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Don Edu contro le multinazionali

30 aprile 2012

IL "NOBEL" VERDE 2012

altUn prete cattolico tra i "Nobel" dell’ambientalismo. C’è anche il sacerdote filippino padre Edwin Gariguez, quest’anno, tra i sei premiati del Goldman Prize, il riconoscimento che in una delle città simbolo del movimento ecologista ogni dodici mesi raccoglie le segnalazioni che arrivano da tutto il mondo sull’impegno per la salvaguardia dell’ambiente. Un prete da anni in prima linea contro lo sfruttamento minerario del sottosuolo di Mindoro, una delle più grandi tra le settemila isole che formano l’arcipelago filippino. Già gli spagnoli la chiamavano Mina de oro (miniera d’oro, da cui appunto il nome). Ma oggi a fare gola su quest’isola sono anche altri minerali, come appunto il nichel, al centro della battaglia condotta da padre Edu, come lo chiama la sua gente. Tutto è iniziato alla fine degli anni 90 quando la Intex, una multinazionale norvegese, ha avanzato a Mindoro la richiesta di una concessione per una miniera a cielo aperto in un’area della foresta abitata dalle popolazioni indigene mangyan. L’impatto si era annunciato subito durissimo e non solo per lo sfregio delle terre ancestrali dei mangyan: l’area interessata è infatti ricca di sorgenti e il metodo utilizzato per l’estrazione del nichel prevede un uso massiccio di agenti chimici. Eppure dal governo nazionale la licenza per aprire la miniera era presto arrivata. È stato a quel punto che padre Gariguez ha iniziato a promuovere la sua "Alleanza contro la miniera" (Alamin, secondo l’acronimo delle parole inglesi). Alleanza nel senso che, un passo alla volta, ha messo insieme non solo i mangyan, ma anche tutti gli altri: contadini, pescatori, ong, religiosi, politici locali. Un primo risultato, nel 2002, è stata l’approvazione, da parte del governo regionale, di una moratoria di 25 anni per l’attività estrattiva. Forte della licenza ottenuta dal governo nazionale, però, la Intex non ha fermato la miniera. E allora padre Edu ha allargato l’alleanza portando la sua battaglia in Europa, tra i politici e la società civile norvegese e persino tra gli azionisti della multinazionale.
 
Nel 2009, infine, l’iniziativa più clamorosa: uno sciopero della fame portato avanti insieme ad alcuni mangyan a Manila, davanti alla sede del Dipartimento dell’Ambiente. Sono andati avanti per undici giorni, finché non hanno ottenuto la revoca del certificato ambientale. Come contraccolpo alcuni finanziatori, tra cui la Goldman Sachs, hanno revocato il sostegno alla Intex.

Oggi padre Edu non vive più fisicamente a Mindoro: la Conferenza episcopale lo ha infatti chiamato a Manila come responsabile del Segretariato per l’azione sociale e della Commissione Giustizia e pace. Ma anche in questo nuovo ruolo il suo impegno per l’ambiente continua. «Il nostro governo sostiene in maniera massiccia l’industria mineraria come forma di investimento – ha dichiarato in questi giorni in un’intervista –. Dicono che così si riduce la povertà. Ma è una tesi che noi contestiamo: la legge sulle estrazioni minerarie delle Filippine è la più favorevole per le multinazionali. Riscuotiamo solo un’accisa del due per cento: siamo l’unico Paese al mondo a non avere royalties. In America Latina ci sono Paesi che arrivano a riscuotere addirittura il 30 per cento di royalties sul minerale esportato». La battaglia di Mindoro è tutt’altro che conclusa: «Grazie al nostro sciopero della fame il certificato ambientale resta temporaneamente sospeso – ha raccontato ancora il sacerdote –. Ma ora la compagnia sta cercando di vendere tutto ad alcune aziende cinesi. Il che è di nuovo allarmante». «Come prete cattolico – ha dichiarato padre Gariguez all’agenzia AsiaNews – quanto ho fatto in questi anni è parte della mia missione a servizio dei poveri e degli emarginati. Ho dedicato tutto me stesso allo sviluppo e alla difesa dei diritti delle popolazioni indigene, agricoltori e pescatori. Per i mangyan la natura è come il grembo materno che ci sostiene e ci fa vivere». Un atteggiamento che, come ha sottolineato il sito del Pime MissiOnLine.org, ricorda quello di padre Fausto Tentorio, il missionario italiano ucciso nell’autunno scorso a Mindanao, altra isola delle Filippine, proprio per l’impegno in difesa dei diritti delle popolazioni tribali sulle proprie terre. Anche padre Edu, del resto, ha ricevuto minacce di morte e nel 2010 uno dei leader dell’Alamin, Ricardo Ganad, è stato assassinato. Difendere l’ambiente a certe latitudini oggi può voler dire anche questo.

