere colto, dev’essere forte. Hitler ha un’idea fisica della forza: raccomanda nelle scuole la pratica della boxe, meno lingua francese e più palestre di pugilato. L’uomo tedesco dev’essere un «animale da combattimento». Non c’è mai nel libro una specifica accusa agli ebrei, hanno fatto questo o hanno fatto quello: al posto delle accuse ricorre sempre una maledizione estrema, «hanno fatto tutto». La storia tedesca abbracciata dallo sguardo di Hitler va dal lontano passato, l’inizio della razza ariana, al lontano futuro, fra 600 anni, quando i tedeschi in Europa saranno 250 milioni e ognuno avrà lo spazio necessario alla sua super-vita. Per marciare verso la realizzazione di questo sogno occorre la violenza: il parlamentare eletto dal popolo è un «verme», la fiducia nella democrazia è «idiota». L’universo è regolato da una legge, la vittoria del più forte sul più debole, è una legge morale, il più forte è migliore e il più debole è peggiore.

C’è una diversità di valore, e quindi di diritti, tra razza e razza e tra uomo e uomo. Non è un testo reticente, non giustifica quelli che dicono: non sapevamo, non avevamo capito. È chiarissimo: un rifiuto della civiltà.

Ristamparlo può servire a questo: spiegare i razzisti a se stessi, fargli capire cos’è quello che vogliono e qual è il risultato a cui porta. Del razzismo vediamo sempre piccole porzioni: contro i maghrebini, contro i clandestini... Nella sua interezza, eccolo qui: contro l’umanità.

Ferdinando Camon
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/tornailMeinKampf.aspx
 

La solitudine dell’anima

INTERVISTA

.Accettare lo stare da soli come un segno della Grazia. Un’arte difficile che esige di saper ascoltare il silenzio. Parla lo psichiatra italiano

Borgna, la solitudine che vince il rumore



DAL NOSTRO INVIATO A NOVARA

MARINA CORRADI

« Solitudine» è parola usa­ta quasi sempre in un’accezione negativa.

Normalmente è sinonimo di emar­ginazione e esclusione. Ma l’ultimo saggio dello psichiatra Eugenio Borgna (La solitudine dell’anima ,

Feltrinelli) osa parlare anche di un’altra solitudine. Della ricercata solitudine di chi sceglie di sfuggire al rumore cui quotidianamente siamo consegnati. Della 'bella' so­litudine dei mistici; della creativa solitudine dei poeti. Su questa pa­rola dunque Borgna indaga e ne trae un’altra, oggi oscurata, dimen­sione. «Occorre distinguere – dice Borgna – la solitudine dall’isola­mento, che ne è la faccia negativa: la condizione cioè imposta da do­lore, malattia, povertà, o dalla no­stalgia feroce di un lutto. Anche l’i­solamento però può essere scelto: è il rifiuto intenzionale dell’altro, o il vassallaggio delle proprie pulsio­ni egoistiche, che rompe ogni co­munione con il prossimo».

Ma l’altro volto, luminoso, della so­litudine è appunto la solitudine scelta: «Per cercare – dice Borgna – il proprio cammino di vita interio­re:

In interiore homine habitat veri­tas, noli foras ire…,ammonisce A­gostino ». E tuttavia i due aspetti, l’isolamento afflitto e la ricerca di sé, non sono regni divisi da invali­cabili confini: «Esistono sconfina­menti, e correnti carsiche, che flui­scono dall’una all’altra condizione. Perché ogni forma di isolamento può essere riscattata».

La nostalgia c’entra dunque con la solitudine, come eco di qualcosa che conoscevamo e abbiamo per­duto?

«Certo. La 'bella' solitudine di Te­resa d’Avila è domanda di attingere a qualcosa di non più tangibile, co­me in una memoria perduta. In Te­resa, la solitudine è apertamente chiamata 'grazia'; e 'disfatta', è quando questa solitudine scompa­re. In una sfolgorante intuizione: solitudine è lo spazio vuoto che può essere colmato da Dio. Come suggerisce anche un verso di Emily Dickinson: 'Forse sarei più sola/ senza la mia solitudine'».

