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Rassegna stampa

Lettera di un (anziano) padre al figlio

 

altSe un giorno mi vedrai vecchio: se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi… abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo.

Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere… ascoltami, quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi.

Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare… ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno.

Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc; quando ad un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso… dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te ed averti li che mi ascolti.

Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo non trattarmi come fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi.

Quando dico che vorrei essere morto… non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo.

Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive.

Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te che ho tentato di spianarti la strada.

Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te.

Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te.

Ti amo figlio mio.

 

Tratto da: http://pastorale.myblog.it/2011/12/22/lettera-di-un-anziano-padre-al-figlio/

 

Servizio, non profitto

23 novembre 2013

La vocazione e il senso delle «municipalizzate», il dovere dell'efficienza

Quanto accade in questi giorni a Genova ci sta dicendo, pur con le sue inevitabili ambivalenze (e strumentalizzazioni), qualcosa di importante per la nostra economia, e democrazia. Per comprendere qualche cosa che non emerge dalla semplice cronaca, è necessario tornare all’origine delle 'aziende municipalizzate', che oggi in Italia sono quasi 5mila. Questa forma di impresa ha fatto la sua comparsa in Italia all’inizio del Novecento. Un ruolo cruciale lo svolse l’economista Giovanni Montemartini, di Montù Beccaria (Pavia), che giustificava l’importanza della creazione di queste imprese sulla base di due principi: quello del municipio (o municipalismo italiano) e quello di efficienza economica.

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Commento al Vangelo del 10/11/2013 - Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui

Vangelo

Lc 20,27-38

Dio non è dei morti, ma dei viventi.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Parola del Signore.


Forma breve (Lc 20, 27.34-38):

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, disse Gesù ad alcuni sadducèi, i quali dicono che non c’è risurrezione:

«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.

Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli

Apriamo il nostro cuore alla speranza nella pienezza della vita dopo e oltre la morte.

Preghiamo insieme e diciamo: Dio dei viventi, ascoltaci.

Perché non ci spaventi la testimonianza anche faticosa della nostra fede. Preghiamo.

Perché la malvagità che affligge il mondo non ci impedisca di credere nella solidità della giustizia. Preghiamo.

Perché Dio ci sappia mantenere fedeli ai fratelli così come lui lo è con noi. Preghiamo.

Perché sappiamo riconoscere, all’interno della travagliata storia dell’uomo, i segni di un progetto più alto. Preghiamo.

O Padre, la sensazione di sprecare la vita ci fa temere la morte. Aiutaci ad avere una speranza solida nel futuro per vivere bene il presente. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20131110.shtml


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Con la morte la vita non termina, si trasforma

padre Raniero Cantalamessa

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (11 novembre 2007)

altIn risposta alla domanda-trabocchetto dei Sadducei sulla sorte della donna che ha avuto in terra sette mariti, Gesù riafferma anzitutto il fatto della risurrezione, correggendo, nello stesso tempo, la rappresentazione materialistica e caricaturale che di essa fanno i Sadducei. La beatitudine eterna non è semplicemente un potenziamento e prolungamento delle gioie terrene, con piaceri della carne e della tavola a sazietà. L'altra vita è davvero un'altra vita, una vita di qualità diversa. È, sì, il compimento di tutte le attese che l'uomo ha sulla terra -e anzi infinitamente di più -, ma su un piano diverso. "Quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli".

Nella parte finale del Vangelo, Gesù spiega il motivo perché ci deve essere vita dopo la morte. "Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui". Dove sta in ciò la prova che i morti risorgono? Se Dio si definisce "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" ed è un Dio dei vivi, non dei morti, allora vuol dire che Abramo, Isacco e Giacobbe vivono da qualche parte, anche se, al momento in cui Dio parla a Mosè, essi sono morti da secoli.

Interpretando in modo errato la risposta che Gesù da ai Sadducei, alcuni hanno sostenuto che il matrimonio non ha alcun seguito in cielo. Ma con quella frase Gesù rigetta l'idea caricaturale che i sadducei presentano dell'al di là, come fosse un semplice proseguimento dei rapporti terreni tra i coniugi; non esclude che essi possano ritrovare, in Dio, il vincolo li ha uniti sulla terra.

È possibile che due sposi, dopo una vita che li ha associati a Dio nel miracolo della creazione, nella vita eterna non abbiamo più niente in comune, come se tutto fosse dimenticato, perduto? Non sarebbe questo in contrasto con la parola di Cristo che non si deve dividere ciò che Dio ha unito? Se Dio li ha uniti sulla terra, come potrebbe dividerli in cielo? Può tutta una vita insieme finire nel nulla senza che si smentisca il senso stesso della vita di quaggiù che è di preparare l'avvento del regno, i cieli nuovi e la terra nuova?"

È la Scrittura stessa - non solo il naturale desiderio degli sposi -, ad appoggiare questa speranza. Il matrimonio, dice la Scrittura, è "un grande sacramento" perché simboleggia l'unione tra Cristo e la Chiesa (Ef 5, 32). Possibile dunque che esso sia cancellato proprio nella Gerusalemme celeste, dove si celebra l'eterno banchetto nuziale tra Cristo e la Chiesa, di cui esso è immagine?

