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Cultura

Recensione del libro: “L’amore e le differenze psicologiche e comportamentali tra uomo e donna”

23 aprile, 2012

di Anna Paola Borrelli*
*teologa moralista e perfezionata in bioetica

altIl filo conduttore che lega l’intera trattazione vede l’immagine metaforica dell’amore come vite, sui cui tralci si innestano le differenze tra uomo e donna. E’ questa la sorgente che ha dato vita al libro e che ad ogni pagina ne fornisce la linfa e il respiro.

Solitamente prima si scrive un libro e poi lo si propone all’attenzione del pubblico, per me, invece, è stato un percorso al contrario. Tutto ha avuto origine da due relazioni che ho tenuto tre anni fa: l’una in un convegno culturale sulla famiglia, l’altra all’interno di un itinerario per coppie di fidanzati, sposi e operatori di pastorale familiare. Tra un incrocio di volti, uno scambio di emozioni e stralci di confidenze mi fu chiesto quasi all’unanimità, se potessi consegnare i fogli delle relazioni o meglio ancora se avessi raccolto tutto in un testo. L’anno successivo ripensai a quella proposta e oggi, grazie al Signore che mi ha posto nel cuore questo sogno e grazie ai partecipanti di quei due incontri, quella richiesta è diventata tangibile e il sogno reale.

E’ un libro in cui convergono psicologia, teologia, antropologia filosofica e poesia. Si parla di amore, fidanzamento e matrimonio.  Da varie angolature si desidera accompagnare il lettore sui sentieri della riflessione, su quegli stessi sentieri che mi hanno spronata e aiutata a considerare la diversità (maschile e femminile) come un “pozzo” di ricchezza, come una risorsa preziosa di cui forse troppo spesso ignoriamo l’importanza. L’uomo e la donna sono due individui in relazione, ma anche due mondi distinti per la diversa conformazione fisica, per la differente psicologia, per il modo difforme di pensare e di agire.  Eppure sono chiamati a divenire un “cuore solo”, un’”anima sola”, una “carne sola”. In questa apparente contraddizione c’è tutto un mistero che si descrive col termine “amore”. Nella coppia le differenze non sono pietre d’inciampo dalle quali fuggire, ma mattoni preziosi per costruire la comunione. Scoprirle insieme contribuisce a migliorare di gran lunga la qualità del proprio rapporto sentimentale e la comunicazione affettiva.

Il libro si snoda nei suoi vari passaggi, soffermandosi infatti sul dialogo di coppia che porta a scoprire le tecniche di comunicazione più avvincenti, i modi giusti per comunicarsi all’altro, i silenzi e le parole che tessono ogni storia d’amore. Vengono ancora passati in rassegna tutti quegli elementi che sono presenti all’interno di ogni vincolo affettivo come la stima, il rispetto, la comprensione, il perdono, il superamento delle difficoltà…. e semplici suggerimenti per la vita a due. E’ un libro che si rivolge a tutti e in modo speciale ai fidanzati e agli sposi, ma anche a chi è alla ricerca dell’amore vero. Il linguaggio è semplice e impastato di quotidianità, non lontano dal vivere comune, aleatorio, fatto di nozionismo o astrazione. E’ piuttosto un libro che ha il sapore della vita di tutti i giorni, corredato da simpatici aneddoti in cui ciascuno può ritrovarsi.


Tratto da: http://www.uccronline.it/2012/04/23/recensione-del-libro-lamore-e-le-differenze-psicologiche-e-comportamentali-tra-uomo-e-donna/

 

Il Festival internazionale “Letterature 2012”


19/04/2012

altPresentato ieri a Roma il Festival internazionale “Letterature 2012”. La manifestazione, giunta all’undicesima edizione, si svolgerà nella Basilica di Massenzio a Roma dal 16 maggio al 21 giugno. Scrittori, poeti e saggisti saliranno sul palco per leggere testi inediti sul tema “semplice/complesso”. Tra le novità di quest’anno, un concorso letterario e un omaggio a Italo Calvino, come spiega la direttrice della manifestazione Maria Ida Gaeta, al microfono di Michele Raviart:

R. – Il tema del Festival di quest’anno, "semplice-complesso", è un tema calviniano: c’è sempre una relazione tra il tema e l’autore cui si rende omaggio. Però, questo omaggio sarà diverso dalle altre occasioni: non ci sarà una "serata-Calvino", bensì dieci aperture di serata – tra i tre e i quattro minuti – che saranno una nuova produzione del Festival con Luca Lagash e Antonio Cremonesi e Moleskine: sono musicisti, hanno inventato dieci canzoni ispirate a dieci romanzi di Calvino. La prima sarà “Le città invisibili”, una riscrittura in forma di canzone pop de “Le città invisibili”. E così, man mano, per ogni serata.

