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Educazione

LO SCIOCCO COLTO - G. Ravasi

 

Vi garantisco che uno sciocco colto è decisamente più sciocco di uno sciocco ignorante.

g. ravasiMi è stata mostrata da un libraio antiquario una splendida edizione delle commedie di Molière: è una preziosa pubblicazione del 1682, la prima ad avere, oltre al testo delle varie opere, anche una serie di deliziose incisioni che ne raffigurano le scene principali. Sfoglio i vari volumi e mi cade sotto gli occhi, nella commedia Le donne saccenti (1672), la frase che ho conservato per la nostra riflessione (in francese:«" un sot savant est plus sot qu"un sot ignorant»).

Sì, l"arroganza dello sciocco che si imbelletta delle cose che ha imparato è terrificante. Non c"è rimedio, perché non si riuscirà mai a seminare in lui il pudore o il dubbio di essere in realtà spiritualmente povero, nonostante il panneggio di un"erudizione appiccicaticcia.    

Sta di fatto che la stoltezza è una qualità (si fa per dire) ben diffusa. Il grande Galileo ne sapeva qualcosa se nel suo Saggiatore indirettamente riconosceva di essere circondato dall" «infinita turba degli sciocchi, cioè di quelli che non sanno nulla», eppure sono convinti di sapere. Forse egli ricalcava il Petrarca che già riconosceva che «infinita è la schiera degli sciocchi».

Fatta questa indubitabile rilevazione, bisogna però essere sempre sul "chi va là", perché qualche stilla di stupidità inzacchera l"anima e la mente di tutti.

Anzi, quando si comincia ad essere troppo sicuri di essere sapienti, a coltivare le proprie idee come oracoli intangibili, a disprezzare il mondo che ci circonda, deve scattare un campanello d"allarme: forse stiamo iscrivendoci proprio a quel club molto diffuso di «ignoranti colti» che Molière sbeffeggiava, "preferendo" il più spontaneo sciocco normale.

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/LO%20SCIOCCO%20COLTO.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

NON ADEGUARSI - G. Ravasi

 

Coloro che non s'adeguano sono il sale della terra, sono il colore della vita, condannano se stessi all'infelicità, ma sono la nostra felicità.

g. ravasiSono spesso aforismi forti quelli raccolti nel volume Un regno di matite (Adelphi 2003). A comporli è stato l'originalissimo scrittore bulgaro di lingua tedesca, ebreo di origine, Elias Canetti (1905-1994). Ne abbiamo scelto uno particolarmente efficace.

Il pensiero, un po' liberamente, può andare anche a Gesù di Nazaret, uno che non si è certo adeguato all'onda corrente: non per nulla il suo approdo fu la croce e non per nulla egli aveva richiesto al suo discepolo di essere «il sale della terra» e non tanto un dolcificante.

Adeguarsi alle circostanze così da non avere guai, anche a costo di tradire i propri ideali e sporcarsi la coscienza è, purtroppo, la grande tentazione. È famoso il detto di Leo Longanesi secondo il quale la bandiera italiana dovrebbe recare questo motto: «Tengo famiglia!». L'arte del compromesso si trasforma in compromissione, la coerenza è calpestata, la ricerca della scusante è sistematica.

Vorrei, però, mettere l'accento su un altro aspetto della frase di Canetti. Chi non s'adegua al luogo comune, all'imperativo fasullo, all'illusione e alla falsità si condanna all'infelicità, all'emarginazione e persino alla beffa. Ma, continua lo scrittore, costui causa la nostra felicità.

È, questo, infatti il valore della testimonianza del giusto che, certo, è come una spina nel fianco, ma la sua presenza può risultare alla fine benefica, facendo rinascere in altri il senso morale e il sussulto della coscienza. Ed è così che egli permette a noi più deboli di ritrovare la via dell'autentica serenità, quella che fiorisce dalla pace interiore.

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/NON%20ADEGUARSI%20.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

L'OTTIMISTA E IL PESSIMISTA - G. Ravasi

 

Un pessimista vede la difficoltà in ogni opportunità. Un ottimista vede l'opportunità in ogni difficoltà.

g. ravasiCol caratteristico humor britannico Winston Churchill catalogava i due estremi dell'atteggiamento umano nei confronti del mondo. In un certo senso riprendeva la nota battuta del suo connazionale, lo scrittore Gilbert K. Chesterton che, attribuendola a una bambina, formulava quest'altra definizione: «Un ottimista è un uomo che vi guarda gli occhi, il pessimista guarda invece i vostri piedi».

