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Siria. Opposizione boicotta Conferenza di Roma: vergognoso silenzio su distruzione Aleppo


23/02/2013

altLa Coalizione nazionale siriana (Cns) che guida l’opposizione, manda a monte la Conferenza internazionale sulla Siria prevista a Roma per il 28 febbraio e respinge anche l’invito a recarsi a Mosca e Washington per discutere della crisi. Confermata invece la partecipazione al vertice di Instanbul. Il motivo – fa sapere un portavoce del Cns è il silenzio internazionale sulla “sistematica e vergognosa“ distruzione di Aleppo, dove solo ieri sono morte almeno 30 persone tra cui 19 bambini. Dura è arrivata la condanna del capo della diplomazia europea Ashton.

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Nuova strage a Damasco Intervista al commissario Ue Georgieva: profughi sono milioni


21/02/2013

altEnnesima giornata di sangue in Siria. Un'autobomba è esplosa poco prima di mezzogiorno nella centralissima via al-Thawra, a Damasco. Pesantissimo il bilancio: almeno 35 morti e 237 feriti. Ma non è l’unico fatto di sangue avvenuto nella capitale.

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GRECIA . Miseria impressionante

 
20 febbraio 2013
 
Il vescovo Papamanolis, presidente della Conferenza episcopale, racconta le condizioni difficili in cui vive il popolo

 

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"La situazione economica e sociale del Paese peggiora sempre di più, la miseria aumenta e tocca settori sempre più vasti della popolazione. Il governo sta per varare una nuova legge che prevede l'aumento delle tasse senza tenere conto che le famiglie, le persone non hanno soldi per pagare nemmeno le bollette e rifornirsi di generi di prima necessità". È una Grecia "allo stremo" quella che monsignor Francesco Papamanolis, vescovo di Syros e Santorini e presidente della Conferenza episcopale di Grecia, descrive a Daniele Rocchi per Sir Europa. "Nelle piazze del Paese periodicamente avvengono distribuzioni gratuite di cibo, prodotti provenienti dall'Ue, si tratta di riso, formaggio, pasta, olio. Siamo circondati dalla miseria, il popolo non ne può più".

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Testimonianza dalla Siria lacerata dal conflitto

 
Crudele ipocrisia delle sanzioni: la guerra che voi state facendo
 
 
​ Ancora un bollettino di guerra. Ma stavolta non quella che stanno combattendo esercito e ribelli, una guerra che è diretta da grandi potenze e da grandi interessi, e che ci supera, noi e voi che leggete. Vi imploriamo di riflettere su una guerra a cui si dà il consenso in nome di una sedicente prassi democratica. Stiamo parlando delle sanzioni internazionali, e della strage quotidiana che provocano.

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KOSOVO. Sospeso nel limbo

 

18 Febbraio 2013

Preoccupa il disinteresse, cinque anni dopo la dichiarazione unilaterale d'indipendenza, delle diplomazie internazionali. L'Europa, poi, non può permettersi il lusso di una zona franca dalla legalità in un'area delicata come i Balcani
 
Mauro Ungaro - esperto in questioni balcaniche

Sono passati cinque anni dalla dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo: era il 17 febbraio 2008 quando il Parlamento di Pristina sanciva la separazione da Belgrado e la nascita del nuovo Stato. È trascorso un lustro eppure il Paese rimane avvolto in una specie di limbo indefinito, in cui predomina il disinteresse delle diplomazie internazionali per quanto avviene in questa parte di Balcani. L’ennesimo controsenso della Storia tenuto conto che fu proprio per difendere il Kosovo che la Nato intraprese, nel 1999, il conflitto contro la Serbia.

Nonostante l’entusiasmo iniziale, solo 98 dei 193 Paesi rappresentati alle Nazioni Unite hanno riconosciuto la legittimità di quell’atto; a pesare sono le contrarietà di Russia e Cina (storiche alleate della Serbia) ma anche di alcuni fra i maggiori Paesi dell’Unione europea, come Spagna e Grecia.

Il Kosovo oggi è dominato dalla corruzione, mentre il governo non pare riuscire (ma lo vuole davvero?) a fare argine concretamente al crimine organizzato. Questo (assieme all’irrisolto status della minoranza serba a Nord del fiume Ibar) pone un’ipoteca sugli eventuali negoziati di stabilizzazione e adesione all’Ue, tenendo lontani anche gli investitori occidentali.

Gli ultimi dati ufficiali diffusi dall’Agenzia statistica nazionale risalgono al 2009 e parlano di 45 disoccupati su 100 (percentuale che lievitava a quasi il 70% per i giovani tra i 15 e i 34 anni): i quattro anni trascorsi da allora non hanno certo migliorato la situazione, anzi hanno reso il quadro ancora più fosco. Il Paese si regge ormai unicamente sui contributi assistenziali internazionali e sulle rimesse dei propri lavoratori emigrati all’estero con salari interni medi ben inferiori ai 300 euro al mese, tanto che il 45% della popolazione viene considerato sotto la soglia della povertà secondo gli standard.

Oggi nessuno può dire quale sarà il futuro del Kosovo. Lo stesso governo di Belgrado (pur non ammettendolo pubblicamente) sa bene che l’indipendenza di quell’area - ancora ufficialmente parte del territorio serba - deve essere ormai considerata un dato di fatto. Una perdita dolorosa ma necessaria per la Serbia, al fine di raggiungere l’adesione all’Unione europea, di cui anche Belgrado ha più che mai bisogno per risollevare la propria economia.
E così cinque anni dopo i giorni della gloria, quello del Kosovo rischia di essere un fantasma ingombrante nel cuore dell’Europa. Ignorarne l’esistenza o peggio ancora abbandonare il Paese in balìa di se stesso, sarebbe però l’errore più grande che le diplomazie occidentali (e anche l’Italia) potrebbero compiere in questo momento. L’Europa non può permettersi il lusso di una zona franca dalla legalità in quell’area così delicata come sono - e non da oggi - i Balcani.

È il momento di riaprire quell’occhio rimasto per troppo tempo socchiuso per i reciproci veti e interessi e assumersi l’impegno a dare, non solo un domani, ma prima di tutto un oggi al Paese.
 
 
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