Ma un’altra Teresa, Teresa di Cal­cutta, che lei cita, in diari straziati dice di una notte di solitudine in­teriore, del suo 'sorridere sem­pre', mentre dentro si avverte completamente vuota. Che razza di solitudine è, questa? Non po­trebbe essere quasi come una tal­pa che scava un vuoto più grande, per fare spazio a un altro che pre­me?

«Ogni solitudine è ritorno in se stessi, e ascolto dei motivi di dolore in noi. Se viviamo esposti al rumo­re, senza mai staccarci da questa terribile elisione di ogni relazione vera, ecco che la solitudine, pur a­prendoci orizzonti senza fine, ci fe­risce, perché ci fa conoscere espe­rienze che nella vita immersa nel rumore non possiamo nemmeno immaginare».

D’altronde il 'rumore' è lo stato in cui la maggioranza di noi vive.

«Sì, viviamo nel terrore del silenzio, e nella angoscia del confronto con noi stessi, e con il senso. Teresa di Calcutta, nella sua solitudine di ghiaccio, aveva una nostalgia straziata di Dio e dell’infinito».

Chi si affaccia sul silenzio di u­na clausura ne resta spesso af­fascinato e insieme spaventa­to. Che cosa nella solitudine monastica ci sbalordisce, e però ci fa paura?

«Da una parte il fatto che in clausura ci si sottrae al mondo, e agli affetti. Scompare quasi com­pletamente la parola, nel silenzio che sigilla. Chi non ha una fede al­tissima e un’acuta nostalgia dell’in­finito percepisce in tutto questo un’eco di morte – morte delle cose contingenti. Ma quando assisti, co­me a me è capitato nel monastero di San Giulio a Orta, ai voti di gio­vani donne che con voce ferma e dolce rispondono al vescovo: sì, abbandono il mondo, allora intui­sci che la clausura è il luogo di un incontro assolutamente concreto.

Queste donne sono la testimonian­za di una nostalgia di infinito che vive in noi. E tutto questo è grazia, come diceva Bernanos».

Nel libro lei cita Etty Hillesum, la giovane ebrea morta a Auschwitz che scriveva: 'Innalzo intorno a me le mura delle preghiera come le mura di convento'.

«Nel mezzo dello sfacelo delle per­secuzioni naziste la preghiera per la Hillesum è scudo, è invisibile cortina che la salva dal nulla. Ma da dentro quelle mura vedeva tut­to, concependo un senso anche al­la morte e allo strazio».

E tra solitudine e poesia, che rap­porto c’è?

«Siamo sempre dentro alla nostal­gia dell’indicibile. La solitudine af­franca, ringiovanisce, è premessa, come la malinconia, della genesi della esperienza poetica. Solitudi­ne, anche qui, è un rientrare in sé, e ascoltare gli abissi».

Allora poesia e preghiera si asso­migliano?

«La grande poesia difficilmente si distingue dalla preghiera. Penso a Petrarca, a Dante. Il luogo di comu­nanza è che entrambe attingono alla più profonda domanda, e che entrambe nascono più abbaglianti dalla disperazione. Certo l’ultimo orizzonte della santità è Dio, che incendia e trasfigura tutta la vita; mentre la poesia è maieutica per gli altri. In un certo senso, i poeti sono dei mes­saggeri. E però quali affinità tra l’ostinato bus­sare di Leopardi contro una por­ta che apparen­temente non si apre, e lo strazio oscuro di ma­dre Teresa».

Anche la psichiatria, lei scrive, è incontro fra due solitudini.

«Da un anno mi confronto con due pazienti ad alto rischio di sui­cidio. È come parlare con qualcu­no che minacci di buttarsi da un cornicione; è la disperata tensione a stabilire una relazione con il ma­­lato, a non sbagliare una parola. È allora che uno psichiatra avverte la sua impotenza, e si comprende egli stesso solo: in una solitudine che è emblema di uno scacco sen­za fine».



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«Emily Dickinson, Etty Hillesum, Madre Teresa: donne con la nostalgia dell’infinito. Una ricerca che è anche nella poesia e nella preghiera»

 



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«Avvenire» del 05.02.11 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 11 Novembre 2012 02:36 )

 
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