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Educazione

Libertà e sicurezza - G. Ravasi

 

Una società disposta a rinunciare a una libertà essenziale per acquisire un po" di sicurezza temporanea non merita né l"una né l"altra e le perderà entrambe.

g. ravasiTrecento anni fa, nel 1706 nasceva da una famiglia inglese esule negli spazi sconfinati americani, Benjamin Franklin che nella memoria comune è ricordato come l"inventore del parafulmine. In realtà egli coltivava vari interessi, certamente scientifici ma anche religiosi e morali, sia pure un po" a suo modo. Da uno dei suoi scritti ho scelto questo aforisma che colpisce una sensazione (e una tentazione) vivissima anche ai nostri giorni.

È evidente, infatti, la reiterata domanda di sicurezza che viene avanzata dai cittadini, una domanda giustificata anche perché la società si sta spesso sfaldando e diventa in certi settori - e non solo quelli del degrado ma anche alcuni piani alti della finanza e del potere - degenerata, insicura appunto.Su questa esigenza legittima taluni speculano introducendo forme patologiche di paura che rendono le persone più chiuse, grette e aggressive.

A questo punto si può collocare il monito di Franklin. Sì, è giusto rinunciare a una fetta di libertà per avere un po" di ordine, di tranquillità, di sicurezza. Ma guai a premere il pedale fino a cancellare «libertà essenziali» attraverso, ad esempio, prevaricazioni sulla dignità personale, sul riserbo intimo (la privacy è forse un idolo ai nostri giorni, coltivata maniacalmente, ma altrettanto sprezzantemente violata), sulle relazioni generali sociali, sul rispetto della vita umana.

Certo, l"equilibrio tra libertà e sicurezza è sempre delicato, ma guai a pensare che tutto si risolva solo con più forze dell"ordine e «pubblica sicurezza» o leggi più repressive, quando non si colgono le radici più profonde.

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/liberteagrave;%20e%20sicurezza_20060428.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

UN ANIMALE STRANO - G. Ravasi

 

L'uomo è un animale strano: un miscuglio del nervosismo di un cavallo, della testardaggine di un mulo, della malizia di un cammello, della voglia di volare di un uccello.

g. ravasiDivenne famoso col suo romanzo Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932, rappresentazione allarmata di una nuova èra tecnologica futura nella quale gli anni si contano non più sulla nascita di Cristo ma su quella di Henry Ford, il gigante dell'industria dei motori (il racconto è appunto ambientato nell'anno 632 dopo Ford). Aldous Huxley, scrittore inglese un po' stravagante ma interessante, è anche l'autore della nostra citazione che colpisce nel segno almeno nell'indicare due profili dell'uomo, «animale strano».

Innanzitutto, ecco la sequenza dei suoi difetti, ricalcati su quelli delle bestie. È nervoso, testardo e malizioso. La lista potrebbe essere allungata tenendo conto di altri vizi capitali coma la superbia, l'avarizia, la gola, l'invidia, l'accidia e così via. Ma Huxley aggiunge anche quell'aspirazione al volo: certo, si tratta di un desiderio fisico che ha già nel mito di Icaro la sua raffigurazione emblematica e che ha la sua attuazione nell'aereo o nell'astronautica.

Questa tensione contiene, però, al suo interno una carica simbolica. È l'incarnazione dell'anelito umano per l'infinito e il trascendente. Ed è proprio in questa linea che possiamo andare oltre il ritratto che dell'uomo ha fatto Huxley. Potremmo dire, al riguardo, tante cose che toccano la spiritualità, la libertà, l'amore, la stessa fede e la grazia.

Ci fermeremo solo sulla coscienza di sé e della propria realtà così come ce la presenta Pascal nei suoi Pensieri: «La grandezza dell'uomo sta nel suo conoscersi miserabile. L'albero non si sa miserabile. In una parola, l'uomo sa di essere miserabile: è, dunque, miserabile, poiché lo è; ma è ben grande, perché lo sa».

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/UN%20ANIMALE%20STRANO_20060427.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

«Educare non è un mestiere»

di Massimo Introvigne

08-06-2013

Papa Francesco

Ieri Papa Francesco ha ricevuto in udienza gli educatori, alunni ed ex alunni delle scuole dei Gesuiti in Italia e in Albania, in un incontro che ha voluto fissare nel giorno della festa del Sacro Cuore, particolarmente cara alla Compagnia di Gesù. Nel discorso, e nel dialogo successivo a domande e risposte, il Papa si è rivolto agli alunni, esorandoli alla virtù della magnanimità, e agli educatori, ricordando che educare non è un mestiere ma una missione, e che intesa come semplice mestiere l’educazione fallisce. Il dialogo ha avuto momenti molto personali.

Francesco ha affermato che ««una persona che vuole fare il Papa Dio non la benedice - io non ho voluto fare il Papa», e che vive a Santa Marta non per sfuggire alla presunta ricchezza dell’appartamento pontificio, che in realtà «non è tanto lussuoso», ma – ha detto scherzando – «per motivi psichiatrici», per sfuggire al rischio della claustrofobia e del senso di isolamento: «ho necessità di vivere tra la gente. Se io vivessi solo, forse un po' isolato, non mi farebbe bene».

