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Commento al vangelo

Commento al Vangelo del 29.09.2013 - Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti

http://www.reginamundi.info/spiritualitanellarte/riccoepulone.jpg


Vangelo

Lc 16,19-31
Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli

Il Signore desidera che non sprechiamo la vita nella dissolutezza e nella dissipazione.

Preghiamo insieme e diciamo: Signore aiutaci a vivere in profondità di spirito.

Perché la Chiesa continui a vivere, annunciare e organizzare la carità. Preghiamo.

Perché la nostra coscienza sia sempre viva e attenta alle esigenze del vivere comune. Preghiamo.

Perché riusciamo a essere all’altezza degli sforzi che richiediamo agli altri. Preghiamo.

Perché la nostra gioia non risieda nello sfuggire alla morte, ma in colui che vince la morte. Preghiamo.

O Padre, ci chiedi di essere semplici e aperti verso il mondo. Aiutaci a non cercare sicurezza e conforto nelle cose che possediamo. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


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Omelia (30-09-2007)

padre Raniero Cantalamessa

Dio vuole salvare i ricchi dalla loro ricchezza

altLa cosa principale da mettere in luce, a proposito della parabola del ricco epulone che si legge nel vangelo di questa domenica, è la sua attualità, come, cioè, la vicenda si ripete oggi, in mezzo a noi, sia a livello mondiale che a livello locale. A livello mondiale i due personaggi stanno addirittura per due emisferi: il ricco epulone rappresenta l'emisfero nord (Europa occidentale, America, Giappone), il povero Lazzaro, con poche eccezioni, l'emisfero sud. Due personaggi, due mondi: il primo mondo e il "terzo mondo". Due mondi di diseguale grandezza: quello che chiamiamo "terzo mondo" rappresenta infatti i "due terzi del mondo". Si sta affermando l'uso di chiamarlo proprio cosi: non "terzo mondo" (third world), ma "due terzi del mondo" (two-third world).

Lo stesso contrasto tra il ricco epulone e il povero Lazzaro si ripete all'interno di ognuno dei due raggruppamenti. Ci sono ricchi epuloni che vivono gomito a gomito con poveri Lazzari nei paesi del terzo mondo (qui, anzi, il loro lusso solitario risulta ancora più stridente, in mezzo alla generale miseria delle masse) e ci sono poveri Lazzari che vivono gomito a gomito con i ricchi epuloni nei paesi del primo mondo. In tutte le società chiamate "del benessere", alcune persone dello spettacolo, dello sport, della finanza, dell'industria, del commercio, contano le loro entrate e i loro contratti di lavoro solo a miliardi (oggi a milioni di Euro), e tutto questo davanti allo sguardo di milioni di persone che non sanno come arrivare, con il magro stipendio o sussidio di disoccupazione, a pagare l'affitto, i medicinali, gli studi per i loro figli.

La cosa più odiosa, nella storia narrata da Gesù, è l'ostentazione del ricco, il fare sfoggio della sua ricchezza, senza ritegno verso il povero. Il suo lusso si manifestava soprattutto in due ambiti, nel mangiare e nel vestire: il ricco banchettava lautamente e vestiva di porpora e bisso che erano, in quel tempo, stoffe da re. Il contrasto non è solo tra chi scoppia di cibo e chi muore di fame, ma anche tra chi cambia un vestito al giorno e chi non ha uno straccio da mettersi addosso. Da noi, a una sfilata di moda, fu presentato una volta un vestito tutto lamine d'oro zecchino, prezzo oltre un miliardo di vecchie lire. Dobbiamo dirlo senza reticenze: il successo mondiale della moda italiana e il business che determina ci hanno dato alla testa; non badiamo più a niente. Tutto quello che si fa in questo settore, anche gli eccessi più palesi, godono di una specie di trattamento speciale. Le sfilate di moda che in certi periodi riempiono i telegiornali serali a spese di notizie ben più importanti, sono come delle rappresentazioni sceniche della parabola del ricco epulone.

Ma fin qui non c'è, in fondo, niente di nuovo. La novità e unicità della denuncia evangelica dipende tutta dal punto di osservazione della vicenda. Tutto, nella parabola del ricco epulone, è visto come retrospettivamente, dall'epilogo della storia: "Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto". Volendo portare la storia sugli schermi, si potrebbe benissimo partire (come si fa spesso nei film) da questo finale nell'oltretomba e far rivedere l'intera vicenda in flashback.

