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Società

La chance del terziario sociale

 
Serve «cura», è urgente
 
Il governo sta svolgendo con diligenza il compito assegnatogli, quello cioè di spegnere l’incendio dei mercati finanziari divampato nella seconda metà dell’anno scorso. Le competenze e le abilità necessarie a spegnere gli incendi, però, non sono quelle necessarie a ricostruire la casa una volta domate le fiamme, poiché se i pompieri si dedicano anche a questo compito avremmo una nuova casa piena di sistemi anti-incendio e di scale di fuga, ma probabilmente non una bella casa nella quale vivere e far crescere i figli.

Per questo, se vogliamo rilanciare la crescita, ovvero ricostruire e rendere vivibile la casa comune, dobbiamo far "ripartire" presto la politica. Occorre, cioè, scoprire o riscoprire una idea di Italia, del suo genio e della sua vocazione civile ed economica, e da lì ripartire. Le ricette offerte da più parti alla valutazione di chi ci governa sono invece normalmente idee per vestiti pensati senza aver prima osservato bene e prese le misure della persona che dovrebbe poi indossarli.

Si prenda, per fare un esempio recente, la proposta lanciata da Maurizio Ferrera sul Corriere del 16 Aprile che individua nel "terziario sociale" un possibile settore dove investire per la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, e così rilanciare la crescita. Nel formularla si nota, giustamente, che in Italia resiste ancora (fino a quando?) una ricchezza privata delle famiglie che potrebbe essere indirizzata verso una nuova domanda di servizi di cura, oggi non più soddisfatta dalla famiglia né dallo Stato sociale. Il punto cruciale di questa (e di altre, simili proposte) è però il "perché", il "come" e quindi il "chi" dovrebbe soddisfare questa domanda potenziale. Diversamente da quanto sostiene Ferrera, non è infatti per nulla indifferente se a rispondere a questa nuova domanda sarà il mercato capitalistico "for profit" oppure sarà il mercato civile e di comunità. Quando, infatti, si entra con i linguaggi e con gli strumenti puramente mercantili in territori umani decisivi quali la cura di bambini e degli anziani, la malattia e la sofferenza, il "come" si opera, le motivazioni che muovono quelle imprese e quelle persone a operare (il "perché"), sono molto importanti e, in certi, casi sono l’essenziale.

Negli ultimi anni la società italiana ha soddisfatto in due modi questa nuova domanda di cura: con le badanti e con la cooperazione sociale. L’arrivo di oltre di un milione di badanti straniere è stato un fenomeno di portata epocale, che rivela anche come nelle pieghe della nostra società si sia creato un mare sotterraneo di solitudine e di dolore. Prima ancora, però, l’Italia aveva generato un suo modello originale di "terziario sociale", la cosiddetta cooperazione sociale, come risposta a questa "nuova" domanda, con dei "come", "perché" e "chi" diversi da quelli che operano in altri Paesi del mondo, in culture più individualistiche e meno comunitarie. Ma, come le cronache di Avvenire segnalano con crescente e preoccupata attenzione, è proprio questa specificità italiana, la cooperazione sociale, che ora rischia di essere fortemente ridimensionata e minata dai tagli del welfare generati dalla crisi.

Certo, oggi, anche il mercato può e deve essere un alleato prezioso nel soddisfare i nuovi bisogni relazionali delle fasce più fragili delle nostre città, ma deve essere un mercato civile, cooperativo, comunitario e sussidiario, dove il contratto non si sostituisce al dono e alla reciprocità, ma è a loro servizio (lo sussidia, lo aiuta). Sia le badanti sia la cooperazione sociale sono mercato, ma, pur nelle loro inevitabili ambiguità, sono mercato civile, perché accanto al necessario contratto e al denaro si scambiano anche parole, emozioni, attenzione e affetti.

