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Educazione

Nonno mi spieghi…. HALLOWEEN? NO, OGNISSANTI!


NONNO, COS’È HALLOWEEN?

Una festa che arriva dagli Stati Uniti, estranea alla nostra cultura. Vi si celebrano le tenebre; la Chiesa invece festeggia i santi e ricorda i defunti

UN “CARNEVALE” CONSUMISTICO

Persi i contatti con la tradizione celtica, negli Usa e oramai anche da noi, è diventata una ricorrenza che muove grossi giri d’affari

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NONNO, TRA POCO È HALLOWEEN! I MIEI AMICI SI VESTIRANNO DA ZOMBI, DA STREGA, DA SCHELETRO E DA DIAVOLO. A ME NON PIACCIONO TANTO I MOSTRI, MA CI SARÀ UNA FESTA, E PER PARTECIPARE CREDO CHE MI TRAVESTIRÒ DA MUMMIA!

Ti correggo nipotino mio, tra poco è la festa di Ognissanti, e poi dei defunti. Sono le occasioni che Dio ci dà per ricordare i nostri cari che hanno lasciato questo mondo, e soprattutto per ricordarci che la vita è il terreno su cui si gioca la nostra partita per la santità, assieme ai tantissimi santi che ci hanno preceduto e che ci sono accanto, con cui faremo festa in Paradiso!

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«La scuola insegni a vivere»

25 ottobre 2013

Le nuove tecnologie, il computer, la video-conferenza ecc... sono divenute indispensabili. Intendiamoci, esse non possono rimpiazzare un insegnante fisicamente presente. Ha detto Platone: «Per insegnare, occorre eros». Eros è una parola greca che significa piacere, amore, passione. Per comunicare, non serve a nulla dispensare il sapere a fette, ma bisogna amare ciò che si fa e le persone che sono dinanzi a noi.

L’insegnante è colui che, attraverso ciò che professa, può aiutarvi a scoprire le vostre proprie verità. Se la letteratura ha una grande importanza per me, è perché essa mi racconta esperienze di vita. Perfino le tanto disprezzate serie televisive parlano d’amore, gelosia, ambizione, morte, tristezza, in breve dei sentimenti qui molto stereotipati ma tratti dalla vita quotidiana. A mio avviso, l’insegnante è un mediatore che aiuta ciascuno a comprendersi, a conoscersi. E la letteratura gioca in questo un grande ruolo. Io sono di quelli che hanno riconosciuto le loro proprie verità attraverso grandi romanzi. Dostoevskij mi ha insegnato a comprendere i miei sentimenti riguardo la vita.

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Arrossire - G. Ravasi

 

L'uomo è l'unico animale capace di arrossire. Ma è anche l'unico ad averne bisogno.

g. ravasi«O Vergogna, dov'è il tuo rossore?», grida Amleto alla madre nell'atto III del celebre dramma di Shakespeare. Una domanda che si dovrebbe ripetere ai nostri giorni in modo incisivo, perché sembra si sia smarrito quel rimorso che, già nel suo significato di base, è suggestivo: "mordere" la coscienza perché sanguini e sia consapevole del male perpetrato, della colpa, della caduta morale.

L'uomo, infatti, come afferma lo scrittore americano Mark Twain nella frase sopra citata, è l'unico animale che arrossisce, rivelando un'intima interazione tra anima e corpo, tra interiorità ed espressione esteriore, tra sussulto profondo e manifestazione visibile.

Bisogna, però, anche dire che spesso l'uomo riesce a elaborare una sorta di antidoto che gli permette di dissociare moralità e testimonianza, tant'è vero che si è creato il luogo comune della "faccia di bronzo", vera e propria maschera di autodifesa delle personalità pubbliche (ma non solo).

Così, si perde progressivamente il senso del pudore e l'ostentazione delle vergogne - e questa parola vale in tutte le sue accezioni - diventa ghiotta materia di programmi televisivi dei quali invece ci si dovrebbe solo vergognare, nel senso preciso del verbo.

È, dunque, necessario ritrovare la sensibilità, la decenza autentica, la consapevolezza della propria dignità morale, la capacità di arrossire. Cechov nei suoi Quaderni forse esagerava, ma scriveva che «una brava persona si vergogna anche davanti al suo cane».