Il discorso ha approfondito il tema dell’educazione e della scuola cattolica. Il Papa ha anzitutto evocato sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), il fondatore dei Gesuiti, e le origini – che risalgono all’autunno del 1537 – del nome «Compagnia di Gesù»: «un nome impegnativo, che voleva indicare un rapporto di strettissima amicizia, di affetto totale per Gesù di cui volevano seguire le orme». Non è solo una curiosità storica: «sant’Ignazio e i suoi compagni avevano capito che Gesù insegnava loro come vivere bene, come realizzare un’esistenza che abbia un senso profondo, che doni entusiasmo, gioia e speranza».

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LA MEZZA VERITÀ - G- Ravasi

 

La verità, se esiste, non la si può gonfiare. Nella verità non ci possono essere sfumature. Nella mezza verità o nella menzogna, invece, tantissime.

g. ravasiNon avrei mai conosciuto neppure l'esistenza dello scrittore spagnolo Pio Baroja (1872-1956) se non mi fosse capitato di incontrare qualche tempo fa in treno un giovane sudamericano che vive in Italia, col quale attaccai discorso vedendo che leggeva un libro intitolato Cammino di perfezione. L'equivoco in cui caddi era facile: pensavo che si trattasse della famosa opera omonima di s. Teresa d'Avila, mentre era il titolo di un'opera pubblicata nel 1902 da Baroja. Ho, comunque, scoperto in questo autore inquieto e contraddittorio una frase che oggi propongo e che merita una riflessione.

Essa riguarda la purezza assoluta della verità, contro l'illusione di chi crede nella possibilità di adattarla ai propri interessi, plasmandola, gonfiandola, sfumandola. La verità, come diceva Gandhi, è simile a un diamante: avrà, sì, varie facce ma è sempre una sola, netta e nitida, non passibile di contraffazione o di manipolazione.

Diverso è il caso ovviamente della menzogna, realtà fluida e ingannevole; ma differente è anche la situazione della «mezza verità», basata su quell'ambiguo dire e non dire che tenta di salvare capra e cavoli. È, questa, una pratica molto diffusa, che ha certi vantaggi personali: da un lato, ti pare di salvare la coscienza e, d'altro lato, ottieni risultati utili per il tuo interesse.

La nuda veritas, invece, come la chiamava Orazio, si regge sul famoso detto evangelico: «Sia il vostro parlare, sì, sì; no, no, perché il di più viene dal maligno» (Matteo 5, 37). La verità vera non ammette né il troppo né il poco, ma solo la realtà autentica nella sua integrità e pienezza. E spesso costa e penalizza, esige coraggio e rigore.

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/LA%20MEZZA%20VERITeAgrave;_20060423.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

LA MEDIOCRITÀ - G. Ravasi

 

La poesia è l'unica arte in cui la mediocrità è imperdonabile.

g. ravasiLui, sì, era stato un grande (ancorché discusso) poeta e quindi poteva permettersi di formulare questa legge sacrosanta che vorrei meditassero tutti quelli che si accingono a scrivere "poesie di getto", convinti di avere dentro di sé il sacro fuoco dell'ispirazione.

La frase è di Ezra Pound, nato nel 1885 negli Stati Uniti e morto a Venezia nel 1972. Ma lasciamo in pace i poeti mediocri che, certo, non si scoraggeranno per questo monito e puntiamo la nostra attenzione su questo difetto dell'anima, la mediocrità appunto. Intendiamoci bene: c'è stato un grande poeta come Orazio che ha esaltato nelle sue Odi (II, 10, 5) la famosa aurea mediocritas, la quale però era ben altro, ossia la ricerca di un ideale giusto mezzo tra gli estremi e gli eccessi.

No, quella che ci deve insospettire, invece, è la mediocrità che significa inettitudine, piattezza, pigrizia, anonimato, grigiore. Ai nostri giorni questo atteggiamento è stato assunto a stile di vita: quanti comportamenti sono ormai superficiali, insignificanti, dozzinali.

«Mediocre» in questo senso non è certamente la ricerca del mezzo e dell'equilibrio; è invece il ricorso al minimo, al disimpegno, alla trasandatezza ostentata. Questa mediocrità, infatti, non si vergogna di se stessa, anzi, si ostenta e si contrabbanda come vera tranquillità dell'anima, quando in realtà è incoscienza, si spaccia come criterio giusto mentre è solo comodità propria, si presenta come rifiuto degli eccessi quando è in verità vuoto interiore.

Il cristianesimo non è una religione per mediocri, come la vera arte e l'umanità autentica non possono alimentarsi e vivere di una piattezza senza fremiti, di una sazietà di cose, di un buon senso banale.

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/LA%20MEDIOCRITeAgrave;_20060419.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 
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