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Chiesa

Se Dio ride è a fin di bene

 
Sosteneva lo scrittore Albert Camus che «non si potrebbe spingere l’ironia più oltre» rispetto alla figura dell’apostolo Pietro che per tre volte rinnega il Signore ma viene scelto come «pietra» su cui fondare la Chiesa di Cristo.

Ed Erasmo da Rotterdam, fra i primi a riconoscere il valore ironico racchiuso nella Bibbia, era affascinato dalla frase mordace pronunciata da coloro che sputano e colpiscono Gesù dopo il giudizio davanti a Caifa: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». Se si scava fra le pagine della Scrittura, sgorga dai testi dell’Antico e del Nuovo Testamento una sorta di fiume carsico che non sempre balza subito agli occhi: è quello dell’ironia che puntella la storia della salvezza e che «può essere letto come una forma pudica per andare oltre la prima apparenza e annunciare la verità», spiega don Roberto Vignolo, docente di esegesi alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano.

Un tema che domani e domenica sarà al centro del convegno «E Dio sorrise». Ironia e riso nella Bibbia promosso a Firenze dall’associazione culturale “Biblia”. «Probabilmente il sorriso di Dio è stato trascurato – afferma il biblista e saggista Paolo De Benedetti –. Quasi che il sorriso non fosse conveniente all’immagine dell’Altissimo. E, invece, se il Signore ha occhi con cui ci guarda, orecchie con cui ci ascolta e lingua con cui ci parla, allora ha anche labbra con cui ride di gioia assieme alle sue creature».

Ecco perché questi caratteri che i libri sacri presentano non vanno trascurati. «Anzi, rimandano alla possibilità di sorridere con Dio – sottolinea Paolo Naso, coordinatore del master in religioni e mediazione culturale all’università La Sapienza di Roma –. Ed è salutare mantenere il tipico distacco dell’ironia anche nel rapporto con la religione per scongiurare interpretazioni fondamentaliste». Nell’Antico Testamento questa forza retorica emerge in più pagine. E si trasforma persino in riso. Come racconta la Genesi quando Sara ride perché potrà «davvero partorire» anche se è «vecchia».

E darà alla luce Isacco, che significa appunto «figlio del sorriso». A De Benedetti piace citare anche un versetto del Salmo 104, inno alla bellezza della Creazione, fra cui c’è il mare dove «nuota il leviatano che hai creato perché sorrida con te». «Una tradizione rabbinica – rileva il saggista – ci dice che il Signore ride con l’uomo, ma non ride dell’uomo se non quando l’uomo cancella dal suo cuore il volto dell’Onnipotente». E il Talmud aggiunge: «Il Santo, benedetto egli sia, si siederà sul suo trono e riderà degli empi che vengono distrutti». «Una citazione – chiarisce De Benedetti – che non ha toni sarcastici. Piuttosto evidenzia come il sorriso di Dio compaia quando la malvagità viene scomparsa: quindi, il suo è un riso di felicità che si spalanca sul bene». I Vangeli non descrivono i sorrisi di Cristo. «Ma direi che è ironico il messaggio centrale del Nuovo Testamento – dichiara Vignolo –. Come si legge negli Atti, “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”».

E il teologo ricorda il cartello crudele sulla croce, l’Inri latino. «Con quella scritta l’autorità romana voleva irridere il Signore e i giudei, ma all’opposto annuncia la nuda verità e viene essa stessa beffeggiata dall’evangelista». Il Vangelo ironico per eccellenza è quello di Giovanni che con i suoi commenti fa risaltare le incongruenze intorno a Cristo. E lo stesso Gesù si affida più volte a questa chiave di lettura: dal dialogo con la Samaritana ad alcuni discorsi in parabole.

«E anche le beatitudini hanno questa prospettiva – sottolinea Vignolo –. Del resto, tutta la nostra fede è di per sé ironica perché comporta un’inversione dei valori che sono il riferimento per il mondo». Una sintesi di ironia sull’«evento Cristo» è racchiusa nella seconda Lettera ai Corinzi dove Paolo scrive: «Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà».