Non per ribadire il solito principio latino secondo il quale in medio stat virtus, si deve però riconoscere che entrambi questi atteggiamenti hanno un'anima di verità: l'uomo perfetto nasce da un dosaggio tra una porzione di pessimismo e una quantità parallela di ottimismo.

Nella vita non si può essere così ingenui da aggrapparsi a ogni opportunità con entusiasmo acritico: in agguato ci sono sempre rischi. Una frenetica rincorsa di ogni occasione, senza il vaglio della saggezza, è una follia.

Non per nulla Havelock Ellis non esitava a scrivere che «il luogo dove più fiorisce l'ottimismo è il manicomio». Ma è altrettanto vero che il cupo e lamentoso pessimista si abbatte davanti al primo ostacolo e si lagna sul male cosmico, usandolo come alibi per un'inerzia comoda, anche se venata di drammaticità.

È un po' la legge del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Oppure è il monito di Cristo ad essere semplici e solari come colombe ma anche astuti e sospettosi come serpenti, senza lasciar prevalere né la colomba ingenua né il serpente guizzante. Finisco con un'altra battuta, quella dell'americano James B. Cabell: «L'ottimista proclama che viviamo nel migliore dei mondi possibili, il pessimista teme che possa essere vero».

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/L%27OTTIMISTA%20E%20IL%20PESSIMISTA.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

COLLOQUIO CON L'ANIMA - G. Ravasi

 

Le poche cose che ora io scrivo, intendo, o Anima mia, che siano per te sola. Tu, la più parte del tempo, sei ciecamente perduta dietro alle basse e troppo vili cose di questo mondo, che è tutto vanità, che svanisce come il fumo e, come l'erba, si dissecca.

g. ravasiHo nutrito sempre simpatia per la figura e l'opera di Antonio Rosmini, uomo di pensiero e di fede, così come ho amato quel rosminiano straordinario che è stato Clemente Rebora e ho stimato l'altro rosminiano noto, il vescovo Clemente Riva. Ai Colloqui con l'anima sua del filosofo roveretano ottocentesco attingo ora per una meditazione semplice a duplice profilo.

Da un lato, le parole citate sono un invito al dialogo interiore con la propria anima. Quante sono le persone che sanno fare ancora l'esame di coscienza al termine di una giornata o di un periodo di attività e di impegni? Star in silenzio per pochi minuti è ormai un esercizio quasi impossibile e considerato improduttivo in una società così superficiale e frenetica.

D'altro lato, Rosmini svela la ragione profonda di questa incapacità. Essa è nella «cosificazione» dell'anima, che si abbassa al livello delle cose, del piacere immediato, della materialità greve. Non è più nutrita di spiritualità, di virtù, di amore e quindi si intisichisce, non ha più sussulti morali.

S. Caterina da Siena, che oggi la liturgia commemora, scriveva: «L'anima è un arbore fatto per amore e perciò non può vivere altro che d'amore».

In questa luce prima ancora di preoccuparsi delle malattie della "psiche", dovremmo essere attenti alle degenerazioni dell'anima quando essa perde la sua tensione spirituale ed etica e si riduce a una larva, grigia come le cose, inconsistente come il fumo, vuota come un tronco arido.

29 aprile 2006

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/COLLOQUIO%20CON%20L%27ANIMA_20060429.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

PAROLE COME SASSI. I buoni maestri ci sono

15 Luglio 2013

di Paolo Bustaffa

Un appello alla coscienza di fronte a un linguaggio irrispettoso e a volte offensivo

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“Voce dal sen fuggita più ritirar non vale, non si trattien lo strale quando dal sen fuggì” la fin troppo nota declamazione del Metastasio è tornata più volte alla mente mentre parole acuminate come frecce hanno attraversato anche in questi giorni gli spazi del web, della tv, della carta stampata, della piazza, dei palazzi.

Non è stato, e non potrà mai essere, uno spettacolo esaltante e ancor meno indolore vedere persone colpite nella dignità e nei diritti.
 
Forse ci si sta abituando a un tipo di comunicazione offensiva ed è questa assuefazione il rischio maggiore che minaccia una coscienza e una cultura che appaiono spesso in sonno.

Distinguere le male parole dalle buone parole è una responsabilità che si costruisce con onestà intellettuale attraverso un’educazione al cui centro è il rispetto dell’altro, del diversamente pensante e del diversamente credente.

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