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Cultura

Olivetti l'anti-manager

15 ottobre 2013

IL J'ACCUSE

Sono l’unico sopravvissuto, l’unico superstite e superteste, dei tre stretti collaboratori di Adriano Olivetti. Il critico letterario Geno Pampaloni e il giornalista e scrittore Renzo Zorzi, vicino ai socialisti, purtroppo sono morti. Quindi, non posso tacere. (...) L’imprenditore non è un amministratore. L’amministratore amministra l’esistente. Gestisce. Calcola le entrate e le uscite. Imposta i bilanci preventivi e analizza i bilanci consuntivi. Meticoloso, puntuale, occhiuto. Deve essere onesto e solo in Paesi tecnicamente arretrati e moralmente discutibili si depenalizza il falso in bilancio. In Paesi mediamente civili si va in galera. L’amministratore è un gestore. L’imprenditore è un sovversivo. Non accetta l’esistente come dato di fatto. La sua azienda deve essere processiva e propulsiva, senza confondere espansione caotica e priva di disegno con lo sviluppo ordinato e omogeneo, rispettoso degli equilibri ecosistemici e dei ritmi vitali della comunità. Olivetti era un imprenditore. Trasformò la piccola fabbrica paterna di mattoni rossi, in via Jervis a Ivrea – la prima in Italia a produrre macchine da scrivere –, in una grande azienda multinazionale su scala planetaria. Ma nulla in lui aveva a che vedere con la rapacità del tycoon di oggi. E questo per almeno due aspetti essenziali. Olivetti rifiutava e denunciava polemicamente il principio della a-territorialità su cui si fondano le iniziative, spesso piratesche, delle multinazionali, le quali negano in tal modo ogni responsabilità etica verso la comunità d’origine. Inoltre, egli considerava il profitto un indice indubbiamente importante della razionalità della gestione, produttiva e distributiva, la quale però non andava concepita come obiettivo da conseguirsi nel più breve tempo possibile, bensì tenendo presenti le caratteristiche umane e dell’ambiente. In altri termini, industrializzare senza disumanizzare.

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Debolezza, la vera forza del cristiano

14 ottobre 2013

Non so come sia morta Cristina né se si chiamasse veramente Cristina. È probabile, come per molte ignote martiri cristiane, che il nome di Cristina le sia stato attribuito solo dopo il martirio. Non so neppure quale sia stato il martirio subito da Cristina: so soltanto che Cristina è la fanciulla che vado a trovare ogni giorno, distesa nella sua teca, nella chiesa del Redentore a Milano, sotto il grande crocifisso. I pochi capelli biondi le scendono discreti, nella loro umile finzione, ai lati del volto: sotto la maschera rosata, dietro le palpebre abbassate, Cristina dorme da secoli. È ricoperta da una veste bianca, il petto attraversato dalla palma guadagnata con il martirio. Del suo vero corpo scorgo solo le fragili ossa dei piedi infilate nelle pantofoline scollate. Di Cristina dicono si sia conservata l’ampolla del sangue, murata dietro la lapide che ricorda il secolo in cui è vissuta e in cui è morta. Ho familiarità con Cristina e le parlo: ma brevemente, per non disturbarla. A Cristina attribuisco, senza alcun dubbio, due delle tre virtù teologali: la fede e la speranza. Ma, soprattutto, a lei così fragile, così debole, attribuisco la terza delle quattro virtù cardinali: la fortezza. Fortitudo, l’avrebbe chiamata lei se, nella sua innocenza, l’avesse riconosciuta.

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Chi colma il cuore della donna

IMG_1923di Costanza Miriano

Ecco il testo della relazione che avevo preparato per il Seminario per i 25 anni della Mulieris Dignitatem, organizzato dal Pontificio Consiglio per i laici. Purtroppo poi non ho resistito e ho cominciato a raccontare di telefonate alle amiche incaricate di dirmi che sono magra e di mariti divanauri – figure mitologiche metà uomo e metà divano – incontrate in tutta Italia. Mi sono così giocata la possibilità, probabilmente unica in vita mia, di apparire autorevole davanti a donne venute dai cinque continenti. Aggiungo solo che il giorno dopo le partecipanti al seminario sono state ricevute in via eccezionale dal Papa, al quale ho dato “Casate y sé sumisa”, Sposati e sii sottomessa in spagnolo. Il Santo Padre mentre me ne andavo mi ha richiamata per ricordarmi come proseguiva la frase di San Paolo. Così gli ho dato anche “Sposala e muori per lei”. Credo che entrambi i volumi stiano già sostenendo le zampe di un tavolino traballante nella gendarmeria vaticana.

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"Le vittime continuano a chiedere giustizia a Dio" Così pensano gli ebrei

14 Ottobre 2013

di Maria Chiara Biagioni

CASO PRIEBKE
 
In quest’ottica - spiega padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, uno dei più grandi esperti italiani di ebraismo - è più facile capire le parole di Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, quando afferma che "ora le vittime di Priebke sono ad attenderlo lassù in cielo, nella speranza che ci sia giustizia divina"
 
altPolemiche infuocate sui funerali dell’ex ufficiale delle SS Erich Priebke morto a Roma venerdì scorso. Dopo un rimbalzo di dichiarazioni, è il vicariato di Roma ad intervenire chiarendo di aver scelto una strada “diversa da quella abituale, riservata e discreta”: la preghiera per il defunto pertanto si è svolta non in una chiesa ma in forma strettamente privata, cioè nella casa che ospitava le spoglie del defunto. Del resto, è troppo viva la memoria dell’Olocausto sulla pelle di tanti romani ebrei e non. Qualunque manifestazione di omaggio, civile o religioso, sarebbe stato “un intollerabile affronto alla memoria di coloro che caddero nella lotta di liberazione dal fascismo e dal nazismo”. “Di fronte alla morte di Priebke - ha detto il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici - non si piange e non si ride perché in nessuno dei due casi le vittime potrebbero tornare indietro, in vita. Resta l’amarezza per una figura che non si è mai pentita di ciò che ha compiuto e si è sporcata le mani di sangue come tutte le truppe naziste. Ora le sue vittime sono ad attenderlo lassù in cielo, nella speranza che ci sia giustizia divina”. Abbiamo raggiunto telefonicamente padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, uno dei più grandi esperti italiani di ebraismo e amico di una generazione di ebrei.

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Big Bang o Genesi, il falso dilemma

11 ottobre 2013

alt«Tra scienziati, anche in privato, capita molto raramente di parlare di filosofia o teologia. C’è molto pudore ad affrontare certi temi». Krzysztof Meissner, 52 anni, docente di fisica teorica all’università di Varsavia, è uno dei massimi studiosi di fisica delle particelle in Europa, ha lavorato nei più importanti centri di ricerca al mondo, da Harvard, all’École polytechnique di Parigi, al Cern di Ginevra. Per cui, quando confessa di sentirsi spesso frustrato dalla mancanza di spazi di confronto con i propri colleghi sulle domande ultime che fanno da sfondo allo scavo scientifico, lo fa a ragion veduta.

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