IL PREMIO NIWANO

Per la prima volta il Premio Niwano, il Nobel delle religioni, quest’anno verrà assegnato a una rappresentante di una religione tradizionale indigena. Succederà il 10 maggio a Tokyo quando si terrà la cerimonia ufficiale di consegna alla guatemalteca Rosalina Tuyuc Velasquez, attivista per i diritti umani legata alla tradizione spirituale maya. Il premio rende omaggio al suo impegno per la giustizia in un Paese prostrato da decenni di guerra civile che hanno fatto oltre 250 mila morti e 45.000 desaparecidos, soprattutto tra le popolazioni indigene. Rosalina Tuyuc è stata lei stessa colpita personalmente da questo dramma, avendo perso suo padre e suo marito in questa strage. Nel 1988 ha fondato il Conavigua, un Coordinamento nazionale delle vedove del Guatemala, che è diventato una delle maggiori organizzazioni per la promozione dei diritti umani nel Paese. Istituito nel 1983 in onore del presidente dell’associazione buddhista Rissho Khosei-kai, il Premio Niwano è stato assegnato tra gli altri in questi anni a Helder Camara , al cardinale Arns, al villaggio israeliano di Nevé Shalom, alla Comunità di Sant’Egidio.
 
Giorgio Bernardelli
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/don-edu.aspx
 

Nigeria e Kenya: attacco ai cristiani, oltre venti vittime

 
LA STRAGE
 
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Domenica di sangue per i cristiani in Africa: almeno 21 morti e decine di feriti è il primo bilancio di due distinti attacchi, in Nigeria e in Kenya, mentre i fedeli si apprestavano ad assistere alla messa. A Kano, nel nord della Nigeria, è stato lanciato un vero e proprio assalto da parte di un gruppo di uomini armati all'interno dell'Università, nei pressi di un teatro utilizzato dagli studenti cristiani per le funzioni religiose. "Le esplosioni e i colpi di arma da fuoco sono andati avanti per oltre 30 minuti", ha raccontato uno studente all' agenzia Reuters. Il bilancio, anche in questo caso parziale, è di almeno una ventina di morti, causati dall'esplosione che si è verificata nell'area - secondo altre fonti le detonazioni sono state almeno tre - e dalla sparatoria che ne è seguita. Polizia ed esercito hanno circondato l'Università, e stanno dando la caccia agli aggressori. Kano è stata teatro negli ultimi mesi di sanguinosi attentati targati Boko Haram, la setta islamica che vuole imporre la Sharia nel Paese, con centinaia di vittime, in gran parte civili.

A Nairobi invece, una granata è stata lanciata all'interno di una chiesa, che fa riferimento alla congregazione 'Casa dei miracoli di Dio', poco prima dell'inizio della funzione. Almeno un morto e oltre dieci feriti il primo parziale bilancio. All'interno della chiesa "c'è sangue ovunque", ha detto un testimone, precisando che nell'edificio è scoppiato un incendio. Al momento non c'é alcuna rivendicazione, ma non ci sarebbero dubbi sulla natura terroristica del gesto: "Abbiamo visto un uomo correre subito dopo l'esplosione, ma quando abbiamo tentato di fermarlo ci ha puntato la pistola contro, e noi siamo scappati", ha riferito un altro testimone. Nella capitale kenyota da oltre un anno si susseguono gli attentati, la gran parte non rivendicati: a marzo il più sanguinoso, con nove morti nell'attacco contro un terminal di autobus. Le autorità puntano l'indice contro gli Shabaab somali.