«È fin quasi paradossale – afferma il sacerdote – che un ricco si faccia povero e arricchisca con la sua miseria». Forse, senza accorgersene, il sorriso di Dio è entrato comunque nella letteratura, nella musica popolare e persino nei cartoon. «Mark Twain – spiega Naso a titolo di esempio – ci narra nelle Avventure di Tom Sawyer come la dimensione religiosa pervada la società, a iniziare dalla faccia tosta del protagonista che contratta l’acquisto di alcune cartoline pur di ottenere in premio una Bibbia che non merita».

Poi ci sono i musical come The Blues Brothers o Sister Act in cui «la Scrittura detta i linguaggi dei copioni e soprattutto risalta nel percorso di riscatto dei personaggi», aggiunge il docente. E, se si guarda agli attori di carta, Naso menziona i Peanuts di Charles Schulz. «I protagonisti parlano come i profeti e si pongono domandi esistenziali simili a quelle della Bibbia». Morale? «La redenzione è un cammino di gioia – conclude il docente della Sapienza –. E nella gioia ci sta anche la risata».

Giacomo Gambassi
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/se-dio-ride-e-a-fin-di-bene.aspx
 

Rapporto sulla fede: aumentano gli atei, ma il mondo non volta le spalle a Dio


20/04/2012

altCala il numero di chi si dichiara credente, ma il mondo non volta le spalle a Dio: è quanto emerge da uno studio dell’Università di Chicago che ha raccolto dati sulla religiosità in 30 Paesi. La ricerca mette l’accento sulla crescita del numero di chi si dichiara ateo, specie in Occidente, ma al tempo stesso rivela situazioni in controtendenza rispetto a questo trend. Una complessità sulla quale si sofferma il sociologo Massimo Introvigne, intervistato da Alessandro Gisotti:

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R. – Questo non è uno studio originale, ma è un’elaborazione al computer di dati già noti che vengono dall’International Social Survey Programme da tre versioni di questo programma – nel 1991, 1998 e 2008 – e riguarda solo un aspetto: le credenze. Naturalmente, i ricercatori sono consapevoli che questo è solo un indicatore. Poi c’è, per esempio, chi si reca ai riti religiosi ed è tutto un aspetto che loro non hanno preso in esame … Le conclusioni che gli stessi ricercatori propongono, sono due. Il primo che, con eccezioni in quasi tutti i Paesi, c’è un lieve aumento di coloro che si dichiarano “non credenti”, e tuttavia questo aumento è talmente ridotto in numeri assoluti, da rientrare nel margine dell’errore statistico. Mentre il secondo dato è che ci sono differenze enormi tra i Paesi.

D. – Quali sono i dati più significativi di questo Rapporto?

R. – Io ne cito due. Il Rapporto adotta categorie sue. Il livello massimo di credenza in Dio, quello di un rapporto personale con Dio che interferisce nella mia vita, tra i giovani con meno di 28 anni in Italia – e questo forse potrà sorprendere qualcuno – è ad un livello relativamente alto, sopra al 50 per cento, mentre in Francia è intorno al 10 per cento. Un altro dato: si dice che il numero degli atei aumenti, ma tra il 1998 e il 2008 in Russia è sceso dell’11,8 per cento. Segnalo ancora due dati: un forte aumento dei credenti - più 20 per cento – in Israele, che correttamente è attribuito non solo alla situazione di guerra, ma anche a un dato demografico: gli ebrei ortodossi hanno da decenni molto più figli degli ebrei secolarizzati; e un doloroso calo dei credenti in Irlanda, che è attribuibile alla grande risonanza che hanno avuto gli scandali dei preti pedofili.

