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Chiesa

Il discepolo amato figura del vero credente in Cristo - G- Ravasi

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"Uno dei discepoli,
quello che Gesù amava,
si trovava a tavola
 al fianco di Gesù"
 (Giovanni 13, 23)

 

Distribuiti su divani, com’è uso in Oriente, i discepoli stanno partecipando all’ultima cena. Tra costoro entra in scena per la prima volta la figura enigmatica del “discepolo che Gesù amava”. Da qui in avanti egli è citato sei volte (vedi anche 19,26; 20,2; 21,7.20.24) e quindi è in azione solo durante la passione e la risurrezione di Cristo. Celebre è il quadro del Golgota ove quel discepolo è con Maria ai piedi della croce (19,25-27).

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Quelle mani di un Dio "artigiano" che cesella e accompagna

13 novembre 2013

Nelle parole del Papa un'eco antica

«Con le sue mani ci ha fatto dal fango, dalla terra... Sono le mani di Dio che ci hanno creato. Come un artigiano, ci ha fatto. Queste mani del Signore, le mani di Dio, che non ci hanno abbandonato».

Pare di poterle vedere, nelle parole della omelia a Santa Marta, le mani di cui parla il Papa. Mani poderose e grandi, eppure delicate: capaci di disegnare il volto dell’uomo nelle sue infinite sfaccettature, nei tratti di ogni diversa etnia, nello sguardo e nella espressione – eppure, ogni volta a immagine di Dio. Dalla materia greve, di tutte la più umile, che è il fango, quelle mani hanno tratto l’uomo, con passione e cesello di artigiano; che non fabbrica in serie, che non produce moltitudini di automi su catene di montaggio, ma solo e rigorosamente un uomo alla volta, uno solo. E viene in mente la mano michelangiolesca di Dio, nella Cappella Sistina, che sfiora quella di Adamo: e accende ciò che era fango di vita.

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L’onore della sofferenza per il nome di Gesù

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Caravaggio, Conversione di Saulo (1600-1601), olio su tavola, particolare.

Roma,Collezione Odescalchi (Mauro Ranzani/Alinari).​

 

Mentre a Gerusalemme veniva lapidato il diacono Stefano, Saulo, ancora giovane, assisteva al martirio custodendo i vestiti di quelli che lanciavano le pietre (cfr. At 7,58; 22,20). Allora egli si convinse che bisognava eliminare i seguaci di Cristo; perciò diventò un accanito persecutore dei cristiani. Ma Gesù lo fermò sulla via di Damasco rivelandosi a lui: «Io sono Gesù che tu perseguiti» (At 9,5). Da quel momento il corso della vita di Saulo cambiò completamente. Colui che portava un nome regale diventò Paolo, “piccolo”, umile: «Io sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1Cor 15,9).

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Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 36a Giornata Nazionale per la vita

Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 36a

Giornata Nazionale per la vita

(2 febbraio 2014)


“Generare futuro”


“I figli sono la pupilla dei nostri occhi… Che ne sarà di noi se non ci prendiamo cura dei nostri occhi? Come potremo andare avanti?”[1]. Così Papa Francesco all’apertura della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù ha illuminato ed esortato tutti alla custodia della vita, ricordando che generare ha in sé il germe del futuro. Il figlio si protende verso il domani fin dal grembo materno, accompagnato dalla scelta provvida e consapevole di un uomo e di una donna che si fanno collaboratori del Creatore. La nascita spalanca l’orizzonte verso passi ulteriori che disegneranno il suo futuro, quello dei suoi genitori e della società che lo circonda, nella quale egli è chiamato ad offrire un contributo originale. Questo percorso mette in evidenza “il nesso stretto tra educare e generare: la relazione educativa si innesta nell’atto generativo e nell’esperienza dell’essere figli”[2], nella consapevolezza che “il bambino impara a vivere guardando ai genitori e agli adulti”[3].

Ogni figlio è volto del “Signore amante della vita” (Sap 11,26), dono per la famiglia e per la società. Generare la vita è generare il futuro anche e soprattutto oggi, nel tempo della crisi; da essa si può uscire mettendo i genitori nella condizione di realizzare le loro scelte e i loro progetti.

La testimonianza di giovani sposi e i dati che emergono da inchieste recenti indicano ancora un grande desiderio di generare, che resta mortificato per la carenza di adeguate politiche familiari, per la pressione fiscale e una cultura diffidente verso la vita. Favorire questa aspirazione (valutata nella percentuale di 2,2 figli per donna sull’attuale 1,3 di tasso di natalità) porterebbe a invertire la tendenza negativa della natalità, e soprattutto ad arricchirci del contributo unico dei figli, autentico bene sociale oltre che segno fecondo dell’amore sponsale.