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/nigeria-e-kenya-attacchi-ai-cristiani.aspx

 

Mons. Warduni: l’Iraq è una terra di speranza ma abbiamo bisogno di aiuto


27/04/2012

altL’Iraq non conosce tregua, solo ieri dieci persone hanno perso la vita in un duplice attentato avvenuto a Diyala. Una violenza che sta fiaccando sempre di più la popolazione, già provata da tanti anni di conflitto. A rivelarlo è mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, in questi giorni in Italia in qualità di presidente di Caritas Iraq. Si tratta di una delle tappe di un tour europeo per far conoscere le attività della Caritas locale, ma anche i bisogni della popolazione civile. Benedetta Capelli lo ha intervistato:

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R. - Fondamentalmente, Caritas è amore, è servizio, è sacrificarsi per l’altro. Quando c’è bisogno di qualche lavoro, di qualche servizio siamo sempre pronti a farlo. I nostri concittadini hanno ancora tanto bisogno... La situazione non è che sia un granché ed è per questo che abbiamo detto: “I nostri hanno bisogno e quindi noi andiamo”. Noi vogliamo spiegare qual è la nostra situazione a quelle persone che ci hanno sempre amato, che ci hanno sempre aiutato. Vogliamo ringraziarli e vogliamo mostrare i nostri bisogni, che speriamo finiranno quanto prima. Noi stiamo aspettando quel giorno nel quale anche noi riusciremo ad aiutare gli altri.

D. - Ma quali sono i bisogni della popolazione civile irachena?

R. - Noi abbiamo tanti bisogni, ma anzitutto abbiamo bisogno della pace, della sicurezza. Se non ci sarà pace, se non ci sarà sicurezza, saremo sempre in questa situazione, in questi guai, e non saremo mai tranquilli. Abbiamo bisogno, per esempio, di aiuto per i bambini disabili: ce ne sono tanti, tanti, tanti. Parliamo di milioni di bambini che hanno bisogno di aiuto. Abbiamo tanti orfani, abbiamo tante vedove, abbiamo tanti giovani che hanno bisogno di aiuto per seminare la pace e la riconciliazione. C’è un progetto di alcuni volontari - e tra i volontari non ci sono soltanto cristiani, ma ci sono anche musulmani - che cerca di insegnare che l’umanità ha bisogno di gente del dialogo.

D. - Quali sono stati gli interventi più significativi della Caritas Iraq, soprattutto durante gli anni del conflitto?

R. - La Caritas irachena non ha mai interrotto il suo lavoro:ha sempre lavorato sia per aiutare i malati e tutti coloro che erano in seria difficoltà a causa della guerra, sia per aiutare i poveri. Quando c’è una situazione di bisogno, la Caritas è questo che deve fare. Tanti hanno sofferto a causa della povertà, a causa dei bombardamenti: ci sono stati tanti feriti che hanno avuto bisogno.

D. - Quante sono le persone che operano nella Caritas irachena?

R. - Nella Caritas irachena operano più di 120 persone e più di trecento i volontari. Quelli che lavorano proprio al centro sono circa una quarantina.

D. - Lei ha parlato dell’insicurezza del popolo iracheno, del fatto che ci sono ancora tanti attentati e soprattutto che le prospettive anche a livello politico sono ancora molto incerte. Qual è la sua speranza per l’Iraq?

R. - Noi abbiamo sempre sperato nel Signore. Siamo figli della speranza e senza questa speranza, saremmo già finiti. Noi speriamo che il più presto possibile ci sia la riconciliazione irachena e che il Signore dia la luce a tutti coloro che lavorano al servizio del popolo iracheno, affinché abbiano la saggezza e con sacrificio - col donarsi senza interessi per la felicità del popolo iracheno - riescano a costruire un Iraq nuovo. Questo, però, non potrà avvenire se non ci sarà l’amore. Quell’amore che nella nostra lingua cristiana è il sacrificio per l’altro, è il volere il bene dell’altro più del nostro.

