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Chiesa

Spendere la vita al servizio della Chiesa: così il neo-porporato Gualtiero Bassetti

23/02/2014

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Neo-cardinale è anche l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti. Fabio Colagrande gli ha chiesto cosa significhi per la sua diocesi avere un vescovo cardinale:

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Quaresima. È l'ora del risveglio

23 febbraio 2014
 
 
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Si avvicina il tempo della quaresima, tempo dei qua­ranta giorni precedenti la Pasqua, tempo da viver­si come penitenziale, impegnati nel rinnovamen­to della conversione, tempo che la Chiesa vive e ce­lebra dalla metà del IV secolo d.C.

La quaresima – che la Chiesa con audacia chiama 'sacramento' ( annua quadragesimalis exercitia sa­cramenti : colletta della I domenica di Quaresima), cioè realtà che si vive per partecipare al mistero – è un tempo 'forte', con­trassegnato da un intenso impegno spirituale, per radunare tut­te le energie in vista di un mutamento del nostro pensare, par­lare e operare, di un ritorno al Signore dal quale ci allontania­mo, cedendo costantemente al male che ci seduce. La prima funzione della quaresima è il risveglio della nostra coscienza: ciascuno di noi è un peccatore, cade ogni giorno in peccato e perciò deve confessarsi creatura fragile, sovente incapace di ri­spondere al Signore vivendo secondo la sua volontà.

Il cristiano non può sentirsi giusto, non può ritenersi sano, al­trimenti si impedisce l’incontro e la comunione con Gesù Cri­sto il Signore, venuto per i peccatori e per i malati, non per quan­ti si reputano non bisognosi di lui (cf. Mc 2,17 e par.). Con l’A­postolo il cristiano dovrebbe dire: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1Tm 1,15). Ecco, riconoscere il proprio peccato è il primo passo per vivere la quaresima, e i padri del deserto a ragione ammoniva­no: «Chi riconosce il proprio peccato è più grande di chi fa mi­racoli e risuscita un morto».

Il cammino quaresimale si incomincia con questa consapevo-­lezza, e perciò la Chiesa prevede il rito dell’imposizione delle ceneri sul capo, con le parole che ne esprimono il significato: «Sei un uomo che, tratto dalla terra, ritorna alla terra, dunque convertiti e credi alla buona notizia del Vangelo di Cristo!». Co­sì si vive un gesto materiale, una parola assolutamente decisi­va per la nostra identità e chiamata.

Di conseguenza, nei 40 giorni quaresimali si dovrà intensifica­re l’ascolto della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture e la preghiera; si dovrà imparare a digiunare per affermare che «l’uomo non vive di solo pane» (Dt 8,3; Mt 4,4; Lc 4,4); ci si do­vrà esercitare alla prossimità all’altro, a guardare all’altro, a di­scernere il suo bisogno, a provare sentimenti di com-passione verso di lui e ad aiutarlo con quello che si è, con la propria pre­senza innanzitutto, e con quello che si ha.

Per la quaresima di quest’anno papa Francesco ha invia­to, com’è consuetudine, un messaggio ai cattolici, ispi­randosi significativamente a un testo, anzi a un solo ver­setto densissimo di cristologia della Seconda lettera di Paolo ai Corinzi: «Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi di­ventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Anche Benedetto XVI nel messaggio quaresimale del 2008 si era lasciato ispirare dallo stesso versetto, che è davvero un’affermazione decisiva perché condensa in sé l’incarnazione del Figlio di Dio, mettendone nel contempo in risalto lo stile.

Sì, la fede della Chiesa di Corinto, fondata dall’A­postolo da pochissimi anni, confessa che Dio si è fatto uomo in Gesù, confessa che Gesù il Cristo, che era Figlio di Dio, che era Dio, al quale tutto ap­parteneva – potenza, eternità, ricchezza, gloria –, si è spogliato di tutte queste prerogative e si è dun­que fatto uomo tra di noi, uomo fragile, mortale, per essere in mezzo a noi, uno di noi, un figlio di Adamo come noi.

Ecco lo stile del nostro Dio, non di un qualsiasi Dio. Io amo dire che il nostro Dio è un «Dio al contra­rio » perché si rivela nella debolezza, nella povertà, nell’insuccesso secondo il mondo, nel servire noi anziché chie­dere il nostro servizio. Questo è scandaloso, perché noi abbia­mo l’immagine – che gli uomini sempre fabbricano e rinnova­no – di un Dio potente, che regna, che si impone. Se il nostro Dio è un «Dio al contrario» rispetto alle nostre attese monda­ne, anche suo Figlio, l’Inviato nel mondo, il Messia, è un «Mes­sia al contrario». Non è venuto nello splendore, nella gloria, nel­la straordinarietà di teofanie che abbagliano, ma nella povertà, nascendo non a caso in una stalla, come uno che non ha tro­vato un luogo in cui venire al mondo neppure in un caravanserraglio (cf. Lc 2,7).