D. – Cala la fede praticata, ma in qualche modo si registra un aumento nella ricerca di spiritualità …

R. – Penso che ci sia un dato nuovo, interessante e cioè lo scavo, che peraltro è congruo con molta ricerca sociologica contemporanea anche con l’attenzione della Chiesa – penso all’iniziativa del Cortile dei Gentili – uno scavo tra diverse forme di ateismo e quindi la distinzione fra un ateismo forte (quelli che sono veramente convinti di essere atei) e invece un ateismo debole, cioè una sostanziale lontananza dalla religione, specie istituzionale, ma accompagnata da dubbi e da domande. Allora, se per esempio prendo il dato italiano, trovo che gli atei forti sono – come dicevo – un numero molto basso: l’1,7 per cento; mentre questa sfera, che è quella cui veramente si rivolge l’iniziativa cattolica del Cortile dei Gentili – degli atei deboli –, a seconda di come si pongono le domande andrebbe dal 5,9 al 7,4. Mi sembra che anche dal punto di vista pastorale sia molto importante questa categoria degli atei deboli, cioè di persone lontane dalla religione ma non prive di inquietudini, di domande e di problemi. Lo stesso Santo Padre Benedetto XVI, nell’ultima parte della sua Lettera apostolica “Porta fidei” che indice l’Anno della fede, ci parla proprio di queste categorie come categorie con cui va aperto un dialogo rispettoso nella prospettiva dell’evangelizzazione.

 

Tratto da: http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=581478

 

La fuga delle donne?

 
CHIESA E SOCIETA'
 
​È raro che il titolo di un libro diventi uno slogan culturale. È successo con La prima generazione incredula di don Armando Matteo, teologo di vaglia, docente all’Università Urbaniana di Roma, già allievo del pensatore tedesco Elmar Salmann. Ora il focus d’indagine di Matteo, a metà tra il saggio di costume e l’inchiesta teologica, si concentra su La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa (Rubbettino, pp. 112, euro 10, da domani in libreria). Dove le sorprese non mancano: sulle donne la Chiesa "ufficiale", vedi il magistero di Giovanni Paolo II, è giudicata dal teologo calabrese più "avanti" di quella "base".
Lei individua in quella del 1970 la generazione del distacco tra l’universo femminile e la Chiesa. Un anno vicino al Sessantotto …
«Il mio libro nasce da due constatazioni. Nei miei diversi incontri in giro per l’Italia, tra parrocchie, associazioni, diocesi, ho riscontrato l’assenza, nella vita della Chiesa, delle quarantenni. Questa percezione ha trovato conferma in un’indagine di Il Regno, curata da Paolo Segatti e Gianfranco Brunelli. Qui compare un dato significativo: dopo il 1970 non si nota più se siano i maschi o le femmine quelli più distanti dalla fede. Cioè, se negli anni precedenti al 1970 (quindi, alla soglia delle quarantenni di oggi) l’allontanamento dalla religione era più spiccato tra i maschi, da quell’anno non vi è differenza tra uomini e donne. La vicinanza con il ’68? Posso dire che, al di là della coincidenza temporale, nelle attuali quarantenni si evidenziano i segni della rivoluzione di quell’anno. Rivoluzione nel voler cambiare le parole comuni come "padre", "madre", "figlio" e nel voler creare tutto ex novo».
La distanza delle quarantenni è solo "colpa" della Chiesa?
«Il dato di partenza nella mia riflessione è che le giovani donne di oggi hanno meno stima della Chiesa rispetto a prima. Da qui azzardo alcune interpretazioni, senza voler essere esaustivo: anzi, il mio vorrebbe essere un contributo alla riflessione, ben vengano le obiezioni. A mio parere nella comunità dei credenti è mancato, rispetto all’universo "rosa", lo stile conciliare dell’ascolto. Nel clero, soprattutto, sopravvive una certa immobilità dell’immaginario femminile. Troppo spesso si pensa ancora la donna secondo il detto tedesco Kinder, Küche, Kirche, cioè "bambini, cucina, chiesa". Nella Chiesa non c’è sempre stato un atteggiamento di ospitalità rispetto all’acquisita soggettività della donna nell’era contemporanea. La teologia e il magistero, soprattutto a partire da Giovanni Paolo II, hanno superato ogni forma possibile di discriminazione e hanno chiarificato gli eventuali dubbi e le ambiguità. È invece a livello di Chiesa di base (penso alla formazione nei seminari) che rimane la fatica del prendere coscienza della nuova posizione sociale della donna».
E da parte femminile, qualche autocritica?
«Domanda delicata. Forse ci dovrebbe essere una maggior consapevolezza poiché, visto che in Occidente la trasmissione della fede è stata per lo più matrilineare, se perdiamo questo reciproco aiuto, quale scenario ci sta davanti? La questione della fede è legata a doppio filo con la figura della donna: sono state loro le prime evangelizzatrici! Mentre oggi subiscono la pressione mediatica di una società che continuamente pone il messaggio della Chiesa e del magistero contro di loro».
Lei nota un segno di speranza nei numeri stabili delle vocazioni monastiche "rosa" …
«È vero, su questo i dati sono positivi. La vita religiosa femminile in Italia non è in una situazione facile. Ma negli ordini monastici le donne "tengono" ancora, visto che sono 7 mila. In parte la crisi degli ordini femminili tradizionali è legata alla scomparsa di alcune situazioni (vedi la povertà o la mancanza di istruzione) che oggi non sono così pressanti nella nostra società. D’altra parte gli ordini monastici tengono in grande attenzione la cultura e la preparazione intellettuale delle donne. Le congregazioni "classiche" fanno fatica a ripensarsi nella società odierna».
La Chiesa ha più volte indicato come alcune "conquiste" della società, vedi fecondazione artificiale, aborto, selezione pre-natale, siano contro la donna. Come fare perché la voce del magistero risuoni veramente come "dalla loro parte"?
«A mio parere, sulle questioni bioetiche bisogna restare da un lato fedeli ai temi e valori che lei enunciava, dall’altro serve un linguaggio meno astratto e più legato alla concretezza della vita delle donne. Spesso il nostro parlare come Chiesa viene percepito come proveniente da un universo maschile, che non guarda alla vita concreta. Comunque, sono molti i temi su cui è possibile una nuova alleanza tra donne e Chiesa. Penso all’opposizione contro il maschilismo strisciante della nostra società, che discrimina la donna usandola nelle pubblicità e tv. Guardiamo a un dato: le laureate sono più numerose dei laureati, eppure le cattedre universitarie sono per lo più maschili! E poi: il problema della denatalità, della conciliazione tra maternità e lavoro, la posizione della donna in politica. Tutte questioni sulle quali è possibile trovare consonanza».
 
