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Luzi e il dubbio di Cristo sulla Croce

08 marzo 2014

 
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Giovanni Paolo II con Mario Luzi e il cardinale Silvano Piovanelli durante l’udienza privata concessa al poeta il 20 maggio 1999 (Ap/Arturo Mari

 

Ho una piccola foto, tra le pochissime che con­servo, ritrae Papa Wojtyla e Mario Luzi che si stringono la ma­no. Non un abbraccio, l’abbraccio come usa da troppo tempo anche tra semplici conoscenti, ma la loro stretta di ma­no è un vero, autentico abbracciarsi. Risale alla per me leggendaria, e per tanti altri storica, esecuzione della Passione scritta dal poeta su invito, o con la piena adesione, del Pontefice. Quella fotografia è per me esempla­re, perché in essa religione e poesia si stringono la mano,

due mani ugual­mente forti, pur se molto dissimili: lunga, sottile, da pianista o scrittore di versi, energica ma esile l’una; mu­scolosa, da operaio, da partigiano, da sciatore e nuotatore l’altra. E così i corpi: asciutto, longilineo, aereo l’u­no, aitante spalluto, muscoloso, tornito, l’altro. Poi un elemento in cui i due uomini sono identici: il sorriso. La poesia e la religione si incontrano, e l’evento è natura­le e ab origine, ma qui accade at­traverso due esseri in carne e os­sa, ognuno dei quali comprende una parte dell’altro. Poeta e dram­maturgo di razza, da giovane, il Pa­pa, uomo religioso da sempre e in toto il poeta. Uomo religioso in toto significa che la cultura cattolica a cui Luzi appartiene, pur inscindibile dal­la sua anima e opera, non è l’ele­mento primo e discriminante: Luzi è religioso a priori, legato come è da un rapporto viscerale e luminoso alla vi­ta, il cosmo, la terra, l’uomo. 

L’uomo che accetta dopo «la sorpre­sa, un contraccolpo di vero e proprio sgomento» l’invito a scrivere una Via Crucis (che avrà luogo nella Pasqua del 1999 al Colosseo, presieduta da Giovanni Paolo II), che prova un «dubbio di insufficienza o inadegua­tezza », e il timore che la sua «dispo­sizione interiore non fosse così lim­pida e sincera quanto il soggetto ri­chiedeva » non è un poeta confessionale, ma il maggiore interprete ita­liano vivente della grande poesia che nel Novecento rimette in scena il di­lemma di Shakesperae, to be or not to be , «essere o non essere», vale a dire: il mondo e la realtà esistono o sono illusioni? Questa domanda sin dal­l’origine drammatica diviene nel Nove­cento tragica: poe­ti come Eliot, Pound, Yeats, Ungaretti, Bon­nefoy, Luzi, so­stengono co­munque la realtà del mondo, mentre altri grandi, come Montale, ne dubitano, seppur stoicamente. Sin dal­l’inizio, dal libro d’esordio La barca, la poesia di Luzi manifesta questa im­mersione nell’avventura fluttuante e perigliosa dell’esistenza, sin dall’ini­zio «dalla barca si vede il mondo», a cui seguirà, negli anni di piena ma­turità «felici voi nel movimento» (guardando dal ponte i vogatori sul­l’Arno), immagini di incessante vita­lità entro il paesaggio del mondo, che nella Passione diviene oggetto di me­ravigliosa nostalgia da parte di Cri­sto. Il quale diviene, nell’invenzione del poeta, diviene unico protagoni­sta: La Passione è quindi un monolo­go, Luzi dà voce solo a Gesù, nel ter­ribile momento in cui la sua vita di uomo si inoltra nel martirio e la sua natura di figlio si approssima al ri­torno alla luce del Padre. 

Drammaturgicamente Luzi crea una lingua metricamente libera e insie­me guidante, che costringe l’attore a seguire il sottotesto musicale e rit­mico. Esclude figure fondamentali, Maria, Giuda, Pilato, non insuffla le voci degli angeli: tutto è incorporato in quella di Cristo che ci travolge nel­la sua sofferenza, nel suo dubbio di non avere fatto abbastanza nel mon­do, nel suo amore per l’uomo, il fra­tello che lo sta massacrando e umi­liando, nell’ improvvisa, attimica an­gosciosa paura che non tutto sia sta­to previsto dal Padre, che qualcosa possa sfuggire al disegno divino, e contemporaneamente, simultanea­mente, nella sua continua preghiera a Lui, a cui senza sosta chiede per­dono per la propria debolezza di umano a tratti dubitante. Ter­rificante la potenza d’amore emanante da questo mono­logo: Cristo ha paura di a­vere sbagliato, di non ave­re saputo abbastanza a­mare i fratelli che lo stan­no uccidendo, ma nello stesso tempo si scusa col Padre per questo suo, 'delirio': delirio di un uomo debole che sta su­bendo la croce e le per­cosse. Il verso luziano trionfa, fino al culminante Coro che sostituisce la voce di Gesù ormai morto e pros­simo a risorgere: «Noi con a­more ti chiediamo amore».

Roberto Mussapi

Tratto da: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/LUZI.aspx

 

 

Ultimo aggiornamento ( Sabato 08 Marzo 2014 19:10 )

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