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SIRIA. "La via delle armi uccide il dialogo fra tutti noi siriani"

28 Agosto 2013

28 agosto 2013

di Daniele Rocchi

CONTO ALLA ROVESCIA
 
altDa Damasco, il patriarca greco-cattolico di rito melchita, Gregorios III, lancia la sua invocazione di pace: "Fermate le armi". E chiede: "Le potenze occidentali e i loro alleati perché non pensano a Ginevra 2, ai colloqui di pace invece di finanziare la guerra?"

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Guardiamo quelle immagini accade in Siria, ora e ancora

 
Di stragi e profughi nessuno può dire «non so»
 
Armi chimiche usate dall’esercito siriano? O, invece, dalle stesse forze ribelli al regime? Politologi e esperti ne discutono con accanimento, ma chi affronta le decine di video scaricati sul Web da martedì mattina si domanda se davvero è fondamentale la questione del “chi” abbia provocato la strage a Est di Damasco, tra le cui vittime si vedono anche centinaia di bambini. A meno di non reagire come alcuni, sul sito on line di un quotidiano, che gridano di immagini false, di imbrogli mediatici imbastiti per suscitare un intervento internazionale in Siria. Invidiabile certezza, che quelle riprese atroci siano solo una messa in scena. Cerchi di convincertene anche tu, ma devi ammettere che le “comparse” dei video sono maledettamente brave, e i registi, da Oscar; per non parlare di quei bambini, la cui asfissia “fasulla” è atrocemente ben resa nell’affanno del respiro, nello scuotersi spasmodico del piccolo torace. E quel soccorritore che ha una bambina molto piccola in braccio, cianotica e inerte, e la scuote prima come sperando ancora di rianimarla, e poi con disperazione e infine con rabbia, come una povera bambola rotta? E gli uomini con le braccia paralizzate e levate in aria, scosse da un inarrestabile tremito? Per quanto ci si sforzi, guardando quei video sembra molto difficile non riconoscere che a Goutha, a Est di Damasco, l’altra mattina sia successo qualcosa di tremendo; e questo indipendentemente dal “chi” sia il responsabile.

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MASSACRI D’EGITTO. SE AVESSERO (E AVESSIMO) ASCOLTATO BENEDETTO…

18 agosto 2013

Antonio SocciQuanti sono anche da noi quelli che osannarono le cosiddette “primavere arabe” (la quasi totalità dei giornali) e pure quelli che hanno alimentato illusioni sui “Fratelli musulmani”. Ma nessuno farà autocritica.

E come al solito, anche in Egitto, in questi giorni, sono i cristiani che fanno le spese dello scontro. Pure se non c’entrano nulla, perché questa guerra sanguinosa è fra islamici: da una parte i Fratelli musulmani e dall’altra l’esercito di Al-Sisi, anch’egli musulmano convinto.

Decine e decine di chiese profanate, conventi e ospedali cristiani bruciati… Troppo spesso i cristiani sono capri espiatori di violenti scontri di potere altrui.

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LUCI E VOLTI DALL’AFRICA. Harar, Rimbaud, gl’italiani

13 Agosto 2013

di Giovanni D'Alessandro

altL’altopiano etiope alle spalle di Harar si trova in luoghi che segnano una serie di primati mondiali: sono sulla faglia continentale più imponente del pianeta, la Rift Valley, lunga migliaia di chilometri; segnano l’inizio delle corrugazioni generate, centinaia di milioni d’anni fa, da poderosi ammassi di rocce incandescenti emerse tra i vapori di un mare senza vita, creando le montagne più alte del continente, tra Etiopia e Kenya, a una delle quali gli umani hanno dato il nome di Kilimangiaro, “montagna splendente” a causa degli scintillanti ghiacciai perenni in cima, oltre i 5.000 metri; umani che sembra abbiano fatto qui una delle loro prime apparizioni di cui si ha traccia, con il ritrovamento delle ossa della ominide Lucy; e per completare la rassegna dei primati, non ne manca uno letterario, quanto mai esotico, cioè che nella città di Harar è vissuto il poeta Arthur Rimbaud, il quale parla a lungo della “città bianca” - amandola, maledicendola, esprimendo in essa il male di vivere una vita che si sarebbe spenta di lì a poco, con il rientro in Europa - ciò che ne fa oggi una meta devozionale per non pochi suoi devoti.

Harar è una piana qualche centinaio di chilometri a est di Addis Abeba, abitata prevalentemente da genti somale e di religione musulmana, data la contiguità alla penisola araba e la secolare dominazione degli yemeniti, arrivati qui attraversando il Bab al Mandab, lo stretto braccio di mare che separa il Golfo di Aden dal Mar Rosso, quasi incuneandosi nella costa africana, tra Gibuti e Assab.

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EGITTO. Un Paese in purgatorio

di ANNA POZZI, foto di BRUNO ZANZOTTERA / PARALLELO ZERO

Visto attraverso la lente della Città dei morti, la famosa necropoli del Cairo più viva che mai, l'Egitto appare davvero per come è: terra delle mille contraddizioni, rivoluzionaria e tradizionalista, antica e moderna, musulmana ma anche cristiana. L'unica nazione che, per difendere la libertà, ha invocato a gran voce un golpe militare. Le cui conseguenze, però, sono molto incerte.

L’ingresso alla tomba del Khedive Mohammed Tewfik Pasha, nel cimitero settentrionale.

L’ingresso alla tomba del Khedive Mohammed Tewfik Pasha, nel cimitero settentrionale.
( foto Bruno Zanzottera / Parallelo Zero).

La Città dei morti al Cairo – una necropoli sconfinata e affollatissima, in cui convivono vivi e morti – è una (sin troppo) facile metafora per raccontare la seconda rivoluzione egiziana. Innanzitutto, perché la Città dei morti è sorprendentemente piena di vita. Così come ha dimostrato stupefacente vitalità il movimento più o meno spontaneo che, lo scorso 30 giugno, ha portato in piazza milioni di persone. E che, alla fine, ha portato alla destituzione di Mohamed Morsi a un anno esatto dalla sua elezione.

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