Lorenzo Fazzini
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/donne-in-fuga.aspx
 

La sintonia che dà futuro

 
Benedetto XVI e i diritti basilari
 
Il magistero di Benedetto XVI ha avuto, e ha, un contenuto antropologico speciale, essendo diretto all’uomo di oggi, con le sue aspirazione e ansie, le conquiste che realizza, le sconfitte che patisce. Papa Ratzinger – vale la pena di rifletterci in questo giorno anniversario della sua elezione al soglio di Pietro – ha esaltato l’universalità della funzione petrina approfondendo il ruolo centrale che il rapporto tra fede e ragione svolge per aiutare l’uomo a realizzare le idealità più profonde, nella costruzione del suo cammino storico.

Con l’enciclica Spe salvi del 2007 il Papa parla della fede che elimina la paura, soddisfa il bisogno di trascendenza che esiste nel cuore dell’uomo, promette la vita eterna. Ma il Vangelo, aggiunge, non comunica solo ciò che si può sapere, il Vangelo «è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente, gli è stata donata una vita nuova» (n. 2). La fede trasforma l’uomo, può cambiare il mondo: è questo il messaggio di speranza che Benedetto XVI trasmette nei suoi viaggi tra i popoli, negli incontri con i rappresentanti degli Stati, nella catechesi dentro e fuori San Pietro. La fede in Dio, l’incontro con Gesù, dona a ognuno di noi una solidità interiore che da soli non abbiamo, rende capaci di aprirsi agli altri, diffondere amore anziché egoismo, alleviare le sofferenze, mutare le barriere che dividono in confini aperti, che avvicinano gli uomini.
Se la fede trasfigura l’uomo, la ragione svolge un ruolo decisivo, perché essa è «il grande dono di Dio», lo strumento con il quale l’uomo può crescere e conoscere l’universo che lo circonda. Ma la ragione ha dei limiti che i filosofi di tutti i tempi avvertono, non dà una conoscenza perfetta, perché ciò implicherebbe un intelletto assoluto, ha bisogno di un orizzonte più ampio che la spinga verso il bene. Per Benedetto XVI, fede e ragione sono complementari, devono integrarsi, l’equilibrio si realizza quando la ragione si apre «alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana» (Spe salvi, n. 23). Il magistero del Papa è ricco di gioia e di speranza, perché la fede non umilia né frena la ragione, ma la potenzia, la aiuta a scegliere il bene; solo la scissione della ragione dalla fede fa perdere il cordone ombelicale con la visione d’amore e solidarietà che il cristianesimo ha introdotto cambiando il corso della storia.

