English French German Italian Japanese Portuguese Spanish

Home Rassegna Stampa Chiesa

Chiesa

Noi preti dobbiamo puzzare di pecora come i pastori

06 ottobre 2013

di Aldo Trento

aldo-trento-post-apocalypto-1Tristezza e dolore sono state le mie prime reazioni alla notizia che tre anziani, disperati per il dramma economico che stavano passando, si sono tolti la vita. “Il suicidio come rimedio alla crisi economica”, intitolava un giornale veneto. Terribile questa affermazione: invece di domandarsi perché succedono queste tragedie, si sbatte in faccia alla gente la circostanza più disumana, più violenta che esiste per fuggire da un serio problema o per risolverlo radicalmente, ponendo fine alla vita. Viviamo in un mondo nel quale perfino la ragione è scomparsa dalla mappa umana. Come non chiedersi il perché… Qual è la responsabilità di ognuno davanti a questi fatti?

Leggi tutto...

 

Dare e riprendere la vita - G. Ravasi

Il buon pastore , bassorilievo del III secolo. Urbino, chiesa di San Francesco.

Il buon pastore , bassorilievo del III secolo. Urbino, chiesa di San Francesco.


"Io do la mia vita
per riprenderla di nuovo...
Ho il potere di darla
e il potere di riprenderla
di nuovo"
(Giovanni 10, 17-18)

Leggi tutto...

 

«Non capisco perché recitare il Rosario»

05 ottobre 2013

View Full Size ImageUn amico presente alla mia conferenza nella parrocchia di Renate (Mb) per il Centro culturale “Pèguy”, mi ha scritto questa lettera:

     “Caro padre, ieri sera lei ha detto che il beato Vismara diceva ogni giorno la preghiera del Rosario e mi è rimasta una domanda in canna. Per prima cosa: a me fa molta fatica recitare le preghiere ripetitive, non ne capisco il senso. Secondo, non credo molto nell’efficacia della preghiera visto che noi non sappiamo cosa chiedere e Dio, il quale ci ama e sa già meglio di noi qual è il nostro bene, comunque non si lascia certo influenzare dalle nostre richieste. Mi aiuta a chiarire la questione? Grazie ancora suo ….”.

Leggi tutto...

 

Con la semplicità dei contadini e la severità degli asceti

Giovanni XXIII, Assisi e la "novella Pentecoste"

di Loris Francesco Capovilla

Pacem in terris, ottava lettera enciclica di Giovanni XXIII, datata 11 aprile 1963, è estremo documento di diuturno servizio sacerdotale e di limpida testimonianza, sigillato con sofferenze del corpo e dello spirito, riacutizzatesi mentre il Pontefice si disponeva al breve tratto di strada che l'avrebbe condotto alla morte il 3 giugno dello stesso anno. A motivo di questa coincidenza, quell'insegnamento suscitò enorme impressione e venne accolto come il testamento che il Padre saggio e lungimirante destinava alla Famiglia umana, dilacerata da interessi contrastanti e da avversioni insensate ed implacabili.

A distanza di cinquant'anni, risuona ancora nell'aria il primo commento di quel testo magisteriale nell'eco persistente della voce amica: "In questa enciclica, di mio c'è anzitutto l'esempio che volli dare nel corso della mia esistenza, sull'indicazione del piccolo libro della mia giovinezza: L'uomo pacifico fa più bene che il molto istruito (L'Imitazione di Cristo, II, 3)".

Egli non si arrogava titoli di maestro, di riformatore, di magico risolutore dei problemi sollevati dalla drammatica situazione del mondo. Pago di assolvere il suo primo dovere di catechizzare con amore e di camminare accanto a tutti i suoi simili, che ascoltava ed ammoniva, promosse senza alcun dubbio un'azione capillare per sostenere, contro l'istinto bellicoso, la possibilità della pace; si direbbe, l'ineluttabilità della pace (cfr Luigi Sturzo, La comunità internazionale e il diritto di guerra, capitoli XIII e XIV. Nicola Zanichelli 1954).

Sollecitò governanti e popoli, anzitutto i cristiani, a gettare sul problema uno sguardo più attento. Mentre troppi, anche tra i battezzati, erano come bloccati dalle disquisizioni circa l'eventualità e legittimità della guerra moderna, egli mirava a convincere tutti ad avviarsi liberi e consapevoli alla conquista della giustizia per la promozione integrale della persona. Avrebbe voluto sottrarre gli uomini ai condizionamenti della guerra fredda e condurli, in rapporto ad essa, a tale dedizione al bene comune da superare la sfiducia e l'isolamento, sino a rifiutare, a livello di dottrina e di servizio, la divisione del mondo in blocchi contrapposti, proponendo la conversione alla coesistenza e alla collaborazione; e l'avviamento inoltre al confronto della fede con le ideologie che ispirano e talora confondono le coscienze. Suggerì la scelta del disgelo e dell'impegno nell'immane compito di costruire la pace insieme a tutti gli uomini di buon volere.