D. – Come si svolgeranno le serate?

R. – Le serate si apriranno tutte con questa "pillola" di Calvino. Dopo questo omaggio a Calvino, inizia la serata secondo uno schema molto tradizionale del Festival. A volte, ci sono attori che introducono gli scrittori, a volte no, e ci sarà sempre musica live. Abbiamo dato notizia solo della presenza di Michale Nyman, nella prima serata, perché ci sembrava particolarmente importante segnalarla. Gli elementi che compongono le serate sono questi.

D. – Ogni sera, ci saranno sul palco almeno due autori: come sono stati scelti gli abbianamenti?

R. – Gli abbinamenti sono anche un po’ a contrasto e spiritosi. Per esempio, sfruttando un po’ il tema del "semplice-complesso", vi saranno ad esempio Karen Swan e Franca Valeri, o Sophie Kinsella e Luisa Muraro che declinano davvero aspetti molto diversi dell’identità femminile. L’altra cosa che forse è da ricordare è che nella serata del 14 giugno, insieme a Vanessa Diffenbauch e a Jeannette Winterson, ci saranno i cinque finalisti del Premio Strega 2012, come ormai da tradizione, da qualche anno.

D. – La seconda giornata del Festival sarà dedicata alla poesia, ed è anche un omaggio ad autori passati…

R. – Torno sempre al tema “semplice-complesso”, perché poi io da lì mi muovo e costruisco le serate. Se si pensa alla complessità del pensiero e a come i poeti la declinano nella semplicità del verso, la poesia quest’anno ci voleva. Con la morte di Pagliarani, tutto sommato, è finita un’intera generazione di poeti, e allora mi piaceva segnare questo passaggio di secolo. Ho chiesto a dieci poeti italiani di leggere un poeta scomparso negli ultimi dieci anni e poi propri versi. Ci sarà anche in quella serata un poeta americano, che si chiama Robert Hass, poeta residente alla “American Accademy” di Roma, che scriverà anche lui versi inediti sul tema.

D. – Sul tema “semplice-complesso”, quest’anno ci sarà anche un concorso letterario rivolto agli spettatori...

R. – Uno dei punti di forza del Festival è sempre stato il pubblico: quest’anno, alla boa dei dieci anni, ho detto: ‘Facciamo una cosa che coinvolga direttamente il nostro pubblico’. Potranno partecipare tutti, con 1.800 parole. Basta consultare il sito www.festivaldelelletterature.it, si cerca il concorso e saranno votati i testi on-line. Accogliamo al concorso i primi cento testi, poi li rimettiamo in rete e i primi cinque saranno premiati e coinvolti un po’ nell’ultima serata del Festival.

 

Tratto da: http://www.radiovaticana.org/it1/articolo.asp?c=581330

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 20 Aprile 2012 13:59 )

 

La solitudine dell’anima

INTERVISTA

.Accettare lo stare da soli come un segno della Grazia. Un’arte difficile che esige di saper ascoltare il silenzio. Parla lo psichiatra italiano

Borgna, la solitudine che vince il rumore



DAL NOSTRO INVIATO A NOVARA

MARINA CORRADI

« Solitudine» è parola usa­ta quasi sempre in un’accezione negativa.

Normalmente è sinonimo di emar­ginazione e esclusione. Ma l’ultimo saggio dello psichiatra Eugenio Borgna (La solitudine dell’anima ,

Feltrinelli) osa parlare anche di un’altra solitudine. Della ricercata solitudine di chi sceglie di sfuggire al rumore cui quotidianamente siamo consegnati. Della 'bella' so­litudine dei mistici; della creativa solitudine dei poeti. Su questa pa­rola dunque Borgna indaga e ne trae un’altra, oggi oscurata, dimen­sione. «Occorre distinguere – dice Borgna – la solitudine dall’isola­mento, che ne è la faccia negativa: la condizione cioè imposta da do­lore, malattia, povertà, o dalla no­stalgia feroce di un lutto. Anche l’i­solamento però può essere scelto: è il rifiuto intenzionale dell’altro, o il vassallaggio delle proprie pulsio­ni egoistiche, che rompe ogni co­munione con il prossimo».

Ma l’altro volto, luminoso, della so­litudine è appunto la solitudine scelta: «Per cercare – dice Borgna – il proprio cammino di vita interio­re:

In interiore homine habitat veri­tas, noli foras ire…,ammonisce A­gostino ». E tuttavia i due aspetti, l’isolamento afflitto e la ricerca di sé, non sono regni divisi da invali­cabili confini: «Esistono sconfina­menti, e correnti carsiche, che flui­scono dall’una all’altra condizione. Perché ogni forma di isolamento può essere riscattata».