Nell’accordo tra fede e ragione l’uomo è in grado di conoscere e comprendere i fondamenti della legge naturale, e su di essi può costruire un ordine giusto che si fondi sui diritti umani, la cui origine è nella concezione evangelica della giustizia. Sulla scia dei suoi predecessori, Benedetto XVI è il pontefice che più ha impegnato il magistero della Chiesa nella difesa e promozione dei diritti umani, della loro universalità, diffondendone il significato tra i popoli, chiedendone l’attuazione agli Stati e ai legislatori, invocando il rispetto di quella libertà religiosa che in tante parti del mondo è violata con persecuzioni e violenze, soprattutto nei confronti dei cristiani. In virtù di questo impegno, il Papa avverte il rischio che i diritti umani siano sviliti e declassati per il relativismo che si diffonde come un veleno in alcune correnti del pensiero moderno. Egli è consapevole che non si può essere relativisti assoluti: quando si eleva l’arbitrio individuale a guida dell’agire si oscura l’orizzonte dei diritti umani, si nega il loro fondamento ontologico.

Nel settembre 2010, al bureau dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Benedetto XVI ha ricordato che, «tenendo presente il contesto della società attuale, nella quale si incontrano popoli e culture differenti, è imperativo sviluppare sia la validità universale di questi diritti, sia la loro inviolabilità, inalienabilità e indivisibilità». Di qui i rischi che si proiettano nel campo dei valori, dei diritti e dei doveri: «Se questi fossero privi di un fondamento razionale, oggettivo, comune a tutti i popoli, e si basassero esclusivamente su culture, decisioni legislative o sentenze di tribunali particolari, come potrebbero offrire un terreno solido e duraturo per le istituzioni sopranazionali?». Oggi ci si rende conto che relativismo e nichilismo nascono nella solitudine del pensiero, nell’assenza di amore e passione per l’uomo, nell’appagamento affannoso di interessi e piaceri transitori. Nel magistero del Papa che illumina il mondo, la sintonia tra fede e ragione rafforza l’uomo, lo guida nella ricerca della verità, gli permette di realizzare appieno le sue aspirazioni più alte.

Carlo Cardia
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/sintonia-che-da-futuro.aspx
 

Credo del Popolo di Dio – Paolo VI

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PROFESSIONE DI FEDE

 

Noi crediamo in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, creatore delle cose visibili, come questo mondo ove trascorre la nostra vita fuggevole, delle cose invisibili quali sono i puri spiriti, chiamati altresì angeli (Cfr. Dz.-Sch. 3002), e Creatore in ciascun uomo dell’anima spirituale e immortale.

Noi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni, nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, come Egli stesso lo ha rivelato a Mosè (Cfr. Ex. 3, 14); ed Egli è Amore, come ce lo insegna l’Apostolo Giovanni (Cfr. 1 Io. 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa Realtà divina di Colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che «abitando in una luce inaccessibile» (Cfr. 1 Tim. 6, 16) è in Se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata. Dio solo può darci la conoscenza giusta e piena di Se stesso, rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo, alla cui eterna vita noi siamo chiamati per grazia di Lui a partecipare, quaggiù nell’oscurità della fede e, oltre la morte, nella luce perpetua, l’eterna vita. I mutui vincoli, che costituiscono eternamente le tre Persone, le quali sono ciascuna l’unico e identico Essere divino, sono la beata vita intima di Dio tre volte santo, infinitamente al di là di tutto ciò che noi possiamo concepire secondo l’umana misura (Cfr. Dz-Sch. 804). Intanto rendiamo grazie alla Bontà divina per il fatto che moltissimi credenti possono attestare con noi, davanti agli uomini, l’Unità di Dio, pur non conoscendo il mistero della Santissima Trinità.