Molte denunce simili della ricchezza e del lusso sono state fatte lungo i secoli, ma oggi suonano tutte o retoriche e velleitarie, o pietistiche e anacronistiche. Questa denuncia, dopo duemila anni, conserva intatta la sua carica dirompente. Il motivo di ciò è che a pronunciarla non è un uomo di parte che sta o per i ricchi o per i poveri, ma uno che sta al di sopra delle parti e si preoccupa sia dei ricchi che dei poveri, anzi forse più dei primi che dei secondi (questi li sa meno esposti al pericolo!). La parabola del ricco epulone non è suggerita da astio verso i ricchi o da desiderio di prendere il loro posto, come tante denuncie umane, ma da preoccupazione sincera della loro salvezza. Dio vuole salvare i ricchi dalla loro ricchezza.

Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20130929.shtml

 

Commento al Vangelo del 22.09.2013 - Non potete servire Dio e la ricchezza

Vangelo

Lc 16,1-13
Non potete servire Dio e la ricchezza.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.

L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.

Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?

Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Parola del Signore.


Preghiera dei fedeli

Col divieto di idolatrare il denaro, al cristiano non è tolta la possibilità di essere pienamente felice. Dio ci conosce e sa che la nostra gioia non può risiedere nei soli beni materiali.


Preghiamo insieme e diciamo: Signore aiutaci a valutare con saggezza.

Perché il potere sia sempre concepito come servizio. Preghiamo.

Perché di fronte all’affanno di dover accumulare oggetti ci accompagni sempre la consapevolezza che l’essenziale sei tu. Preghiamo.

Perché la nostra lotta contro le ingiustizie sia mossa sempre dall’amore per chi è debole e mai dall’invidia per chi è potente. Preghiamo.

Perché sappiamo mettere ambizione e scaltrezza al servizio di misericordia e semplicità di cuore. Preghiamo.

O Padre, ci chiedi di essere fedeli nell’amministrazione del poco per poterci affidare il molto. Aiutaci a gestire bene la nostra libertà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


 

 

Omelia (23-09-2007)

padre Raniero Cantalamessa

Abbiamo la vita in amministrazione, non in proprietà

altIl Vangelo di questa Domenica ci presenta una parabola per certi versi assai attuale; quella dell'amministratore infedele. Il personaggio centrale è il fattore di un proprietario terriero, figura molto popolare anche nelle nostre campagne, quando vigeva il sistema della mezzadria.

Come le migliori parabole, essa è come un dramma in miniatura, pieno di movimento e di cambiamenti di scena. La prima scena ha per attori l'amministratore e il suo padrone e si conclude con un licenziamento in tronco: "Non puoi più essere amministratore". Il fattore non abbozza neppure un'autodifesa. Ha la coscienza sporca e sa perfettamente che quello di cui il padrone è venuto a conoscenza è vero. La seconda scena è un soliloquio dell'amministratore appena rimasto solo. Egli non si dà per vinto; pensa subito a come rimediare per garantirsi un futuro. La terza scena - l'amministratore e i contadini - rivela la truffa da lui escogitata allo scopo: "Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta". Un caso classico di corruzione e di falso in bilancio che fa pensare ad analoghi episodi frequenti nella nostra società, spesso su scala ben più vasta.

La conclusione è sconcertante: "Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza". Gesù approva forse e incoraggia la corruzione? Bisogna richiamare alla mente la natura tutta speciale dell'insegnamento in parabole. La parabola non va trasferita in blocco e con tutti i suoi dettagli sul piano dell'insegnamento morale, ma solo per quell'aspetto che il narratore vuole valorizzare. Ed è chiaro qual è l'idea che Gesù ha voluto inculcare con questa parabola. Il padrone loda l'amministratore per la sua accortezza, non per altro. Non si afferma che è tornato indietro nella sua decisione di licenziare quell'uomo. Anzi, visto il suo rigore iniziale e la prontezza con cui ha scoperto la nuova truffa, possiamo immaginare facilmente il seguito, non raccontato, della storia. Dopo aver lodato l'amministratore per la sua astuzia, il padrone deve avergli ingiunto di restituire immediatamente il frutto delle sue transazioni disoneste, o di scontarle col carcere, se non era in grado di saldare il debito. Questo, cioè la scaltrezza, è anche ciò che Gesù loda, fuori parabola. Aggiunge, infatti, quasi a commento delle parole di quel padrone: "I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce".

