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Siria . LA FURIA DELLA GUERRA DOVE PREDICÒ SAN PAOLO


Cinque milioni di sfollati, due milioni di profughi e centomila morti tra i civili. La violenza sta annientando la Siria, distruggendo le case e lasciando deserte le località in cui si spese il grande evangelizzatore...

Un'immagine di San Paolo in una celebrazione a lui dedicata a Damasco

 

La piccola e antichissima cappella di Sant’Anania, nel cuore della città vecchia di Damasco, è desolatamente vuota. Qualche fedele locale della vicina parrocchia latina di Bab Touma partecipa alla Messa quotidiana. Ma lo scorso primo ottobre, memoria liturgica dell’«uomo giusto» presso la cui abitazione san Paolo recuperò la vista e divenne cristiano, non ci sono stati pellegrini. Nel piccolo cortile antistante il santuario, affidato ai Frati minori della Custodia di Terra Santa, il modesto negozio di souvenir è sbarrato. E neppure stazionano davanti al cancello i piccoli venditori ambulanti di cartoline. Nelle case addossate l’una all’altra, molte delle quali danneggiate, si vive con il fiato sospeso, mentre non lontano, verso la direttrice che conduce all’aeroporto, si odono i fragori della battaglia.

Non distante, nel quartiere di Tabbaleh, sorge il Memoriale di san Paolo (anch’esso affidato ai Francescani), voluto da Paolo VI all’indomani dello storico viaggio in Terra Santa del 1964, come segno di comunione tra le Chiese sorelle del Medio Oriente. La grotta nella quale si fa tradizionalmente memoria della conversione di Saulo è stata restaurata e abbellita in occasione dell’Anno paolino, nel 2008.

Ma dallo scoppio della guerra civile in Siria, sia la grotta sia il moderno santuario sono orfani delle preghiere e dei canti dei tanti pellegrini che giungevano fin qui da tutto il mondo per camminare sui passi dell’apostolo delle genti. «Il quartiere di Tabbaleh, dove si trova il Memoriale di san Paolo, è a maggioranza cristiano e sorge a ridosso delle mura della città vecchia», spiega fra Feras Lutfi, francescano originario di Hama. «La situazione, qui come altrove, peggiora di giorno in giorno, soprattutto per i cristiani. Cadono frequentemente missili, come è capitato anche nella parrocchia latina di Bab Touma, con gravi danni alle case e numerose vittime. Per non parlare degli attentati. Conosco famiglie cristiane che, uscendo la mattina di casa per fare spese o per sbrigare qualche commissione, si salutano con le lacrime agli occhi, come se non dovessero vedersi più».

Tra i cinque milioni di sfollati interni e i due milioni di profughi fuggiti nei Paesi limitrofi (Libano, Turchia, Giordania, Irak), moltissime sono le famiglie cristiane (i fedeli sono circa un milione, appartenenti a vari riti e confessioni).

La guerra ha fatto ormai oltre centomila morti, per la gran parte civili. E anche moltissime famiglie cristiane piangono vittime. La violenza e la divisione si stanno insinuando anche dove sembrava che il tessuto sociale e la convivenza fossero più solidi. È capitato qualche settimana fa a Maaloula, il villaggio a maggioranza cristiano conosciuto in tutto il mondo per essere luogo di convivenza tra le fedi e per aver conservato l’uso dell’aramaico, la lingua dei tempi di Gesù. Gli insorti anti-Assad dell’Esercito libero siriano hanno conquistato l’abitato con l’appoggio delle brigate al-Nousra, legate ad al-Qaeda. Secondo le testimonianze, anche la popolazione civile del villaggio avrebbe pagato un alto prezzo, con diversi morti e feriti. Tra le fila dei combattenti islamisti, putroppo, anche qualche giovane musulmano del villaggio, segno che davvero guerra e violenza – come ha stigmatizzato papa Francesco – fanno «rinascere Caino».

«Uno degli aspetti che come credenti più ci preoccupa nella situazione attuale in Siria – riprende il religioso, che per molti mesi ha vissuto tra le comunità cristiane a nord di Aleppo – è l’odio anticristiano che mostrano questi combattenti. È successo a Maaloula, è capitato nelle chiese della zona dell’Oronte e nella stessa Aleppo. Per quale ragione chi dice di combattere per una Siria libera e democratica deve accanirsi contro i simboli religiosi cristiani, depredando chiese, oltraggiando statue e altari, distruggendo croci? Non sono rari gli episodi in cui i combattenti delle fazioni anti-Assad hanno intimato alla popolazione cristiana locale di abbandonare la fede e di convertirsi all’Islam. Pena la vita».

Come ai tempi di Saulo di Tarso, che erano tempi di persecuzione e martirio per i cristiani, anche oggi la fede è irrobustita dal sangue dei testimoni. «I cristiani di Siria vivono con il fiato sospeso per la sorte di tre sacerdoti (tra questi padre Paolo Dall’Oglio) e dei due vescovi ortodossi nelle mani degli insorti. Ma hanno davanti a loro l’esempio di padre François Mourad, ucciso a giugno dai combattenti islamisti nel villaggio cristiano di Ghassanieh. Padre François era un uomo mite e ha donato la sua vita per il Vangelo. Aveva scelto di restare a fianco dei cristiani nonostante tutto. Nella sua casa aveva accolto tutti, aiutato tutti senza chiedere niente in cambio». Il bene da lui compiuto e la sua testimonianza, al prezzo della vita, sono una luce nel buio della tragedia siriana.

Testo di Giuseppe Caffulli

«CREDERE» N. 28 - 13 ottobre 2013

Tratto da: http://credere.it/n.-28/siria.html

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