Ho conosciuto una badante rumena che parlava un ottimo italiano, perché, ho scoperto dopo un po’, riceveva lezioni dalla (ex) maestra novantenne di cui si prendeva cura, una signora con cui era nato un rapporto molto più ricco del 'badare', come porterebbe invece a pensare il triste sostantivo che qualcuno ha affibbiato a queste signore. Il mercato capitalistico non funziona per la cura delle fragilità e per l’accudimento, perché tende inevitabilmente a trasformare queste relazioni in merci: ma le dimensioni più importanti della cura non si comprano né si vendono, possono essere solo donate e accolte, anche se si svolgono all’interno di un necessario e legittimo contratto di lavoro. Posso, infatti, comprare la prestazione ma non la cura, che è invece un incontro umano molto più ricco e complesso di quanto può prevedere o offrire uno scambio mercantile. Il binomio cooperazione sociale-badanti non è tuttavia più sufficiente per rispondere ai nuovi bisogni di cura. Se politicamente non verrà fatto nulla, il vuoto che si sta creando finirà per occuparlo, e anche presto, il mercato 'per profitto', con gravi conseguenze. Per rispondere adeguatamente alla crescente domanda di cura, occorre, allora, una nuova alleanza tra famiglie, politica, società civile e mercato. Occorrono nuove imprese, nuove anche per civiltà, e per questo servono leggi che ancora non ci sono né si intravvedono; ma occorre anche rivitalizzare le reti di vicinato, la prossimità, la reciprocità non mercantile nei nostri territori. In quei luoghi del vivere dove si producono, gratuitamente, i beni relazionali che sono sempre la prima cura di ogni forma di indigenza. E un motore indispensabile per tornare a crescere bene.

Luigino Bruni
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/Ci%20serve%20cura%20con%20urgenza.aspx
 

L’Italia, Pinocchio e il Grillo parlante

20 aprile 2012

Quando nel 1883 scrisse la favola di Pinocchio, senza né saperlo né volerlo Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi, gettò una lunga occhiata sul futuro che attendeva l’Italia molti anni più tardi. Nostradamus, con le sue celebrate quartine, non seppe fare di meglio…

altdi Silvio Foini

Il celebre scrittore vide con la sua fervida fantasia un burattino, o meglio una marionetta di legno, che andava sempre a cacciarsi in mille avventure e altrettanti pasticci prestando orecchio a voci suadenti di personaggi che non erano proprio l’immagine dell’onestà. Salta immediata agli occhi di noi contemporanei una curiosa similitudine con i nostri travagliati tempi in cui noi, povere marionette, siamo finiti nelle grinfie di altrettanti gattacci e volpi furbissime che ci “gestiscono” a loro piacimento…

Ci hanno fatto intravvedere paradisi fittizi mentre i loro paradisi (fiscali) erano ben reali e pian piano, furbescamente e loscamente, hanno sottratto ricchezza al paese. Non staremo qui a raccontare le brutte favole dei milioni di euro finiti nelle capaci tasche di molti “onest’uomini” che avrebbero dovuto reggere il timone, altrimenti l’articolo si farebbe noioso: tanto le vicende son tutte dello stesso tenore e sovrapponibili le une alle altre.

Fatto sta che i poveri Pinocchi, noi, ora si trovano seduti sulla nuda terra mentre gatti e volpi continuano, anche se a volte interrotti momentaneamente, i loro lauti banchetti. Tuttavia c’è un ma, grosso come una casa davanti al Colosseo. Collodi aveva creato un altro personaggio pieno di buone intenzioni e dispensatore di saggi consigli: guarda tu il caso, si chiamava Grillo ed era pure parlante! Ora questo personaggio, della cui saggezza non abbiamo ancora le prove se non a parole (le sue), ha cominciato a parlare e non lo fa con un sommesso “cri cri” in qualche deserto prato o sull’orlo del fosso, ma lo fa con arringhe colorite e veementi tipo quelle di Pietro l’eremita quando incitava alle crociate.