La prassi segnalata potrebbe compendiarsi con l'aforisma, di cui aveva sperimentato l'efficacia nei suoi anni di Oriente e a Parigi, contenente la quintessenza della sana politica e dell'illuminata pazienza: Se regarder sans se défier, se rapprocher sans se craindre, s'entr'aider sans se compromettre. Guardarsi negli occhi senza sfidarsi; avvicinarsi senza volersi incutere paura, aiutarsi senza compromessi (cfr. Angelo Giuseppe Roncalli, Souvenirs d'un Nonce, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1963, p. 108). Nell'atto di accettare la segnalazione del Premio Balzan per la Pace (10 maggio 1963) associò al suo nome quello dei suoi predecessori del secolo XX, da Pio X a Pio XII, all'intenzione manifesta di presentarsi all'umanità come sacerdote radicato nell'humus della tradizione apostolica, aperta al clima del nostro tempo. L'albero affonda le radici nel profondo della terra e sempre rinnova i suoi rami al sole delle nuove stagioni. La luce della divina rivelazione continua a splendere sulla fronte dell'enciclica che, nulla avendo perduto della sua originaria attualità, stimola tutti ad arrendersi all'evidenza del messaggio evangelico e a riflettere sui segni dei tempi. Dio, infatti, parla per bocca dei profeti e attraverso i fatti della storia. Molti avvenimenti si sono succeduti nel corso di cinquant'anni, evidenziando difficoltà apparentemente insormontabili ed insidie costantemente in agguato.

Quanto mai opportuno, pertanto, richiamare l'appello di Giovanni Paolo II, iscritto nel messaggio papale di dieci anni or sono: "Pacem in terris impegno permanente". Solenne invito, non tanto a celebrare l'anniversario del documento, quanto a farlo oggetto di studio, di approfondimento, di ispirazione. Dotato di quel realismo che è proprio dei puri, dei semplici, dei contadini e degli artigiani, Giovanni XXIII raccomandò accoratamente il disarmo dei cuori, e scongiurò i governanti di adoperarsi "sinceramente a dissolvere la psicosi della guerra, il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull'equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire solo nella vicendevole fiducia" (paragrafo 113).

A tanto siamo chiamati, a tanto ci spronano gli operatori di pace di tutti i luoghi e di tutti i tempi, donne e uomini ostinati a proclamare che la pace è necessaria, desiderabile, possibile; donne e uomini abilitati a lottare per essa con la violenza della preghiera e dell'amore, senza desistere mai, contra spem in spem (Romani, 4, 18), a costo di umiliazione e di emarginazione. Rimane vero che per la edificazione del tempio della Pace è necessario puntiglioso ardimento, ben più geniale che non occorresse a Michelangelo per sollevare verso il cielo la cupola della basilica vaticana, poggiata su quattro enormi pilastri. E a proposito di solido ed inattaccabile fondamento, risuona ammonitrice la voce papale: "La pace rimane solo vuoto suono di parole se non è fondata su quell'ordine che il documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato ed integrato dalla carità, e posto in atto nella libertà". Dalle parole introduttive che affermano categoricamente che :"la pace può essere instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell'ordine stabilito da Dio", alle singole parti del documento, ogni proposizione è così legata all'altra, che, se viene meno una, cade tutto il resto: i rapporti dell'uomo con l'uomo, degli uomini con i pubblici poteri, delle comunità politiche tra loro, degli esseri umani e delle singole comunità politiche con la comunità mondiale.

La pace, secondo Giovanni XXIII, si fonda sul rispetto del dinamismo proprio dell'indirizzo che corre verso la promozione totale dell'uomo, così che tutto il resto - l'economia, l'organizzazione politica, i rapporti tra le nazioni, la ricerca della sicurezza collettiva, il disarmo, la costruzione progressiva di una autorità internazionale efficace - tutto viene ordinato a quest'ultimo fine e riceve da esso significazione e valore.

I pochi superstiti che ebbero le prime confidenze circa il progetto dell'enciclica, e ne seguirono poi la gestazione sino al suo apparire il giovedì santo 1963 - che è quanto dire in clima di ardente preghiera, di reciproca fiducia, di animazione apostolica - sono certi che nulla è andato perduto di quanto venne sapientemente proposto per il superamento degli antagonismi e l'instaurazione di nuovi e duraturi rapporti di pace. Sono convinti che la dottrina esposta con rigore e vigore logico, con linguaggio accessibile a tutte le menti, continua a penetrare nelle coscienze come seme gettato nei solchi nell'attesa sicura di germinazione, poste le condizioni favorevoli indicate dal magistero papale. Sono certi che il consenso di quella primavera del 1963 non è stato effimero, dal momento che un'opinione pubblica, diffusa più che non ci si attendesse, prestò riverente attenzione all'insegnamento del Pontefice romano.

Parve addirittura che gli uomini si volgessero unanimi verso quella mano tesa che aveva sottoscritto il documento, verso quel cuore che l'aveva offerto all'umanità: la mano di un figlio dei campi, chiamato da Dio alla missione profetica di moderatore universale; il cuore di un padre che, agli inizi del suo servizio pontificale, aveva proclamato: "Tutto il mondo è la mia famiglia".

(©L'Osservatore Romano 4 ottobre 2013)

Tratto da: http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#6

 

Memoria degli Angeli Custodi. Don Lavatori: ci sono sempre accanto per invitarci al bene

02/10/2013

altIntermediari, protettori e messaggeri. Sono questi alcuni dei tratti peculiari che contraddistinguono gli Angeli Custodi, di cui oggi la Chiesa celebra la memoria. Al termine dell’udienza generale, Papa Francesco ha auspicato stamani che “la loro presenza rafforzi in ciascuno” la certezza che Dio accompagna l’uomo “nel cammino della vita”. Sulla natura degli Angeli Custodi, Amedeo Lomonaco ha intervistato don Renzo Lavatori, studioso di demonologia e angelologia:

Leggi tutto...

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Avanti > Fine >>

Pagina 10 di 137
Cerca nel sito
Visite
Oggi32
Questo Mese964
Totali (dal 15/01/2011)138637