Noi dunque crediamo al Padre che genera eternamente il Figlio; al Figlio, Verbo di Dio, che è eternamente generato; allo Spirito Santo, Persona increata che procede dal Padre e dal Figlio come loro eterno Amore. In tal modo, nelle tre Persone divine, coaeternae sibi et coaequales (Dz-Sch. 75), sovrabbondano e si consumano, nella sovreccellenza e nella gloria proprie dell’Essere increato, la vita e la beatitudine di Dio perfettamente uno; e sempre «deve essere venerata l’Unità nella Trinità e la Trinità nell’Unità» (Dz-Sch. 75).

Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri (Dz-Sch. 150); e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità (Cfr. Dz.-Sch. 76), ed Egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature ma per l’unità della persona Cfr. Ibid.).

Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in Sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo Comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo Sangue Redentore. Egli è stato sepolto e, per suo proprio potere, è risolto nel terzo giorno, elevandoci con la sua Resurrezione alla partecipazione della vita divina, che è la vita della grazia. Egli è salito al Cielo, e verrà nuovamente, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, ciascuno secondo i propri meriti; sicché andranno alla vita eterna coloro che hanno risposto all’Amore e alla Misericordia di Dio, e andranno nel fuoco inestinguibile coloro che fino all’ultimo vi hanno opposto il loro rifiuto.

E il suo Regno non avrà fine.

Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dona la vita; che è adorato e glorificato col Padre e col Figlio. Egli ci ha parlato per mezzo dei profeti, ci è stato inviato da Cristo dopo la sua Resurrezione e la sua Ascensione al Padre; Egli illumina, vivifica, protegge e guida la Chiesa, ne purifica i membri, purché non si sottraggano alla sua grazia. La sua azione, che penetra nell’intimo dell’anima, rende l’uomo capace di rispondere all’invito di Gesù: «Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste» (Matth. 5, 48).

Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre Vergine, del Verbo Incarnato, nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo (Cfr. Dz.-Sch. 251-252) e che, a motivo di questa singolare elezione, Ella, in considerazione dei meriti di suo Figlio, è stata redenta in modo più eminente (Cfr. Lumen gentium, 53), preservata da ogni macchia del peccato originale (Cfr. Dz.-Sch. 2803) e colmata del dono della grazia più che tutte le altre creature (Cfr. Lumen gentium, 53).

Associata ai Misteri della Incarnazione e della Redenzione con un vincolo stretto e indissolubile (Cfr. Lumen gentium, 53, 58, 61), la Vergine Santissima, l’Immacolata, al termine della sua vita terrena è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste (Cfr. Dz.-Sch. 3903) e configurata a suo Figlio risorto, anticipando la sorte futura di tutti i giusti; e noi crediamo che la Madre Santissima di Dio, Nuova Eva, Madre della Chiesa (Cfr. Lumen gentium, 53, 56, 61, 63; cfr. Pauli VI, Alloc. in conclusione III Sessionis Concilii Vat. II: A.A.S. 56, 1964, p. 1016; Exhort. Apost. Signum Magnum, Introd.), continua in Cielo il suo ufficio materno riguardo ai membri di Cristo, cooperando alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle anime dei redenti (Cfr. Lumen gentium, 62; Pauli VI, Exhort. Apost. Signum Magnum, p. 1, n. 1).

