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Educazione

LASCIAR CADERE LA PENNA - G. Ravasi


Mentre fai lezione, il massimo è quando gli studenti lasciano da parte la penna e ti stanno a sentire. Finché continuano a prendere appunti su quello che dici vuol dire che non li hai colpiti. Ma quando lasciano cadere la penna e ti guardano mentre parli, allora vuol dire che forse hai toccato il loro cuore. Le cose importanti si imparano se scaldano il cuore.


g. ravasiA fare questa confessione era un docente di teologia, il prof. Joseph Ratzinger, stando alla testimonianza di un suo collega, Alfred Läpple (teologo le cui opere sono tradotte anche in italiano). Si tratta di un"osservazione veramente illuminante sull"arte di insegnare ed educare, quella che ci propone il futuro Benedetto XVI.


Anche chi non ha potuto ovviamente seguire le sue lezioni, scopre questa qualità in molti suoi scritti che raccoglievano il suo insegnamento: ne cito solo uno che mi conquistò quand"ero giovane studente di teologia, quell'Introduzione al cristianesimo (Queriniana) che è stata riproposta a più riprese anche in italiano.


Ma l'osservazione di Ratzinger non vale solo per i docenti (tra l'altro, nelle sue parole si ha la possibilità di distinguere proprio tra "docente" e "maestro"). Tutti, infatti, hanno qualcosa da insegnare, da comunicare, da testimoniare e spesso lo fanno sgarbatamente, superficialmente, stancamente.


E invece ci sono cose che, se dette con passione, «scalderebbero il cuore» di chi forse ha proprio bisogno di quella parola, di quel consiglio, di quella verità. Penso in modo particolare ai genitori, spesso così sbrigativi o affettati nei loro dialoghi coi figli. Brutalmente George B. Shaw ironizzava: «Se i genitori riuscissero soltanto a capire quanto annoiano i loro figli!».


Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/LASCIAR%20CADERE%20LA%20PENNA.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

Ultimo aggiornamento ( Domenica 17 Novembre 2013 20:57 )

 

IL CAMALEONTE E IL ROSPO - G. Ravasi

 

«Ognuno crede alle ragioni sue», disse il camaleonte; «io cambio sempre e tu non cambi mai. Credo che ci sbagliamo tutti e due».

g. ravasiAbbiamo tradotto dal romanesco di Trilussa alcuni versi di una sua nota poesia intitolata «Er carattere». Il camaleonte, tipico emblema del trasformismo, si rivolge a un rospo, fisso nella sua identità non particolarmente esaltante. E come accade nelle favole, la morale è di facile comprensione e si attesta su uno scontato equilibrio tra i due estremi della fluidità incessante e della rigidità assoluta.

Dicevo che questo equilibrio è "scontato"; in realtà è arduo praticarlo perché ci vuole sapienza e riflessione per intuire il tempo della fermezza e quello della duttilità, senza cadere nell'ostinazione o, al contrario, venir meno ai valori e ai principi.

Vorrei, però, porre l'accento sul tema che dà il titolo al testo del poeta romano, il carattere. Esso ci permette di ritornare sul discorso ma da un'altra angolatura.

È curioso che in italiano "carattere" sia anche lo stampo che si usava in tipografia: è qualcosa che incide in modo permanente.

È così che si parla di "uomo di carattere": è colui che sa procedere nella vita con volontà, energia, coraggio, determinazione, tenacia, costanza e grinta. Valori preziosi in un mondo incline al compromesso, al patteggiamento, alla scusante.

Tuttavia non aveva tutti i torti lo scrittore francese Jules Renard (sì, quello di Pel di carota, romanzo strappalacrime della nostra adolescenza) quando annotava nel suo diario: «Un uomo di carattere non ha un bel carattere».

Spesso, infatti, si tratta di un temperamento che è rigoroso nella tutela del proprio vantaggio, mentre è molto flessibile nei confronti dei princìpi che lo impegnano troppo. Per questo è necessario essere sempre sorvegliati e autocritici.

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/IL%20CAMALEONTE%20E%20IL%20ROSPO.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

Smartphone ai figli: ma ce le cerchiamo proprio!

06 novembre 2013

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Un fermo immagine tratto dal filmato pubblicato sul sito olandese di 'Terre des Hommes' che mostra la nascita di 'Sweetie', un modello computerizzato studiato per far apparire come reale la bambina di fronte alla webcam. Una trappola per i "predatori" pedofili. Ci hanno provato in 20.000 in neppure tre mesi.