Tratto da:http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/arrossire_20060623.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

La tua statua - G- Ravasi

 

Se non ti vedi bello, opera come fa lo scultore con una statua ancora informe: da una parte elimina, dall"altra assottiglia, qui leviga, lì ripulisce finché sulla statua non appare un bel volto. Così anche tu elimina ciò che è superfluo, raddrizza ciò che è storto, purifica e rendi luminoso ciò che è oscuro e non cessare di scolpire la tua statua finché il divino splendore della virtù non brillerà in te.

g. ravasiSe scrivessi su una rivista femminile, qualche lettrice potrebbe pensare che suggerisco la chirurgia plastica che, per altro, tenta ormai ampiamente anche i maschi. E l"osservazione non è così banale come sembra: per molti, uomini e donne, la bellezza è soprattutto quella della pelle tonica, dei muscoli palestrati, delle gambe perfette, del naso raffinato, della carne soda e così via.

No, chi scriveva queste righe era un filosofo che ha detto cose bellissime e profonde sull"anima, tanto da conquistare un santo e un genio come Agostino: era il filosofo neoplatonico Plotino (205-270) nel suo arduo e complesso capolavoro, le Enneadi (VI, 9, 9).

E allora l"abbellimento a cui egli ci rimanda non è tanto la cosmesi esteriore, ma la trasformazione della nostra essenza intima. Si tratta di un lavoro delicato e impegnativo ben più faticoso dell"uso di un bisturi o dell"immissione di una bolla di silicone.

Lo scultore, se solo colpisce troppo forte o nel punto sbagliato, può rovinare irrimediabilmente la sua opera. A maggior ragione quando di scena è lo spirito, il cuore, la vita di una persona.

Ma questo esercizio di alleggerimento dai vizi, di abbellimento, di raddrizzamento delle storture ha una meta alta: non è solo quella di stare meglio, di vivere più sereni e di essere in pace con se stessi; lo scopo ultimo è far risplendere quel fulgore misterioso che è in noi. Perché l"uomo ha in sé una scintilla divina, ha un germe di eternità, un segno di trascendenza.

Tratto da:http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/la%20tua%20statua.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 

Se anche a scuola l’evidenza è messa in discussione

22 ottobre 2013

di Giovanni Fighera

educazione scuolaL’altra sera sono stato invitato come referente del Liceo in cui insegno ad un incontro di orientamento per le famiglie e per gli studenti di terza media che si devono iscrivere alle scuole superiori. L’esperto di orientamento che ha condotto la serata ha parlato delle differenze tra Liceo, Istituto tecnico e Istituto professionale, dedicando la maggior parte del suo tempo al numero delle ore di lezione e alle materie insegnate. I Presidi e i referenti per l’orientamento di ogni scuola del territorio non sono stati invitati a parlare, come se non fosse interessante per ragazzi e genitori scoprire l’esperienza concreta e reale di ogni singola scuola. Inutile dire che si leggeva sulle facce di molti l’insoddisfazione. Chi aveva progettato la serata e chi stava parlando davvero partiva dall’esigenza di chi aveva davanti? Davvero parlava all’uditorio come se fosse suo figlio di fronte alla scelta della scuola superiore? Prima che finisse la serata sono intervenuto richiamando i ragazzi a quanto fosse importante e bella la scelta che loro avrebbero compiuto, che la scuola non era un carcere in cui si rimaneva un certo numero di ore, ma doveva essere un luogo e un punto di riferimento, in cui l’io del ragazzo e dell’insegnante si sentisse fiorire, crescere, germogliare nel desiderio di poter scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Allora ho raccontato in breve quale fosse l’esperienza che vivevo nella nostra scuola. A questo punto il moderatore ha dato la parola anche agli altri referenti delle scuole perché parlassero in breve della propria realtà scolastica. Questo è un esempio lampante di come spesso, anche in iniziative come queste, non si parta dall’uomo, dalle sue esigenze e dai suoi bisogni. L’uomo è come incapace di partire da sé, dalla sua esperienza, dalle evidenze fondamentali, è come se fosse alienato, cioè fuori da sé, come dimostra quest’altro esempio.

Qualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. Una tale impostazione negava anche l’evidenza stessa della realtà, ma negava anche l’esigenza prima che ha l’uomo, ossia sapere la verità. Quando io racconto una storia alle mie figlie, queste mi chiedono se sia vera oppure no.

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