La nostalgia c’entra dunque con la solitudine, come eco di qualcosa che conoscevamo e abbiamo per­duto?

«Certo. La 'bella' solitudine di Te­resa d’Avila è domanda di attingere a qualcosa di non più tangibile, co­me in una memoria perduta. In Te­resa, la solitudine è apertamente chiamata 'grazia'; e 'disfatta', è quando questa solitudine scompa­re. In una sfolgorante intuizione: solitudine è lo spazio vuoto che può essere colmato da Dio. Come suggerisce anche un verso di Emily Dickinson: 'Forse sarei più sola/ senza la mia solitudine'».

Ma un’altra Teresa, Teresa di Cal­cutta, che lei cita, in diari straziati dice di una notte di solitudine in­teriore, del suo 'sorridere sem­pre', mentre dentro si avverte completamente vuota. Che razza di solitudine è, questa? Non po­trebbe essere quasi come una tal­pa che scava un vuoto più grande, per fare spazio a un altro che pre­me?

«Ogni solitudine è ritorno in se stessi, e ascolto dei motivi di dolore in noi. Se viviamo esposti al rumo­re, senza mai staccarci da questa terribile elisione di ogni relazione vera, ecco che la solitudine, pur a­prendoci orizzonti senza fine, ci fe­risce, perché ci fa conoscere espe­rienze che nella vita immersa nel rumore non possiamo nemmeno immaginare».

D’altronde il 'rumore' è lo stato in cui la maggioranza di noi vive.

«Sì, viviamo nel terrore del silenzio, e nella angoscia del confronto con noi stessi, e con il senso. Teresa di Calcutta, nella sua solitudine di ghiaccio, aveva una nostalgia straziata di Dio e dell’infinito».

Chi si affaccia sul silenzio di u­na clausura ne resta spesso af­fascinato e insieme spaventa­to. Che cosa nella solitudine monastica ci sbalordisce, e però ci fa paura?

«Da una parte il fatto che in clausura ci si sottrae al mondo, e agli affetti. Scompare quasi com­pletamente la parola, nel silenzio che sigilla. Chi non ha una fede al­tissima e un’acuta nostalgia dell’in­finito percepisce in tutto questo un’eco di morte – morte delle cose contingenti. Ma quando assisti, co­me a me è capitato nel monastero di San Giulio a Orta, ai voti di gio­vani donne che con voce ferma e dolce rispondono al vescovo: sì, abbandono il mondo, allora intui­sci che la clausura è il luogo di un incontro assolutamente concreto.

Queste donne sono la testimonian­za di una nostalgia di infinito che vive in noi. E tutto questo è grazia, come diceva Bernanos».

Nel libro lei cita Etty Hillesum, la giovane ebrea morta a Auschwitz che scriveva: 'Innalzo intorno a me le mura delle preghiera come le mura di convento'.

«Nel mezzo dello sfacelo delle per­secuzioni naziste la preghiera per la Hillesum è scudo, è invisibile cortina che la salva dal nulla. Ma da dentro quelle mura vedeva tut­to, concependo un senso anche al­la morte e allo strazio».

E tra solitudine e poesia, che rap­porto c’è?

«Siamo sempre dentro alla nostal­gia dell’indicibile. La solitudine af­franca, ringiovanisce, è premessa, come la malinconia, della genesi della esperienza poetica. Solitudi­ne, anche qui, è un rientrare in sé, e ascoltare gli abissi».

Allora poesia e preghiera si asso­migliano?

«La grande poesia difficilmente si distingue dalla preghiera. Penso a Petrarca, a Dante. Il luogo di comu­nanza è che entrambe attingono alla più profonda domanda, e che entrambe nascono più abbaglianti dalla disperazione. Certo l’ultimo orizzonte della santità è Dio, che incendia e trasfigura tutta la vita; mentre la poesia è maieutica per gli altri. In un certo senso, i poeti sono dei mes­saggeri. E però quali affinità tra l’ostinato bus­sare di Leopardi contro una por­ta che apparen­temente non si apre, e lo strazio oscuro di ma­dre Teresa».

Anche la psichiatria, lei scrive, è incontro fra due solitudini.

«Da un anno mi confronto con due pazienti ad alto rischio di sui­cidio. È come parlare con qualcu­no che minacci di buttarsi da un cornicione; è la disperata tensione a stabilire una relazione con il ma­­lato, a non sbagliare una parola. È allora che uno psichiatra avverte la sua impotenza, e si comprende egli stesso solo: in una solitudine che è emblema di uno scacco sen­za fine».



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«Emily Dickinson, Etty Hillesum, Madre Teresa: donne con la nostalgia dell’infinito. Una ricerca che è anche nella poesia e nella preghiera»

 



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«Avvenire» del 05.02.11 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 11 Novembre 2012 02:36 )

 
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