La paura si diffonde come un venticello nei corridoi di Palazzo e molti soloni tremano: il loro sgabelli si stanno sgretolando sotto quel tarlo rodente? Forse hanno ragione di temerlo. Se i Pinocchi una mattina, quella delle elezioni, si svegliassero a quel sommesso e dolce “cri cri”,
potrebbero tracciare una piccola crocetta sul simbolo di uno strano e nuovo partito e mandare tutti a casa: gatti, volpi e Lucignoli vari, che si sono divertiti un mondo nel paese dei balocchi!

Scusate, ma la fata Turchina dove sta? A voi la scelta: ne abbiamo tante e anche se non sono né giovani né belle hanno più cervello di tante veline messe a sedere in parlamento dal vecchio Lucignolo di turno. Dai che vediamo come andrà a finire questa favola: il buon Carlo non ce lo ha fatto sapere!

 

Tratto da: http://www.laperfettaletizia.com/2012/04/litalia-pinocchio-e-il-grillo-parlante.html

 

Corsi “salva matrimonio” nei Comuni: il divorzio è un problema sociale


20 aprile, 2012

altSecondo le stime dell’Istat, sono circa 84 mila le coppie che si sposano ogni anno e a cui seguono 54 mila divorzi. I rapporti sono deboli, i legami durano mediamente 15 anni e poi si deve cambiare partner. Alla faccia delle associazioni di razionalisti che esultano per ogni divorzio in più, alcuni Comuni italiani, per far fronte a questa debolezza sociale, hanno deciso di proporre alle coppie sposate un ciclo di incontri “salva-matrimonio” (come a Bologna, Padova, Roma e Venezia), dove esperti (psicologi, avvocati, sessuologi) dialogano con le coppie per arginare la crisi matrimoniale. Il settimanale “Tempi” ha intervistato in merito la psicologa di coppia e della famiglia Vittoria Sanese, per capire se secondo lei questi corsi d’emergenza potranno servire. «Ben vengano iniziative volte a cercare di rimettere in carreggiata una situazione familiare complicata», ha spiegato, ma «la vera domanda potrebbe essere, come mai i Comuni organizzano questi corsi?». La psicologa infatti ritiene che «le amministrazioni locali si siano rese conto che i matrimoni in crisi non sono un problema della singola coppia, ma riguardano l’intera collettività».

Il punto debole delle unioni di oggi risiede, secondo lei, nel fatto che «le persone che decidono di sposarsi non sono davvero convinte che possa durare per sempre, è come se sapessero già che il loro rapporto avrà inevitabilmente una data di scadenza. Quando un fidanzato si dichiara all’amata e le dice “Ti amerò per sempre”, lo dice perché convinto emozionalmente ma non ragionevolmente. Più passerà il tempo e più l’emozione scemerà e il rapporto sarà irrimediabilmente compromesso».  Un altro motivo è che la forma dei rapporti è oggi di carattere strumentale: «chi decide di sposarsi con un’altra persona e di legarsi a lei lo fa pensando che d’ora in avanti il compito del suo partner sarà quello di farla stare bene, di emozionarla, capirla, sostenerla. Il rapporto andrà in crisi quando uno dei due non si sentirà più capito e sostenuto dal marito o dalla moglie e sentirà di stare meglio da solo, di “funzionare” senza l’altro», invece un matrimonio solido è un rapporto in cui la relazione con l’altro aiuta ad essere meglio se stessi, dove «ciascuno scopre di più se stesso e si riconosce esaltato nel proprio io». E invece oggi, con la moda dell’autodeterminazione, si pensa che «il mio “Io” lo trovo da solo, la relazione non mi costituisce, è solo un modo per avere accanto qualcuno con cui fare le cose che mi piacciono. Ma questa è la strada che porta all’addio», commenta la dott.sa Sanese.

L’impegno di questi Comuni è dunque apprezzabile, anche perché una relazione stabile risulta essere positiva anche dal punto di vista medico. Ogni mese vengono infatti pubblicate ricerche scientifiche a sottolinearlo, come ad esempio  lo studio recente condotto da sociologi della Emory University di Atlanta (Stati Uniti), secondo cui il matrimonio è un “farmaco salvacuore” molto efficace, visto che riduce di tre volte il rischio di non sopravvivere dopo un’operazione cardiaca -e l’effetto si mantiene perfino a distanza di tempo maggiore-, al contrario di quanto accade a chi è single, vedovo o divorziato.