Questo, lo sappiamo, è «lo scandalo della croce» (Gal 5,11), è ciò che lo stesso Paolo confessa nella Lettera ai Filippesi, in quell’inno che contiene il medesimo movimento: dal cielo alla terra, dalla condizione di Dio a quella mortale, da Signore a schiavo, da On­nipotente a crocifisso in una morte ignominiosa, «obbediente fino alla morte, e alla morte di croce» (cf. Fil 2,6-8). Citando il concilio, papa Francesco ri­corda: «Dio in Gesù ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo» ( Gaudium et spes 22).

È in questa povertà che Gesù, il Figlio di Dio, ha volu­to stare con noi, essere l’Emanuele, il Dio-con-noi (cf. Is 7,14; Mt 1,23). Questa sua povertà, che era kénosis, svuotamento, abbassamento, ha permesso a Gesù la prossimità a noi, il condividere la nostra condizione, e dunque gli ha permesso di amare nell’empatia e nel­la simpatia per noi. E così ci ha insegnato la via della fiducia, del servizio, dell’«amore fino alla fine» (cf. Gv 13,1), della compassione e del perdono. Quella po­vertà che il Messia ha assunto è diventata per noi una via di ricchezza, certo non mondana, ma una ricchezza di comunione con Dio stesso e con tutti gli uomini. In questo messaggio, dunque, papa Francesco non fa soltanto un’esortazione morale ai cristiani, ma ricorda innanzitutto la fonte di ogni azione cristiana: la fede. Dalla fede, infatti, scaturisce l’autentica carità; è conoscendo vera­mente Gesù Cristo che noi possediamo la vita per sempre (cf. Gv 17,3); è conformandoci a lui nella nostra vita, è vivendo co­me lui ha vissuto e con il suo stile che possiamo seguirlo e par­tecipare al suo Regno. Questo riguarda ciascuno di noi e ri­guarda la Chiesa tutta.

Sempre nel concilio Vaticano II si legge un passo purtroppo po­co ricordato, ma profondamente ispirato alla lettura dell’in­carnazione fatta da Paolo: «Come Cristo ha realizzato la sua o­pera di redenzione nella povertà e nelle persecuzioni, così pu­re la Chiesa è chiamata a percorrere la stessa via per comuni­care agli uomini i frutti della salvezza… e benché per eseguire la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, la Chiesa non è fatta per cercare la gloria sulla terra» ( Lumen gentium 8).

Dopo la confessione della fede, ossia il fondamento teologico, papa Francesco richiama brevemente la necessaria testimo­nianza dei cristiani. Come Dio ha voluto salvare gli uomini con la povertà, così la Chiesa e ogni cristiano devono percorrere la stessa via, perché la «ricchezza di Dio» può essere accolta e o­perare là dove c’è la povertà umana. E dove c’è la povertà uma­na – lo constatiamo ogni giorno a partire dalla conoscenza di noi stessi – là c’è anche la miseria. La povertà è la nostra condi­zione umana fragile e la miseria si insinua in essa minaccian­do fortemente l’humanitas , il nostro cammino di umanizza­zione. La povertà è la condizione in cui è possibile conoscere la beatitudine («Beati voi poveri»: Lc 5,20); la miseria è il degrado della povertà, è l’alienazione, l’oppressione e la schiavitù che in essa si può insinuare, contraddicendo la dignità e la vocazione dell’uomo.

Il nostro Dio, rivelatosi ai figli di Israele con la loro liberazione dalla schiavitù d’Egitto, è un Dio che «ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza …, guardò la loro condizione e se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Così si è rivelato Dio e così noi dobbiamo fare. Innanzitutto «ascoltare» l’altro, gli altri: ascol­tarli nel loro essere uomini e donne, fratelli e sorelle in umanità. È decisivo l’ascolto dell’altro, prima di ogni nostra scelta o com­prensione di lui: là dove c’è un uomo, una donna, io devo met­termi in ascolto. Dopo l’ascolto dell’altro, il cristiano 'ricorda' che anche lui è stato ascoltato da Dio, anzi che Dio lo ha pre­ceduto in ogni sua ricerca di comunione, e dunque deve rico­noscere la paternità di Dio che fonda nella fede la fraternità e la sororità. Ecco allora il «guardare», che non significa solo ve­dere, ma avvicinarsi e guardare l’altro negli occhi, volto contro volto, negando ogni lontananza.

