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IRAQ. CRISTIANI A RISCHIO ESTINZIONE


A dieci anni dalla fine del regime, in Iraq meno della metà degli 800 mila cristiani sono rimasti in patria. E c’è chi pronostica la loro sparizione entro il 2020. «Il mondo chiude gli occhi, ma non possiamo restare in silenzio», dice Joseph Kassab, attivista in esilio.

 

Il muro sfondato di una chiesa in iraq

 

Cerco di difendere il più possibile i cristiani iracheni perseguitati, non solo perché lo sono stato io stesso, ma perché la fede in Cristo mi ha insegnato ad aiutare chi è nel bisogno». Si presenta così, raggiunto da Credere al telefono negli Stati Uniti, Joseph T. Kassab: 61 anni, medico di origine irachena, capo dei ricercatori di un’azienda americana di nanotecnologie, è una delle personalità della diaspora arabo-cristiana, in prima linea nella battaglia per il rispetto della libertà di religione e delle minoranze nei Paesi a maggioranza islamica.

Discendente da una delle grandi dinastie caldee irachene (il fratello Jibrail, di 24 anni più grande, è l’arcivescovo della comunità caldea della diaspora di Sidney, in Australia), il dottor Kassab rivendica con orgoglio i natali a Telkaif-Ninive, nei pressi di Ur dei Caldei, la terra biblica che corrisponde all’antica Mesopotamia. «È la terra da dove partì il nostro antenato Abramo, dove il cristianesimo è fiorito subito dopo la risurrezione di Gesù».

Alla fede cristiana ci è arrivato grazie alla profonda religiosità respirata in famiglia: «Mio fratello è stato ordinato prete l’anno prima della mia nascita – racconta – e siamo cresciuti con l’esempio e la tenerezza delle mie due zie suore Mary Rimon e Paula, appartenenti entrambe a due ordini religiosi caldei. Un’altra mia cugina suora, Maooth Kassab, e tanti altri hanno giocato un ruolo cruciale nella mia formazione. Da quando ero 14enne fino a quando ho lasciato l’Iraq, a 28 anni, ho servito la Messa nella chiesa del Sacro Cuore di Baghdad, dove mio fratello era parroco».

Dopo la laurea in Medicina a Baghdad nel 1975 e un master in microbiologia e immunologia, Joseph viene assunto come professore associato nella stessa università e, come era drammaticamente normale sotto la dittatura di Saddam Hussein, in quanto cristiano gli viene chiesto di diventare membro del partito Baath al potere. Di fronte al suo rifiuto, perde l’incarico e le pressioni si intensificano, tra minacce e intimidazioni.

È allora, in un momento preciso di quella che resta la stagione più buia della sua vita, che avverte distintamente le mani invisibili di Dio stringerlo in un abbraccio. «Ho sempre sentito la vicinanza di Gesù accanto a me. Ma il momento più importante è stato in quella notte dell’ottobre del 1980, mentre fuggivo in macchina verso il confine con la Giordania a causa di questa persecuzione religiosa. Non potrò mai dimenticare gli attimi in cui attraversammo a tutta velocità l’Eufrate: ci eravamo appena lasciati il ponte alle spalle, quando una bomba piombò alle nostre spalle e lo distrusse. L’esplosione sfiorò l’auto di un paio di metri».

Forse è stato anche per la consapevolezza che gli sia stato “concesso” di vivere, che da quel giorno Joseph ha vissuto come un imperativo categorico l’impegno di servire i più disagiati: «Milioni di volte, da allora, ho ringraziato Dio per avermi salvato la vita e sentito il dovere di aiutare chi era nel bisogno».

Se c’è un passo evangelico che lo colpisce, spiega, è proprio quello in cui Gesù indica nella carità operosa le esigenze della fede: «Nel Vangelo di Matteo (25,35-37) Gesù dice: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Da allora questo messaggio di Gesù Cristo è diventato il motto della mia vita, e ho cercato di fare tutto ciò che potevo per osservarlo e praticarlo».

Nel 1980 Kassab raggiunge a Roma i due fratelli, che in patria avevano subito lo stesso trattamento. L’anno dopo i tre si trasferiscono negli Stati Uniti, dove la famiglia trova prosperità e integrazione e dove Kassab diventa un instancabile difensore dei diritti dei cristiani arabi, in particolare iracheni, a restare nella loro terra. «Cosa significa vivere la propria identità nella diaspora? Poter praticare la fede senza paura. Godere di piena libertà di religione e di culto, come avviene qui negli Usa, anche se abbiamo nostalgia di ogni singola traccia e ricordo della nostra patria», spiega.

Da sempre stranieri in patria, i cristiani iracheni hanno subito prima le discriminazioni della dittatura di Saddam, e dal 2003 la persecuzione aperta dei fondamentalisti islamici. Meno della metà degli 800 mila fedeli cristiani sono rimasti in Iraq dalla caduta di Saddam Hussein. «Sotto Saddam – osserva Kassab – non c’era uno Stato di diritto, ma regnava l’ordine; oggi non ci sono né Stato di diritto né ordine. Certo, i cristiani stavano meglio prima, avevano qualche forma di protezione: ma a che prezzo? Non c’era democrazia in Iraq, e non c’è neppure oggi. La situazione versa nel caos più totale».

Kassab ha organizzato centinaia di incontri sulle violazioni dei diritti umani delle minoranze in Iraq e sulla necessità di sostenere con iniziative politiche e sociali il cammino di democratizzazione del Paese, al quale i cristiani, la parte storicamente più istruita della popolazione, possono dare un fondamentale contributo. Grazie alla sua insistenza, dal 2003 a oggi più di 50 mila cristiani iracheni hanno trovato rifugio negli Stati Uniti, nell’ambito del programma di assistenza ai perseguitati per motivi politici o religiosi.

Oggi, in qualità di presidente dell’Iraqi Christians Advocacy and Empowerment Institute (Icae) continua a perorare il diritto dei cristiani iracheni a rientrare in patria per ricostruire il Paese: «Il nostro obiettivo è rafforzare la capacità degli attivisti per la giustizia politica, economica e sociale di influenzare e cambiare le politiche verso le minoranze dimenticate, in particolare i cristiani iracheni: con le nostre iniziative vogliamo rafforzare una comunità che porta avanti un’eredità culturale e religiosa che conta più di duemila anni di storia».

Incurante dell’indifferenza con cui i circoli politici guardano generalmente alla sorte dei cristiani arabi, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, Kassab non si arrende di fronte alle molte difficoltà: «Negli ultimi 33 anni – dice – ho cercato di difendere i perseguitati: la fede in Cristo mi ha insegnato ad aiutare chi è nel bisogno e a cercare di alleviare le loro sofferenze. E questo mi ha portato a essere tenace nell’aiutare queste persone, nell’impegno col Signore a fare tutto ciò che è in mio potere per soccorrere chi è nel bisogno, e bussare a tutte le porte e, se necessario, sbattere i pugni sul tavolo per far udire la voce di questi dimenticati: i cristiani perseguitati dell’Iraq».

Testo di Manuela Borraccino

«CREDERE» N. 31 - 03 novembre 2013

Tratto da: http://credere.it/n.-31/iraq.html

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