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Educazione

Gli invitati - G. Ravasi

 

Noi siamo gli invitati della vita: imparare a essere gli invitati degli altri significa lasciare la casa in cui si è invitati un po' più ricca, un po' più umana, un po' più giusta, un po' più bella di come la si è trovata.

g. ravasiÈ nato a Parigi nel 1929 ed è uno dei più acclamati critici letterari a livello internazionale. È di origine ebraica e da sempre usa l'inglese anche perché vive in America: si tratta di George Steiner, a cui oggi attingo con questa riflessione che va contro un atteggiamento prevalente di nostri giorni.

Si esalta, infatti, sempre più il comportamento da padroni che hanno gli stati più potenti, le classi più abbienti, gli uomini di successo, creando così l'idea secondo la quale si può nel mondo e nella vita usare delle cose e persino delle persone fino ad abusarne.

È, invece, necessario ritrovare l'idea che noi siamo solo ospiti e, per di più, di passaggio sulla scena della vita e del mondo.

Non è lecito comportarci nelle piccole e grandi cose con quell'arroganza e quella prevaricazione che umilia e distrugge, che finalizza tutto solo al proprio vantaggio ed egoismo.

Alle parole di Steiner vorremmo poi riservare un'applicazione molto più modesta. Si provi a considerare come viene trattata non solo la casa del mondo in cui siamo ospiti ma anche semplicemente i luoghi pubblici di una città: perché le strade devono essere così sporche, i palazzi imbrattati da segnacci demenziali, i monumenti feriti, i parchi devastati, i vagoni dei treni o dei mezzi pubblici vandalizzati? Non è forse anche questa una casa comune in cui siamo invitati e nella quale si dovrebbe stare con educazione?

Tratto da:http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/gli%20invitati_20060607.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

PERSONALITÀ - G. Ravasi

 

Quando oggi ci dicono di qualcuno che manca di personalità, sappiamo che si tratta di una persona semplice, retta, proba.

g. ravasiL'idea del «libero sviluppo della personalità» sembra degna d'ammirazione finché non s'incappa in individui la cui personalità si è sviluppata liberamente.

Bisogna riconoscerlo: con la parola «personalità» ci si riempie oggi la bocca e spesso accade proprio quello che denunciava nelle righe da noi citate uno scrittore colombiano un po' originale ma acuto nelle sue provocazioni, Nicolas Gómez Dávila (1913-1994). Lo attesta una sua curiosa ed efficace raccolta di aforismi, In margine a un testo implicito, tradotta da Adelphi nel 2001, non priva talora di spunti anche religiosi (ad esempio: «Il naturale e il soprannaturale non sono piani sovrapposti ma fili intrecciati»).

Ma ritorniamo al nostro tema. Imbevuti come siamo di nozioni psicologiche, preoccupati fino alla mania di non apparire repressivi ma di essere sempre libertari, si comincia fin dal bambino a eliminare qualsiasi correzione, ammonimento o rimprovero. «Non vorrai renderlo frustrato o complessato per tutta la vita? Lascia che esplichi la sua personalità!», si suol dire. E il risultato è che si avrà, prima, un ragazzo arrogante, intoccabile o abulico e, poi, un adulto senza nerbo o prepotente.

Ha ragione Dávila: la persona fedele, costante, onesta, seria non è considerata come una «personalità» originale e creativa, ed è l'eccesso paradossalmente a diventare norma. Perché, come dice ancora lo scrittore colombiano, si vede bene cosa significhi alla fine quel «libero sviluppo della personalità» e le sguaiataggini televisive ne sono la prova lampante.

Il nostro Sciascia nel suo scritto A futura memoria ironizzava: «Tutti gli uomini che in Italia si fanno da sé è evidente che si fanno piuttosto male».

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/PERSONALITeAgrave;_20060606.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

MAI - G. Ravasi

 

Mai. Una parola tremenda. La più tremenda di tutte le parole usate dagli uomini.

g. ravasiNon ci sono più «forse», né «chissà?». Io non salirò mai sull'Everest. Non ci saranno tappe intermedie né montagne grandi e piccole. Non ci sarà nulla. Il libro, Bianco su nero (Adelphi 2004), si compone di 41 brevi scene, affidate a una scrittura asciutta, sobria, restia a ogni sentimentalismo. Eppure la storia è drammatica: un ragazzo paralizzato negli arti, tranne che nelle due dita con cui scrive, viene abbandonato in un orfanotrofio sovietico. La madre spagnola comunista è esule a Mosca durante il franchismo: ha avuto Rubén Gallego, l'autore del libro, da un compagno venezuelano ed è proprio questo figlio a raccontare la sua vicenda dalla quale uscirà vincitore perché potrà laurearsi, sposarsi, avere due figlie e ritornare in Spagna. È per questo che ha grande significato la considerazione sopra citata.

«Mai» è l'avverbio più pericoloso perché scandisce la sconfitta, l'inibizione, lo scoraggiamento, l'inerzia. Purtroppo si tratta di una parola che spesso suggella tante vite, anche di giovani, sopraffatte dal lasciarsi andare alla deriva (emblematica è la caduta nella droga dalla quale spesso non si vuole risalire, convinti di un «mai» fatto di impossibilità).

«Mai dire mai», afferma una battuta popolare: eppure in tante cose abbiamo pronunciato quella parolina così tremenda e abbiamo perso amori, abbandonato attività, dimenticato dignità, spento le forze.

Ritroviamo, allora, la capacità di affidarci ad altri avverbi come «chissà?» e «forse», riprendendo a lottare e a sperare in ciò «che non si può esprimere a parole - come scrive ancora Gallego - non si calcola al computer e non si misura».

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/MAI.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

Litigando (bene) s'impara

28 settembre 2013

PEDAGOGIA

SF01000000_39203611.jpgTutta colpa dei sinonimi. Dell’idea che si possano indifferentemente associare e mescolare parole come violenza, conflitto, guerra, litigio, contrasto o prepotenza in un unico calderone. Eppure gli effetti di questa confusione possono essere pericolosi. Si può chiamare conflitto la guerra in Afghanistan e contemporaneamente il litigio tra vicini di casa? E se si definisce violenta la sceneggiata di un bambino che piange e strepita per non aver vinto a un gioco in cortile come si chiamerà lo schiaffo che lo mette a tacere? La domanda non è oziosa: da anni Daniele Novara, direttore del Centro psicopedagogico per la pace di Piacenza, lavora scientificamente sull’idea del conflitto come forma di relazione più evoluta e su un dato oramai incontrovertibile: che alla base di molti comportamenti violenti ci siano l’incapacità di gestire situazioni conflittuali, la difficoltà cioè a tollerare emotivamente le contrarietà nelle relazioni e ad affrontare litigi, parole, sguardi o gesti negativi senza fare dell’eliminazione dell’altro l’unico modo di sanare la minaccia.

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NONNO MI SPIEGHI... Se Dio non ci fosse non sarebbe meglio?

Nonno, mi spieghi...

Nonno, hai mai pensato che se non ci fosse Dio, forse sarebbe meglio? Non ci dovremmo più preoccupare dell’inferno!

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