Soprattutto oggi, immersi come siamo nella comunica­zione in tempo reale, ma senza incontrare nella realtà l’al­tro, dobbiamo vigilare che la prossimità sia sempre e­sercitata come un passo che decidiamo per rendere l’al­tro prossimo (cf. Lc 10,36). E infine, quando sappiamo guarda­re l’altro e discernere il suo bisogno, la sua sofferenza sempre diversa, quando riconosciamo la sua singolarità nel patire, al­lora «ci diamo pensiero», ci prendiamo cura di lui, come fa il no­stro Dio!

Così facendo, scopriremo la miseria materiale, il bisogno di ci­bo, vestito e casa, presente nell’altro; scopriremo la miseria mo­rale, l’alienazione al vizio, la degradazione delle per­sone in cammini di schiavitù, che spingono uomini e donne sulla via della morte, vittime della storia e dell’egoismo umano; scopriremo anche la miseria spirituale di chi è alienato agli idoli, non conosce u­na vita interiore, non dà senso alla propria vita. Il pa­pa ci invita dunque alla diakonía, parola del Nuovo Testamento che indica il servizio agli altri. Se il Figlio di Dio si è fatto povero per stare in mezzo a noi, per essere come noi, si è fatto anche «servo» per servir­ci, per piegarsi davanti a noi, per lavarci i piedi (cf. Gv 13,1-15): «Io sto in mezzo a voi come colui che ser­ve » (Lc 22,27), ha detto Gesù.

Questo il denso messaggio delle parole di papa Fran­cesco, che così conclude, citando ancora una volta Paolo: «Sì, noi siamo come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non possiede nulla e invece possediamo tutto» (2Cor 6,10). Se davvero tutti i cristiani cattoli­ci, sulla traccia fornita da papa Francesco, tentasse­ro con risolutezza di vivere questa quaresima, allo­ra la riforma della Chiesa che tanti aspettano e chie­dono a Francesco potrebbe muovere i primi passi. Ma si smetta di chiedere al papa di operare lui ciò che riguarda tutti noi e che dovrebbe farci mutare qual­cosa della nostra vita cristiana: dovrebbe farci ope­rare la conversione, nulla di più, nulla di meno.

Enzo Bianchi
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/QUARESIMA.aspx

 

 

Bassetti: «Al servizio dell’umanità ferita»

 
20 febbraio 2014
 
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Non è ancora entrato nella prospettiva di sentirsi chiamare «eminenza». E a chi lo avvicina immaginandolo già con la porpora risponde con il sorriso che lo caratterizza e l’ironia tutta toscana: «Resto un parroco di campagna». L’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, Gualtiero Bassetti, è il nuovo cardinale italiano «a sorpresa» del Concistoro che si apre oggi.

Lo racconta lui stesso alla vigilia della sua partenza per Roma, fra un appuntamento e l’altro della sua fitta agenda che non ha modificato di una virgola dopo l’annuncio di papa Francesco. «Allo stupore iniziale – ammette – è seguita una certa trepidazione per l’alta responsabilità cui il Pontefice mi chiama».

Sabato, alle 11, nella Basilica di San Pietro riceverà da Bergoglio la berretta insieme con altri diciotto cardinali. «Alla soglia dei settantadue anni – afferma il neo porporato originario di Marradi sull’Appennino tosco-romagnolo, ma fiorentino d’adozione – mi metto a servizio della Chiesa universale attingendo all’esperienza di quarantotto anni di sacerdozio durante i quali sono stato anche formatore in Seminario e all’esperienza di vescovo maturata in due decenni».

Più volte Bassetti si è soffermato sulla «nuova stagione» che la Chiesa sta sperimentando. «Siamo davanti a profonde trasformazioni sociali – chiarisce –. L’umanità sembra non riconoscere più i segni della presenza del divino. Però nel profondo dell’animo umano riecheggiano i grandi interrogativi della vita. Ecco, la Chiesa che è madre e maestra ha il compito di suscitare nel cuore di tutti l’anelito alla dignità, alla bontà, al bene supremo. Papa Francesco desidera una Chiesa aperta e vicina all’uomo dei nostri giorni. Un uomo spesso ferito che, però, cerca quel Dio che si è incarnato nella storia e che gli è venuto incontro col suo amore infinito».

Nel Dna di Bassetti c’è l’attenzione alla formazione dei sacerdoti che ha segnato il suo ministero: del resto è stato sia rettore del Seminario di Firenze, sia visitatore dei Seminari d’Italia per dieci anni. «Abbiamo bisogno di preti che sappiano stare nel mondo e, al tempo stesso, siano autentici cercatori del volto di Dio. Oggi i sacerdoti hanno necessità di personalità e coscienze ben formate, pronte a resistere ai condizionamenti mondani. I giovani che si incamminano verso il presbiterato devono essere consapevoli che si tratta di una scelta radicale. Perciò serve il sostegno delle realtà in cui vivono, a cominciare dalla famiglia».

