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Educazione

L’eterna sfida dell’educatore formare persone autentiche

10 maggio 2014

L’insegnamento è un ambito dell’educazione. L’educazione abbraccia la vita. La vita è intera e universa.
C’è un’armonia possibile a cui le cose tendono, una pienezza inscritta in ogni fibra dell’universo. Le cose dell’universo nascono piccole e tendono alla loro pienezza, che Dante identificava nella gloria di colui che "tutto move" che penetra e risplende più in una parte e meno altrove secondo la scala dell’essere del creato.

In questa "scala dell’essere" alcune cose crescono per una loro interna potenza, una verità che procede intrepida e che nel suo splendore è fonte inesausta di stupore: nel movimento migratorio di uccelli, nella geometria dei petali della rosa e delle orbite celesti. Altre cose, chiamate uomini, crescono con quella stessa potenza interna, ma il loro tendere non si esaurisce in questo.

Condividono con l’universo vegetale e animale la crescita lineare, ma non si limitano alla linearità del biologico, perché caratterizzati da altri due livelli di crescita: quello dell’anima, che li rende capaci di intendere e di volere (distinguere vero/falso, bene/male, bello/brutto e scegliere), e quello dello spirito, che rende gli altri livelli capaci di trascendenza.
I livelli non sono tra loro separati, ma come cerchi concentrici si trovano a diverse profondità, simili a una spirale. Il più profondo è quello in cui alberga la trascendenza che l’uomo da solo non può darsi, ma a cui tende ogni elemento degli altri livelli: il terribile dono della libertà dà la possibilità di scegliere tra l’orgoglio dell’auto-trascendersi o l’accettazione della vita da altro.

Su questi tre livelli (corpo, anima, spirito) si gioca l’educazione integrale dell’uomo, anche se l’uomo, ferito dal male, possiede questa armonia non in equilibrio: essa quindi va curata, rafforzata, indirizzata, educata.

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Dio non ti chiamerà sul cellulare. Spegnilo!

06 marzo 2014

di Emanuela Vinai

Dopo gli avvisi ai concerti anche all’ingresso di alcune chiese, accanto all’invito a vestirsi in modo consono all’ambiente, comincia ad apparire un cartello garbato e persuasivo: Dio ti può cercare in molti modi, ma…

altUna ragazzina statunitense è morta travolta da un treno: stava cercando di recuperare il cellulare finito accidentalmente sulle rotaie. Due righe di agenzia confinate in cronaca cui nemmeno si farebbe caso più di tanto se non inducessero un pensiero che si fa tarlo: ma se cadesse a me il telefonino sui binari, cosa farei? Non so voi, ma io quasi certamente mi lancerei nel recupero senza pensarci, con volo acrobatico e slancio plastico, del tutto incurante anche dell’arrivo dell’Orient Express figuriamoci del regionale da Viterbo.

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Lettera di un (anziano) padre al figlio

 

altSe un giorno mi vedrai vecchio: se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi… abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo.

Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere… ascoltami, quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi.

Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare… ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno.

Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc; quando ad un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso… dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te ed averti li che mi ascolti.

Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo non trattarmi come fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi.

Quando dico che vorrei essere morto… non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo.

Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive.

Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te che ho tentato di spianarti la strada.

Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te.

Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te.

Ti amo figlio mio.

 

Tratto da: http://pastorale.myblog.it/2011/12/22/lettera-di-un-anziano-padre-al-figlio/

 

Ai vostri figli non chiedete: “Come è andata a scuola?”. Ma: «Cosa hai imparato di bello oggi?»

27 novembre 2013

di Giovanni Fighera

altQualche tempo fa mi è capitato un fatto che mi ha molto interrogato. Vengo contattato dalla mamma di un mio allievo, preoccupata per l’impassibilità del ragazzo davanti ad una grave insufficienza in Latino, materia per lui ostica, di scarso valore nella vita di tutti i giorni, per la quale non si intravede lo scopo di studio. Vedo la donna concentrata sul cinismo del figlio verso la materia scolastica. Allora le espongo la mia preoccupazione che non riguarda il voto in sé. Il ragazzo pochi giorni prima, commentando la gita scolastica in una bella città, mi  aveva stupito in quanto giudicava l’esperienza inutile.

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IL LEONE CHE DIVENTA SCIMMIA - G. Ravasi

 

Non imitate nulla né nessuno. Un leone che copia un leone diventa in realtà una scimmia.

g. ravasiQuando si studiava in liceo il latino, si citava il detto oraziano (era nell"Epistola I del celebre poeta di Venosa): O imitatores, servum pecus!

Che gli imitatori siano una sorta di gregge servile è vero ancor oggi quando alla libertà più sfrenata si associa una patetica schiavitù nel seguire mode e modi di vivere in forma pedissequa e ridicola.

Due sono gli animali che di solito vengono evocati per ironizzare su questa debolezza: il pappagallo col suo affettato ripetere suoni e voci, e la scimmia con le sue imitazioni gestuali degli umani. 

È a quest"ultimo animale che fa riferimento in modo sarcastico lo scrittore francese ottocentesco Victor Hugo nel consiglio che oggi abbiamo proposto come spunto di riflessione. Detto questo, ribadita la necessità di una propria autonomia e coerenza, vorrei però fare due considerazioni.

La prima la desumo dai Pensieri spettinati di un divertente autore nato nell"attuale Ucraina (a Leopoli) nel 1909 e morto nel 1966, Stanislaw J. Lec: «Per essere se stessi, bisogna prima essere qualcuno». Se non voglio cadere nel servum pecus di Orazio, devo avere una mia identità, una personalità, un pensiero, una capacità critica. Ecco, allora, la necessità di una vera formazione di se stessi, del proprio io, della mente e della coscienza.

Una seconda annotazione. Non è detto che tutte le imitazioni siano negative. Esiste un esempio per tutti, tratto dalla Prima Lettera ai Corinzi di s. Paolo: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (11, 1).

 

Tratto da: http://www.avvenire.it/Rubriche/Pagine/Il%20mattutino/IL%20LEONE%20CHE%20DIVENTA%20SCIMMIA_20060727.aspx?Rubrica=Il%20mattutino

 
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