 

La storia di "Sweetie", la bambina virtuale presa d'assalto sul web da migliaia di pedofili, sbalordisce inannzitutto per la velocità con cui i nuovi "orchi" della Rete hanno contattato il profilo digitale di una ragazzina di 10 anni, creato dall'Associazione Terre des Hommes allo scopo di denunciare i reati sessuali sui minori: 20.000 persone, cioè 20.000 pedofili, erano pronti a sborsare quattrini per fare sesso con lei davanti alla webcam. Avete letto bene: 20.000 pedofili hanno tentato di agganciare "Sweetie" in neppure tre mesi: credevano fosse disponibile in carne e ossa.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 06 Novembre 2013 22:03 )

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LA BUCCIA DELL'ILLUSIONE - G. Ravasi

 

Le illusioni cadono una dopo l'altra come la buccia di un frutto. Quel frutto è l'esperienza. Ha un sapore amaro, ma è qualcosa di aspro che riesce a fortificare.

g. ravasiTutti nella vita abbiamo addentato questo frutto aspro che si chiama esperienza: esso si rivela nel suo sapore acidulo, dopo che abbiamo tolto la buccia che forse ci appariva dorata e attraente, come accade in certi frutti tropicali. Quella scorza era l'illusione e un po' tutti dobbiamo confessare che la strada del nostro passato è lastricata di delusioni, ossia di sogni infranti.

È ciò che ci ricorda lo scrittore ottocentesco parigino Gerard de Nerval nella sua novella Angelica: la sua vita fu, infatti, romanticamente scandita da amarezze, a partire dalla perdita della madre a soli due anni, esperienza traumatica mai superata, per giungere alla morte dell'amata Jenny, un'attrice, e alla follia.

Le delusioni possono avere un duplice effetto. Da un lato, rendono più realistici, impediscono i sogni vani di gloria, le fantasticherie infondate, le chimere e i miraggi a cui ci si aggrappa per evitare di guardare in faccia la realtà spesso brutale. D'altra parte, però, il disinganno può generare anche scoraggiamento, abbattimento, inerzia e persino disperazione.

E, allora, non si devono mai coltivare illusioni? Certo, bisogna tenerle sempre sotto controllo, perché sono simili a cavalli sfrenati. Ricordiamo il monito di Machiavelli: «Non sai quanto poco bene si trova nelle cose che l'uomo desidera, rispetto a quello che ha presupposto di trovarvi?».

Eppure un pizzico di utopia, di tensione verso l'alto, di desiderio (de sideribus, «dalle stelle»!) è assolutamente necessario per poter vivere, creare, sperare. Non spegniamo, perciò, del tutto la fiamma colorata del sogno!

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/LA%20BUCCIA%20DELL%27ILLUSIONE.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

LA COLOMBA E IL FALCO - G. Ravasi

 

Fra gli animali non avviene mai che la creatura nata per essere una colomba si tramuti in falco, ciò che invece sciaguratamente si verifica nel genere umano.

g. ravasiTalora, leggendo nelle cronache le descrizioni di certi delitti così efferati da provocare un ribrezzo istintivo, può venire questo pensiero: ma questo criminale è pur stato un bambino, avrà mostrato anche lui un visino fragile e innocente, nella sua esistenza avrà provato almeno una volta un fremito di tenerezza e di umanità? Eppure rimane vera la frase oggi proposta, che è del famoso scrittore francese Victor Hugo (1802-1889).

Che ci siano in natura colombe e falchi, gatti e leopardi, colibrì e serpenti fa parte della varietà del creato e della complessità dell'evoluzione, dell'adattamento all'ambiente, dei limiti stessi della natura che non è perfetta, eterna, infinita come il suo Creatore.

Ogni animale sta nella sua specie e nel suo comportamento; l'uomo, col dono grandioso e terribile della libertà, può invece travalicare quei confini e trasformarsi in bestia feroce, in mostro, in demonio.

Anzi, se c'è qualche animale che sembra prevaricare dalla sua natura, lo si deve ancora all'uomo che riesce a deformarlo: pensiamo ai pitbull o alle bestie addestrate al combattimento e alle relative scommesse.

Ci sono state persone - e la storia del nazismo ce l'ha insegnato - che erano padri teneri, raffinati cultori di musica e arte e che nei lager diventavano belve umane. Anzi, si verificava in loro quello che Shakespeare metteva in bocca a Enrico IV: alla madre che gli faceva notare che anche le bestie provano pietà, egli replicava dicendo di non essere una bestia e quindi di non provare quel sentimento!

Stiamo, dunque, attenti a ogni germe di disumanità che s'insinua nell'anima.

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/LA%20COLOMBA%20E%20IL%20FALCO_20060630.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 
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