Quell'uomo, davanti ad una situazione d'emergenza, quando era in gioco tutto il suo avvenire, ha dato prova di due cose: di estrema decisione e di grande scaltrezza. Ha agito prontamente e intelligentemente (anche se non onestamente) per mettersi al sicuro. Questo - viene a dire Gesù ai suoi discepoli- è ciò che dovete fare anche voi, per mettere al sicuro, non l'avvenire terreno che dura qualche anno, ma l'avvenire eterno. "La vita - diceva un filosofo antico - a nessuno è data in possesso, ma a tutti in amministrazione" (Seneca). Siamo tutti degli "amministratori"; dobbiamo perciò fare come l'uomo della parabola. Egli non ha rimandato al domani, non ci ha dormito sopra. È in gioco qualcosa di troppo importante per affidarlo al caso.

Il Vangelo stesso fa diverse applicazioni pratiche di quest'insegnamento di Cristo. Quella su cui si insiste di più riguarda l'uso della ricchezza e del denaro: "Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne". Come dire: fate come quell'amministratore; fatevi amici coloro che un giorno, quando vi troverete nella necessità, possono accogliervi. Questi amici potenti, si sa, sono i poveri, dal momento che Cristo considera dato a lui in persona quello che si dà al povero. I poveri, diceva sant'Agostino, sono, se lo vogliamo, i nostri corrieri e i nostri facchini: ci permettono di trasferire, fin da ora, i nostri beni nella casa che si sta costruendo per noi nell'aldilà.

Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20130922.shtml


 

Commento al Vangelo del 15.09.2013 - Vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte

bartolome esteban murillo 025 ritorno figliol prodigo

 

Vangelo

Lc 15,1-32

Ci sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore.


 

Preghiera dei fedeli

La tentazione di ingabbiare Dio nei limiti del nostro pensiero è sempre forte. Altrettanto forte dev’essere la nostra voglia di ricercare il volto autentico del Padre.

Preghiamo insieme e diciamo: Signore donaci il coraggio della conversione.

Perché di fronte al conflitto sappiamo sempre dialogare in vista della riconciliazione. Preghiamo.

Perché il tuo perdono sia di stimolo per perdonare. Preghiamo.

Perché sappiamo utilizzare la nostra forza per resistere al male e non per schiacciare coloro che riteniamo malvagi. Preghiamo.

Perché anche nella nostra miseria ci ricordiamo di essere tuoi figli, amati e mai lasciati in preda alla disperazione. Preghiamo.

O Padre, la tua gioia per l’esistenza di ogni uomo non si spegne nemmeno di fronte alle nostre più gravi mancanze. Aiutaci, quando non sappiamo da dove ripartire, a ripartire da te. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


 

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Omelia (16-09-2007)

padre Raniero Cantalamessa

Sanare le relazioni genitori-figli

altNella liturgia di questa domenica si legge l'intero capitolo quindici del Vangelo di Luca che contiene le tre parabole dette "della misericordia": la pecorella smarrita, la dramma perduta e il figliol prodigo. "Un padre aveva due figli...". Basta ascoltare queste tre o quattro parole perché chi ha un minimo di familiarità con il vangelo esclami subito: parabola del figliol prodigo! In altre occasioni ho messo in rilievo il significato spirituale della parabola; questa volta vorrei sottolineare di essa un aspetto poco sviluppato ma estremamente attuale e vicino alla vita. Nel suo fondo la parabola non è che la storia di una riconciliazione tra padre e figlio, e tutti sappiamo quanto una simile riconciliazione è vitale per la felicità sia dei padri che dei figli.

Chissà perché la letteratura, l'arte, lo spettacolo, la pubblicità sfruttano tutti un solo rapporto umano: quello a sfondo erotico tra l'uomo e la donna, tra marito e moglie. Sembra che non esista nella vita altro che questo. Pubblicità e spettacolo non fanno che cucinare in mille salse lo questo piatto. Lasciamo invece inesplorato un altro rapporto umano altrettanto universale e vitale, un'altra delle grandi fonti di gioia della vita: il rapporto padre - figlio, la gioia della paternità. In letteratura l'unica opera che tratta veramente questo tema è la Lettera al padre" di F. Kafka. (Il famoso romanzo "Padri e figli" di Turgenev non tratta in realtà del rapporto tra padri e figli naturali, ma tra generazioni diverse).