Noi crediamo che in Adamo tutti hanno peccato: il che significa che la colpa originale da lui commessa ha fatto cadere la natura umana, comune a tutti gli uomini, in uno stato in cui essa porta le conseguenze di quella colpa, e che non è più lo stato in cui si trovava all’inizio nei nostri progenitori, costituiti nella santità e nella giustizia, e in cui l’uomo non conosceva né il male né la morte. È la natura umana così decaduta, spogliata della grazia che la rivestiva, ferita nelle sue proprie forze naturali e sottomessa al dominio della morte, che viene trasmessa a tutti gli uomini; ed è in tal senso che ciascun uomo nasce nel peccato. Noi dunque professiamo, col Concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso con la natura umana, «non per imitazione, ma per propagazione», e che esso pertanto è «proprio a ciascuno» (Dz-Sch. 1513).

Noi crediamo che nostro Signor Gesù Cristo mediante il Sacrificio della Croce ci ha riscattati dal peccato originale e da tutti i peccati personali commessi da ciascuno di noi, in maniera tale che - secondo la parola dell’Apostolo - «là dove aveva abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rom. 5, 20).

Noi crediamo in un sol Battesimo istituito da Nostro Signor Gesù Cristo per la remissione dei peccati. Il battesimo deve essere amministrato anche ai bambini che non hanno ancor potuto rendersi colpevoli di alcun peccato personale, affinché essi, nati privi della grazia soprannaturale, rinascano «dall’acqua e dallo Spirito Santo» alla vita divina in Gesù Cristo (Cfr. Dz-Sch. 1514).

Noi crediamo nella Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, edificata da Gesù Cristo sopra questa pietra, che è Pietro. Essa è il Corpo mistico di Cristo, insieme società visibile, costituita di organi gerarchici, e comunità spirituale; essa è la Chiesa terrestre, Popolo di Dio pellegrinante quaggiù, e la Chiesa ricolma dei beni celesti; essa è il germe e la primizia del Regno di Dio, per mezzo del quale continuano, nella trama della storia umana, l’opera e i dolori della Redenzione, e che aspira al suo compimento perfetto al di là del tempo, nella gloria (Cfr. Lumen gentium, 8 e 5). Nel corso del tempo, il Signore Gesù forma la sua Chiesa mediante i Sacramenti, che emanano dalla sua pienezza (Cfr. Lumen gentium, 7, 11). È con essi che la Chiesa rende i propri membri partecipi del Mistero della Morte e della Resurrezione di Cristo, nella grazia dello Spirito Santo, che le dona vita e azione (Cfr. Sacrosanctum Concilium, 5, 6; Lumen gentium, 7, 12, 50). Essa è dunque santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il Sangue di Cristo ed il dono dello Spirito Santo.

Erede delle promesse divine e figlia di Abramo secondo lo spirito, per mezzo di quell’Israele di cui custodisce con amore le Scritture e venera i Patriarchi e i Profeti; fondata sugli Apostoli e trasmettitrice, di secolo in secolo, della loro parola sempre viva e dei loro poteri di Pastori nel Successore di Pietro e nei Vescovi in comunione con lui; costantemente assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha la missione di custodire, insegnare, spiegare e diffondere la verità, che Dio ha manifestato in una maniera ancora velata per mezzo dei Profeti e pienamente per mezzo del Signore Gesù. Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia con il magistero ordinario e universale (Cfr. Dz-Sch. 3011). Noi crediamo nell’infallibilità, di cui fruisce il Successore di Pietro, quando insegna ex cathedra come Pastore e Dottore di tutti i fedeli (Cfr. Dz.-Sch. 3074), e di cui è dotato altresì il Collegio dei vescovi, quando esercita con lui il magistero supremo (Cfr. Lumen gentium, 25).

Noi crediamo che la Chiesa, che Gesù ha fondato e per la quale ha pregato, è indefettibilmente una nella fede, nel culto e nel vincolo della comunione gerarchica. Nel seno di questa Chiesa, sia la ricca varietà dei riti liturgici, sia la legittima diversità dei patrimoni teologici e spirituali e delle discipline particolari lungi dal nuocere alla sua unità, la mettono in maggiore evidenza (Cfr. Lumen gentium, 23; cfr. Orientalium Ecclesiarum, 2, 3, 5, 6).