Secondo questa visione, il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. Nel prefazio della Messa dei defunti la liturgia dice che con la morte "la vita è mutata, non è tolta"; lo stesso si deve dire del matrimonio che è parte integrante della vita.

Ma cosa dire a quelli che hanno avuto un'esperienza negativa, di incomprensione e di sofferenza, nel matrimonio terreno? Non è per essi motivo di spavento, anziché di consolazione, l'idea che il legame non si rompe neppure con la morte? No, perché nel passaggio dal tempo all'eternità il bene resta, il male cade. L'amore che li ha uniti, fosse pure per breve tempo, rimane; i difetti, le incomprensioni, le sofferenze che si sono inflitte reciprocamente cadono. Moltissimi coniugi sperimenteranno solo quando saranno riuniti "in Dio" l'amore vero tra di loro e, con esso, la gioia e la pienezza dell'unione che non hanno goduto in terra. È anche la conclusione di Goethe sull'amore tra Faust e Margherita: "Solo in cielo l'irraggiungibile (cioè l'unione piena e pacifica tra due creature che si amano) diventerà realtà". In Dio tutto si capirà, tutto si scuserà, tutto ci si perdonerà.

E che dire di quelli che sono stati legittimamente sposati a diverse persone, come i vedovi e le vedove risposati? (Fu il caso presentato a Gesù dei sette fratelli che avevano avuto, successivamente, in moglie la stessa donna). Anche per essi dobbiamo ripetere la stessa cosa: quello che c'è stato di amore e donazione veri con ognuno dei mariti o delle mogli avuti, essendo obbiettivamente un "bene" e venendo da Dio, non sarà annullato. Lassù non ci sarà più rivalità in amore o gelosia. Queste cose non appartengono all'amore vero, ma al limite intrinseco della creatura.

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=10998

 


 

"Gaza merita di vivere!" Grido di dolore

09 Novembre 2013

di Daniele Rocchi

LA STRISCIA MUORE...
 
Il direttore della Caritas di Gerusalemme, padre Raed Abusahlia, racconta le drammatiche condizioni di vita della popolazione della Striscia governata da 7 anni dagli islamisti di Hamas. Mancano combustibile, energia elettrica, l'acqua potabile. E all'embargo israeliano si è aggiunto quello egiziano che ha distrutto i tunnel dove transitavano prodotti e merci
 
alt“Gaza non deve essere dimenticata! La situazione sta peggiorando sempre di più. Dopo la seconda rivoluzione egiziana, quella che ha deposto il presidente Morsi, le gallerie che collegavano Gaza all’Egitto sono state quasi tutte distrutte su input del governo e la popolazione non ha più possibilità di far entrare prodotti e merci necessari alla vita quotidiana”. Padre Raed Abusahlia è il direttore di Caritas Gerusalemme e al Sir fa il punto delle condizioni di vita nella Striscia, all’indomani della creazione, a Gerusalemme, di una task force formata da una dozzina di organizzazioni umanitarie cattoliche che dovrà stilare un quadro preciso delle emergenze e dei bisogni della popolazione, cristiana (solo 1700 fedeli di cui meno di 300 cattolici) e non, della Striscia. “Lunga 45 chilometri e larga da sei a dodici, con il suo milione mezzo di abitanti, ma c’è chi dice che siano due, Gaza - ribadisce il direttore - è la più grande prigione del mondo a cielo aperto. Il livello di miseria è altissimo specie ora che all’embargo israeliano si è aggiunto il blocco egiziano”.

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Lettera di Benedetto XVI al matematico Piergiorgio Odifreddi

Un dialogo aperto

di Giulia Galeotti

Il rispetto dell'interlocutore si misura con la capacità di ascolto. Quanto più è minuziosa l'attenzione che viene dedicata allealt parole che ci sono rivolte, tanto più il confronto diventa dialogo. Atteggiamento questo che diventa costruttivo solo nella misura in cui sia autenticamente vicendevole.

Tempo fa Piergiorgio Odifreddi ha mandato a Benedetto XVI il suo libro Caro Papa, ti scrivo (Milano, Mondadori, 2011). E il Papa emerito gli ha risposto con una lunga lettera, che il quotidiano romano "la Repubblica" di oggi, 24 settembre, anticipa in parte (poco meno della metà), mentre il testo integrale uscirà nella nuova edizione del libro di Odifreddi.

Joseph Ratzinger si scusa per l'intervallo temporale intercorso tra la ricezione del libro e la sua replica, datata 30 agosto 2013 e indirizzata all'abitazione torinese dello scienziato. Un intervallo di tempo non imputabile certo ai 698 chilometri di distanza tra il monastero in Vaticano e la casa del matematico, nel verde della città sabauda, ma ascrivibile all'attenzione che, tra i suoi tanti impegni, Benedetto XVI ha voluto dedicare al volume.

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