Se invece si scava con serenità e obiettività nel cuore dell'uomo si scopre che, nella maggioranza dei casi, un rapporto riuscito, intenso e sereno con i figli è, per un uomo adulto e maturo, non meno importante e appagante che il rapporto uomo - donna. Sappiamo quanto questo rapporto sia importante anche per il figlio o la figlia e il vuoto tremendo che lascia la sua rottura.
Come il cancro attacca, di solito, gli organi più delicati nell'uomo e nella donna, così la potenza distruttrice del peccato e del male attacca i gangli più vitali dell'esistenza umana. Non c'è nulla che sia sottoposto all'abuso, allo sfruttamento e alla violenza quanto il rapporto uomo - donna e non c'è nulla che sia così esposto alla deformazione come il rapporto padre - figlio: autoritarismo, paternalismo, ribellione, rifiuto, incomunicabilità.

Non bisogna generalizzare. Esistono casi di rapporti bellissimi tra padre e figlio e io stesso ne ho conosciuto diversi. Sappiamo però che esistono anche, e più numerosi, casi negativi di rapporti difficili tra padri e figli. Nel profeta Isaia si legge questa esclamazione di Dio: "Ho allevato e fatto crescere dei figli, ma essi si sono ribellati contro di me" (Is 1, 2). Credo che molti padri oggigiorno sanno, per esperienza, cosa vogliono dire queste parole.

La sofferenza è reciproca; non è come nella parabola dove la colpa è tutta e solo del figlio... Ci sono padri la cui più profonda sofferenza nella vita è di essere rifiutati, o addirittura disprezzati dai figli. E ci sono figli la cui più profonda e inconfessata sofferenza è di sentirsi incompresi, non stimati, o addirittura rifiutati dal padre.

Ho insistito sul risvolto umano ed esistenziale della parabola del figliol prodigo. Ma non si tratta solo di questo, cioè di migliorare la qualità della vita in questo mondo. Rientra nello sforzo per una nuova evangelizzazione, l'iniziativa di una grande riconciliazione tra padri e figli e il bisogno di una guarigione profonda del loro rapporto. Si sa quanto il rapporto con il padre terreno può influenzare, positivamente o negativamente, il proprio rapporto con il Padre dei cieli e quindi la stessa vita cristiana. Quando nacque il precursore Giovanni Battista l'angelo disse che uno dei suoi compiti sarebbe stato di "ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i cuori dei figli verso i padri". Un compito oggi più che mai attuale.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20130915.shtml



 

Commento al Vangelo del 08.09.2013 - Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo

Vangelo

Lc 14,25-33

Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli

Dio conosce il limite e la caducità della creatura umana. Invochiamo da lui il dono della sapienza e la forza del suo Spirito.

Preghiamo dicendo: Manda il tuo Spirito, Signore.

Perché la Chiesa riconosca la sua forza nel paradosso della croce e sappia portarla con Cristo ogni giorno. Preghiamo

Perché chi ha ruoli di governo e di autorità li eserciti per il bene comune in spirito di servizio. Preghiamo.

Perché tutti i cristiani vivano con coerenza la fedeltà alla Parola. Preghiamo.

Perché ognuno di noi operi per l’edificazione di un mondo più giusto e fraterno secondo il Vangelo. Preghiamo.

Padre Santo, apri il nostro cuore alla disponibilità al vangelo per essere più conformi al Figlio tuo e per testimoniare al mondo la bellezza dell’essere suoi discepoli. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


 

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L'amore per Cristo ordina altri amori

padre Raniero Cantalamessa    09/09/2007

Ialtl brano di Vangelo di questa Domenica è uno di quelli che si sarebbe tentati di smussare e addolcire come troppo duro per gli orecchi degli uomini d'oggi: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre...". Precisiamo subito una cosa: il Vangelo è, sì, a volte, provocatorio, ma non è mai contraddittorio. Poco oltre, nello stesso Vangelo di Luca, Gesù richiama con forza il dovere di onorare il padre e la madre (cfr. Lc 18 20) e, a proposito di marito e moglie, dice che devono essere una sola carne e che l'uomo non ha diritto di separare quello che Dio ha congiunto. Come può dunque, dirci, adesso, di odiare il padre e la madre, la moglie, i figli e i fratelli?