Riconoscendo poi, al di fuori dell’organismo della Chiesa di Cristo, l’esistenza di numerosi elementi di verità e di santificazione che le appartengono in proprio e tendono all’unità cattolica (Cfr. Lumen gentium, 8), e credendo alla azione dello Spirito Santo che nel cuore dei discepoli di Cristo suscita l’amore per tale unità (Cfr. Lumen gentium, 15), Noi nutriamo speranza che i cristiani, i quali non sono ancora nella piena comunione con l’unica Chiesa, si riuniranno un giorno in un solo gregge con un solo Pastore.

Noi crediamo che la Chiesa è necessaria alla salvezza, perché Cristo, che è il solo Mediatore e la sola via di salvezza, si rende presente per noi nel suo Corpo, che è la Chiesa (Cfr. Lumen gentium, 14). Ma il disegno divino della salvezza abbraccia tutti gli uomini: e coloro che, senza propria colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e sotto l’influsso della sua grazia si sforzano di compiere la sua volontà riconosciuta nei dettami della loro coscienza, anch’essi, in un numero che Dio solo conosce, possono conseguire la salvezza (Cfr. Lumen gentium, 16).

Noi crediamo che la Messa, celebrata dal Sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell’Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e dei membri del suo Corpo mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell’ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel Cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale (Cfr. Dz.-Sch. 1651).

Pertanto Cristo non può essere presente in questo Sacramento se non mediante la conversione nel suo Corpo della realtà stessa del pane e mediante la conversione nel suo Sangue della realtà stessa del vino, mentre rimangono immutate soltanto le proprietà del pane e del vino percepite dai nostri sensi. Tale conversione misteriosa è chiamata dalla Chiesa, in maniera assai appropriata, transustanziazione. Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino (Cfr. Dz-Sch. 1642, 1651-1654; Pauli VI, Litt. Enc. Mysterium Fidei), proprio come il Signore ha voluto, per donarsi a noi in nutrimento e per associarci all’unità del suo Corpo Mistico (Cfr. S. Th. III, 73, 3).

L’unica ed indivisibile esistenza del Signore glorioso nel Cielo non è moltiplicata, ma è resa presente dal Sacramento nei numerosi luoghi della terra dove si celebra la Messa. Dopo il Sacrificio, tale esistenza rimane presente nel Santo Sacramento, che è, nel tabernacolo, il cuore vivente di ciascuna delle nostre chiese. Ed è per noi un dovere dolcissimo onorare e adorare nell’Ostia santa, che vedono i nostri occhi, il Verbo Incarnato, che essi non possono vedere e che, senza lasciare il Cielo, si è reso presente dinanzi a noi.

Noi confessiamo che il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo, la cui figura passa; e che la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. Ma è questo stesso amore che porta la Chiesa a preoccuparsi costantemente del vero bene temporale degli uomini. Mentre non cessa di ricordare ai suoi figli che essi non hanno quaggiù stabile dimora, essa li spinge anche a contribuire - ciascuno secondo la propria vocazione ed i propri mezzi - al bene della loro città terrena, a promuovere la giustizia, la pace e la fratellanza tra gli uomini, a prodigare il loro aiuto ai propri fratelli, soprattutto ai più poveri e ai più bisognosi. L’intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in Lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi se stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del Regno eterno.

Noi crediamo nella vita eterna. Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel Purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come Egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell’aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della Resurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi.

Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del Cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com’è (Cfr. 1 Io. 3, 2; Dz.-Sch. 1000) e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine (Cfr. Lumen gentium, 49).

Noi crediamo alla comunione tra tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la propria purificazione e dei beati del Cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo- la parola di Gesù: Chiedete e riceverete (Cfr. Luc. 10, 9-10; Io. 16, 24). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.

Sia benedetto Dio Santo, Santo, Santo. Amen.


*Insegnamenti di Paolo VI, vol. VI, 1968, pp. 300-310.

Tratto da: http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1968/documents/hf_p-vi_hom_19680630_it.html

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 07 Gennaio 2013 20:15 )

 
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