Proprio la famiglia sarà al centro dell’assemblea del Sinodo dei vescovi che si terrà a ottobre. «Secondo la conversione pastorale proposta dal Papa – spiega Bassetti – occorre far capire ai fidanzati che l’indissolubilità del matrimonio è una buona notizia, prima che una norma canonica. La volontà di unire le esistenze non è affidata soltanto alle proprie forze ma è il Signore che si compromette con i coniugi. E questa prospettiva può contribuire a rendere la pastorale familiare meno astratta e più evangelica».
Anche la Chiesa italiana sta vivendo un «cambiamento», come si legge nel comunicato finale dell’ultimo Consiglio permanente.

Lo Statuto della Cei è oggetto di una rivisitazione. Fra i temi c’è la valorizzazione delle Conferenze episcopale regionali. «L’impegno ecclesiale nel nostro Paese è ricco e variegato – sottolinea il cardinale –. Per questo l’apporto fruttuoso di tutte le Chiese particolari alla vita nazionale è senz’altro un valore e va potenziato». Sulla questione della scelta del presidente, l’episcopato italiano si è espresso perché la nomina continui a essere riservata al Papa. «C’è chi ha commentato questa preferenza come un’indicazione non coraggiosa. Ma è un’interpretazione non condivisibile – precisa Bassetti –. Le Conferenze episcopali regionali hanno parlato liberamente sulle varie possibilità e hanno inviato le loro osservazioni. Definirei peculiare la condizione della Cei in quanto si colloca nel Paese dove si trova la cattedra di Pietro. E con la Sede apostolica deve mantenere uno speciale legame».

Papa Francesco chiede una Chiesa «povera». «A qualcuno – sostiene l’arcivescovo – può sembrare difficile pensare la Chiesa italiana come "povera". Eppure le nostre parrocchie esprimono un’attenzione costante verso chi è nel bisogno. Quella italiana è dunque una Chiesa che conosce le povertà. E le accoglie in molte comunità che sanno rifiutare lo spreco e il consumismo». A questo punto il neo cardinale cita un’espressione di don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi di cui è in corso la causa di beatificazione. «Questa luminosa figura parla di una Chiesa della stola e del grembiule. Facciamo nostra la sua intuizione pensando a una Chiesa in grado di servire l’uomo stando immersa nelle sue sofferenze e in dialogo con tutti».

Il Paese fa i conti con l’allarme disoccupazione. «La mancanza di lavoro è uno dei drammi di oggi, forse il più grave – dichiara Bassetti –. Chi è privo di un impiego si sente violato nella sua dignità. Perché senza lavoro non c’è né futuro, né speranza. Durante la visita pastorale che sto compiendo vedo molti stabilimenti vuoti. Quei capannoni richiamano le difficoltà degli imprenditori che hanno una sana visione della loro attività e i problemi delle famiglie che devono sentire a fianco la comunità ecclesiale». Così la mente del cardinale va a chi ha responsabilità istituzionali. «L’impegno sociale è parte integrante della vita cristiana. Bisogna tornare con urgenza a scommettere sulla formazione socio-politica. Per il credente, il servizio nell’ambito politico è un grande atto di carità. E i giovani ne devono essere consapevoli».

Giacomo Gambassi
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/bassetti-concistoro-1.aspx
 

Bassetti: pastori con il cuore di un padre

 

14 gennaio 2014

Un meccanico di biciclette mancato. Ai bambini che più volte gli hanno chiesto come la sua famiglia avesse accolto l’ingresso in Seminario, l’arcivescovo Gualtiero Bassetti ha sempre raccontato che il «babbo» lo vedeva «biciclettaio». E che poi il suo parroco, a Marradi, sull’Appennino tosco-romagnolo, lo persuase che la strada era un’altra. «Alla fine ha avuto ragione il babbo. A settantuno anni mi toccherà pedalare parecchio», scherza oggi, con un’ironia tutta fiorentina, l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve che a sorpresa papa Francesco ha voluto cardinale. E, domenica scorsa dopo l’annuncio, si definiva un «due di briscola» che riceverà la berretta.

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La gratitudine al Papa di mons. Bassetti: "Mi sento piccolo, ma la Chiesa ha fiducia in me"

12/01/2014

altGrande attenzione ha suscitato l’annuncio dato dal Papa della nomina di 19 nuovi cardinali che riceveranno la porpora nel Concistoro del 22 febbraio prossimo, festa della Cattedra di San Pietro. Gratitudine al Santo Padre e sorpresa per l’arcivescovo di Perugia–Città della Pieve, mons. Gualtiero Bassetti, a cui sono giunti gli auguri di tutta la diocesi e dei frati d’Assisi. 160 anni fa l’ultimo vescovo perugino creato cardinale era mons. Gioacchino Pecci, divenuto poi Papa Leone XIII, autore della Rerum Novarum.

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