Tratto da: http://www.uccronline.it/2012/04/20/corsi-salva-matrimonio-nei-comuni-il-divorzio-e-un-problema-sociale/

 

Quei "tesoretti" intoccabili

Anticipiamo il "Primopiano" del n. 35 di Famiglia Cristiana, in edicola dal 24 agosto. In un Paese senza timoniere, la manovra assesta alla famiglia colpi micidiali.

23/08/2011

La Manovra economica di luglio e la Manovra- bis di Ferragosto hanno assestato alla famiglia una serie di colpi micidiali. Un serial killer non avrebbe potuto fare meglio. Anziché tassare i patrimoni dei ricchi, coloro ai quali anche un forte prelievo fiscale non cambierebbe la vita, s’è preferito colpire quell’ammortizzatore sociale italiano per eccellenza che è la famiglia. Unico vero patrimonio del Paese. È una politica miope, da “statisti” improvvisati, che non hanno un’idea sul futuro del Paese. Tanto meno pensano al bene comune. Unica loro preoccupazione soddisfare il proprio elettorato. Unico orizzonte le prossime elezioni. Nel frattempo, il Paese va alla deriva e perde credibilità. Una nave senza timoniere.

La stretta economica che si preannuncia provocherà collassi ovunque. Una situazione già insostenibile, che fa scivolare il ceto medio nella povertà. A pagare saranno i soliti noti. Ci si accanisce, ancora una volta, sui lavoratori dipendenti e sugli statali. Questi si vedono, addirittura, minacciata l’abolizione della tredicesima. A pagare un prezzo altissimo è chi ha già dato. Sonni tranquilli, invece, per i più ricchi, gli evasori e i grandi speculatori. Questi ultimi, tra l’altro, sono tra i principali responsabili della crisi finanziaria che sta devastando i mercati e incrementando paurosamente i debiti sovrani dei Paesi dell’Occidente.

Eppure, le indicazioni su alternative fiscali, come una tassa sui grandi patrimoni, non mancano. Di “tesoretti” intoccabili ve ne sono tanti. A cominciare dai centoventi miliardi annui di evasione fiscale. Una cifra definita «impressionante» dal cardinale Bagnasco, presidente dei vescovi italiani. E che ha spinto anche Giorgio Napolitano, al Meeting di Rimini, a lanciare un appello: «Basta con assuefazioni e debolezze nella lotta a quell’evasione, di cui l’Italia ha ancora il triste primato». Per non parlare, poi, dei sessanta miliardi spesi in corruzione e dei novanta miliardi “fatturati” dalla criminalità organizzata. Su cui poco si è intervenuto.

Mentre è in corso l’esame della Manovra economica, è partito l’assalto alla diligenza. Ognuno ha qualcosa da salvare. O da proteggere. I sacrifici si scaricano su chi non ha “santi in paradiso”. O, meglio, nelle Aule parlamentari. Senza equità nei sacrifici, e se non si mira al bene delle famiglie e del Paese, difficilmente ne verremo fuori. Soprattutto se chi può dare un “elevato” contributo troverà modo di sfilarsi dalla solidarietà nazionale. Come i calciatori (ignobili!). Ma anche la casta politica, che danza allegramente sulle macerie del Paese. Vanta sacrifici e riduzioni, ma non dà un taglio risoluto a costi e privilegi, ingiustificati e immorali.

Ancora una volta, i politici cattolici stanno alla finestra. Insignificanti e a corto di idee. Si confondono nel mucchio, per non disturbare i “manovratori”. In entrambi i campi. Spettacolo, anche questo, avvilente.

Tratto da: http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/quei-tesoretti-intoccabili_230811161905.aspx

 
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