D. - Vuole fare un appello dai microfoni della Radio Vaticana per quanto riguarda la Caritas irachena?

R. - Certamente. Prima di tutto vogliamo ringraziare quanti la hanno aiutata e speriamo che continueranno ad aiutarla. Cari amici ascoltatori il Signore sia con voi: cercate di continuare a pregare per sostenere la pace mondiale e la sicurezza di tutti i popoli in tutto il mondo.

 

Tratto da: http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=583358

 

Alla Francia non piace l'Europa dei mercati


di Massimo Introvigne
24-04-2012

 


altNei sistemi elettorali a due turni il primo turno costituisce un grande sondaggio di opinione, il secondo serve a eleggere veramente chi deve occupare la carica pubblica in questione. Il primo turno delle presidenziali francesi ha detto soprattutto questo, per unanime ammissione dei media internazionali: che esiste una percentuale molto rilevante di elettori che non ama la tecnocrazia, la burocrazia di Bruxelles, le ricette lacrime e sangue della Banca Centrale Europea, i partiti ridotti a comitati elettorali che anziché proporre valori e identità si presentano ciascuno come il migliore interprete delle volontà dei «mercati» internazionali, inflessibili carnefici sempre pronti a far fare «la fine della Grecia» a chi capisce male o in ritardo i loro segnali.

Un terzo degli elettori francesi ha espresso questo rifiuto. A parte chi ha scelto candidati minori, l'11% ha votato per il candidato comunista Jean-Luc Melenchon e quasi il 19% per la candidata di destra Marine Le Pen, salutata dai media come la vera vincitrice delle elezioni. Attenzione: non si tratta di anti-politica, ma di ultra-politica. Melenchon non è Beppe Grillo, è un comunista le cui formule politiche sono quanto di più tradizionale e fedele alle sue vecchie radici marxiste la sinistra europea sia oggi in grado di offrire. E Marine Le Pen guida a sua volta un partito vero, strutturato, organizzato sul territorio e che esiste da quarant'anni. I successi di Melenchon - per la verità più contenuto del previsto - e di Marine Le Pen - questo sì clamoroso - non vanno confusi con quelli di liste di protesta anti-politiche che sono emerse in altri Paesi. La nostalgia d'identità comunista nella sinistra si è del resto manifestata anche altrove.

E Marine Le Pen? Demonizzarla come razzista, xenofoba o «fascista» non serve. Nessuno può davvero pensare che un francese su cinque, votando Le Pen, si sia dichiarato razzista o nostalgico dell'occupazione nazista. Gli elettori della signora Le Pen sono, semplicemente, elettori di destra. Anche questi esistono in tutta Europa, anche se non sempre trovano adeguata rappresentanza. Vorrebbero più identità nazionale e meno euro-burocrazia, più controllo dell'immigrazione, ma anche più valori.

Ci sono interessanti studi sugli elettori di Marine Le Pen e del suo partito in Francia. Molti di loro sono più «a destra» della loro candidata, specie sul tema dei valori non negoziabili. Che Marine si sia sposata e abbia divorziato due volte e oggi viva con un terzo compagno non è solo un dettaglio per questi elettori, ma sono più sgradite le sue posizioni in tema di aborto: certo, propone aiuti alle madri in difficoltà e minori finanziamenti per l'aborto facile, ma afferma pure che la legislazione abortista non può e non deve essere messa in discussione. Gli stessi elettori apprezzano la sua difesa della libertà di educazione - cioè, in Francia come altrove, delle scuole cattoliche - ma restano talora sconcertati dalle sue tirate a favore della tradizione laicista francese, per quanto queste siano spesso giocate in funzione tattica anti-musulmana, chiedendo la «separazione dello Stato dalla moschea».