La società tutta è chiamata a interrogarsi e a decidere quale modello di civiltà e quale cultura intende promuovere, a cominciare da quella palestra decisiva per le nuove generazioni che è la scuola.

Per porre i mattoni del futuro siamo sollecitati ad andare verso le periferie esistenziali della società, sostenendo donne, uomini e comunità che si impegnino, come afferma Papa Francesco, per un’autentica “cultura dell’incontro”[4]. Educando al dialogo tra le generazioni potremo unire in modo fecondo la speranza e le fatiche dei giovani con la saggezza, l’esperienza di vita e la tenacia degli anziani.

La cultura dell’incontro è indispensabile per coltivare il valore della vita in tutte le sue fasi: dal concepimento alla nascita, educando e rigenerando di giorno in giorno, accompagnando la crescita verso l’età adulta e anziana fino al suo naturale termine, e superare così la cultura dello “scarto”[5]. Si tratta di accogliere con stupore la vita, il mistero che la abita, la sua forza sorgiva, come realtà che sorregge tutte le altre, che è data e si impone da sé e pertanto non può essere soggetta all’arbitrio dell’uomo.

L’alleanza per la vita è capace di suscitare ancora autentico progresso per la nostra società, anche da un punto di vista materiale. Infatti il ricorso all’aborto priva ogni anno il nostro Paese anche dell’apporto prezioso di tanti nuovi uomini e donne. Se lamentiamo l’emorragia di energie positive che vive il nostro Paese con l’emigrazione forzata di persone – spesso giovani – dotate di preparazione e professionalità eccellenti, dobbiamo ancor più deplorare il mancato contributo di coloro ai quali è stato impedito di nascere. Ancora oggi, nascere non è una prospettiva sicura per chi ha ricevuto, con il concepimento, il dono della vita. È davvero preoccupante considerare come in Italia l’aspettativa di vita media di un essere umano cali vistosamente se lo consideriamo non alla nascita, ma al concepimento.

La nostra società ha bisogno oggi di solidarietà rinnovata, di uomini e donne che la abitino con responsabilità e siano messi in condizione di svolgere il loro compito di padri e madri, impegnati a superare l’attuale crisi demografica e, con essa, tutte le forme di esclusione. Una esclusione che tocca in particolare chi è ammalato e anziano, magari con il ricorso a forme mascherate di eutanasia. Vengono meno così il senso dell’umano e la capacità del farsi carico che stanno a fondamento della società. “È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori”[6].  

Come un giorno si è stati accolti e accompagnati alla vita dai genitori, che rendono presente la più ampia comunità umana, così nella fase finale la famiglia e la comunità umana accompagnano chi è “rivestito di debolezza” (Eb 5,2), ammalato, anziano, non autosufficiente, non solo restituendo quanto dovuto, ma facendo unità attorno alla persona ora fragile, bisognosa, affidata alle cure e alle mani provvide degli altri.

Generare futuro è tenere ben ferma e alta questa relazione di amore e di sostegno, indispensabile per prospettare una comunità umana ancora unita e in crescita, consapevoli che “un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa”[7].

Roma, 4 novembre 2013

Memoria di San Carlo Borromeo

                                                                                                   Il Consiglio Permanente

                                                                     della Conferenza Episcopale Italiana



[1] Papa Francesco, Discorso nella cerimonia di benvenuto in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, 22 luglio 2013.

[2] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 27.

[3] Ib.

[4] Papa Francesco, Omelia nella Santa Messa con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i seminaristi in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, 27 luglio 2013.

[5] Cfr Papa Francesco, Udienza generale, 5 giugno 2013.

[6] Papa Francesco, Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma, 19 marzo 2013.

[7] Papa Francesco, Messaggio ai partecipanti alla 47a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Torino, 12-15 settembre 2013), 11 settembre 2013.


 

http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new_v3/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=51633




 

Quel coro di dissensi verso il Papa

di ANTONIO RIZZOLO

Jesus n. 9 settembre 2013- Home PageNelle ultime settimane ha acquistato visibilità mediatica un coro di dissensi per l’approccio pastorale e i contenuti stessi degli interventi di papa Francesco. Questo coro proviene dalle ristrette fila del tradizionalismo cattolico e da ambienti politici conservatori. In questo numero esaminiamo la questione con gli interventi di Piero Pisarra (pagina 21) e Maria Cristina Bartolomei (pagina 29). Qui mi limito a qualche riflessione di metodo e di stile ecclesiale.

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