Marine Le Pen è cresciuta. Non è ancora al traguardo, ma è sulla buona strada per «sdoganare» la destra francese e rendere credibile l'ipotesi che possa un giorno governare. Qualche volta si ha però l'impressione che - ispirandosi alla «svolta di Fiuggi» di Gianfranco Fini - di Fini rischi di ripetere anche gli errori. Vanno benissimo le condanne del razzismo e del nazismo. Ma per «sdoganarsi» non è obbligatorio parlare bene del laicismo o mostrarsi tiepidi su vita e famiglia. I professionisti del laicismo e dell'ideologia radicale non voteranno comunque per Marine Le Pen, e certe posizioni rischiano di mettere in fuga i cattolici.

Già, i cattolici. A ogni elezione si ripete in Francia che sono irrilevanti, in un Paese che insieme alla Repubblica Ceca è il fanalino di coda del mondo per partecipazione ai riti religiosi. Tuttavia non bisogna confondere pratica domenicale - bassissima in Francia - ed eredità culturale cattolica. Come dimostrano gli studi di sociologi del calibro di Émile Poulat e Danièle Hervieu-Léger, la «civilisation paroissiale», il tessuto un tempo efficiente delle parrocchie per la trasmissione della fede è quasi a rischio di estinzione in Francia. Ma resta una religione come memoria, resta anche presso tanti non praticanti una cultura cattolica, un residuo di valori, perfino una simpatia per il Papa. La percentuale di anti-abortisti in Francia, per esempio, è certamente più alta di quella dei cattolici praticanti.
Anche se oggi ci sono fortunate eccezioni, tanti documenti di esponenti e associazioni ecclesiali francesi in tema politico e sociale sono davvero irrilevanti, perché ripetono stancamente un generico progressismo e slogan sulla pace, la tolleranza e l'accoglienza degli immigrati che non sono sempre sbagliati in sé, ma sono lontanissimi dalle preoccupazioni del francese medio nel 2012, anche del francese che ha ancora un'interesse per la Chiesa. A questi francesi Marine Le Pen, nonostante i suoi due divorzi, ha ora una grande occasione per parlare. Ma è un'occasione che può sprecare, commettendo diversi generi di errori.

Oltre all'apologia del laicismo, c'è anche l'eccessiva ostentazione dei legami con i tradizionalisti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il ricordo nelle interviste che i suoi tre figli sono stati battezzati a Saint Nicolas du Chardonnet a Parigi, la chiesa «occupata» dai lefebvriani. La presenza alle sue manifestazioni di gruppi e associazioni cattolico-tradizionaliste, la cui consistenza in Francia è notevole e non va affatto sottovalutata, fa certamente piacere a Marine Le Pen. Ma «sdoganarsi» significa anche costruire un rapporto con il mondo cattolico che non può passare esclusivamente per i tradizionalisti, i quali - anche nell'auspicata ipotesi di una prossima riconciliazione con la Santa Sede - rimarranno, per usare un eufemismo, poco simpatici alla maggioranza dei vescovi francesi. Marine Le Pen può considerare i vescovi irrimediabilmente ostili alla destra e inavvicinabili. Certamente nessun vescovo in Francia si sogna di considerare come un interlocutore lei o il suo partito come sono oggi. Questo, però, era vero anche per la destra italiana prima di Fiuggi. Poi, le cose sono cambiate.

Ma un processo di crescita e uno «sdoganamento» presuppone anche un tentativo di rapporto con il mondo cattolico nel suo insieme - non solo con espressioni «di frangia», per quanto numericamente consistenti -: un rapporto che non può certo ignorare le espressioni istituzionali e l'episcopato, che per di più nell'epoca di Benedetto XVI anche in Francia non è più quello degli anni 1970 o 1980. A Marine serve dunque ancora uno sforzo per puntare la prossima volta non a un'onorevolissima partecipazione alle elezioni, ma alla vittoria.

 

Tratto da:http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-alla-francia-non-piaceleuropa-dei-mercati-5150.htm

 
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