Bisogna tener presente un fatto. La lingua ebraica non possiede il comparativo di maggioranza o di minoranza (amare una cosa più di un'altra, o meno di un'altra); semplifica e riduce tutto a amare o odiare. La frase: "Se uno viene a me e non odia il padre e la madre...", va dunque intesa nel senso: "Se uno viene a me, senza preferirmi al padre e alla madre...". Basta, per rendersene conto, leggere lo stesso brano nel Vangelo di Matteo dove suona così: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me" (Mt 10,37).

Sarebbe sbagliatissimo pensare che questo amore per Cristo entri in concorrenza con i vari amori umani: per i genitori, il coniuge, i figli e i fratelli. Cristo non è un "rivale in amore" di nessuno e non è geloso di nessuno. Nell'opera La scarpetta di raso di Paul Claudel, la protagonista, fervente cristiana ma anche follemente innamorata di Rodrigo, esclama tra sé, quasi stentasse a crederci: "È dunque permesso questo amore delle creature l'una per l'altra? Davvero, Dio non è geloso?". E il suo angelo custode le risponde: "Come potrebbe essere geloso di ciò che ha fatto lui stesso?" (atto III, scena 8).

L'amore per Cristo non esclude gli altri amori, ma li ordina. Anzi, è colui nel quale ogni genuino amore trova il suo fondamento e il suo sostegno e la grazia necessaria per essere vissuto fino in fondo. Questo è il senso della "grazia di stato" che il sacramento del matrimonio conferisce ai coniugi cristiani. Esso assicura che, nel loro amore, essi saranno sorretti e guidati dall'amore che Cristo ha avuto per la sua sposa, la Chiesa.

Gesù non illude nessuno, ma neppure delude nessuno; chiede tutto perché vuole dare tutto; anzi ha dato tutto. Qualcuno potrebbe domandarsi: ma che diritto ha quest'uomo, vissuto venti secoli fa in un angolo oscuro della terra, di chiedere a tutti questo amore assoluto? La risposta, senza bisogno di risalire troppo lontano, si trova nella sua vita terrena che conosciamo dalla storia: è che egli, per primo, ha dato tutto per l'uomo. "Ci ha amato e ha dato se stesso per noi" (cfr. Ef 5, 2).

Nel nostro stesso Vangelo Gesù ci ricorda anche quale è il banco di prova e il segno del vero amore per lui: "prendere su di sé la propria croce". Prendere la propria croce non significa andare in cerca di sofferenze. Neppure Gesù è andato a cercarsi lui la sua croce; ha preso su di sé, in obbedienza alla volontà del Padre, quella che gli uomini gli mettevano sulle spalle e con il suo amore obbediente l'ha trasformata da strumento di supplizio in segno di redenzione e di gloria. Gesù non è venuto ad accrescere le croci umane, ma piuttosto a dare ad esse un senso. È stato detto giustamente che "chi cerca Gesù senza la croce, troverà la croce senza Gesù", cioè troverà ugualmente la croce, ma senza la forza per portarla.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20130908.shtml



 

Commento al Vangelo del 01.09.2013 - Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato

Vangelo

Lc 14,1.7-14


Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuAvvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli
Per essere cristiani autentici non basta essere di buona educazione religiosa. Occorre convertirsi ed acquisire una coscienza seria e serena del proprio peccato.
Preghiamo insieme e diciamo:

Ascoltaci, Signore.

Perché la saggezza ci preservi dalle tentazioni della ricerca esasperata del successo e dalla lotta per il potere ad ogni costo. Preghiamo.

Perché le comunità cristiane, sull’esempio del loro unico maestro, prediligano sempre «poveri, storpi, zoppi e ciechi». Preghiamo.

Perché la nostra umiltà nasca sempre dall’amore per ciò che siamo e ciò che possiamo diventare con l’aiuto di Dio. Preghiamo.

Perché impariamo ad occupare anche l’ultimo posto col cuore sereno e la mente libera. Preghiamo.

O Padre, la tua grandezza si è manifestata nella scelta degli ultimi. Aiutaci a capire che ogni capacità comporta una responsabilità verso noi stessi e verso i fratelli più fragili. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


 

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Omelia (02-09-2007)

padre Raniero Cantalamessa

La rivoluzione sociale dell'umiltà

L'inizio del Vangelo di questa domenica ci aiuta a correggere un pregiudizio assai diffuso: "Un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo". Leggendo il Vangelo da una certa angolatura, si è finito per fare dei farisei il prototipo di tutti i vizi: ipocrisia, doppiezza, falsità; i nemici per antonomasia di Gesù. Con questi significati negativi, il termine fariseo e l'aggettivo farisaico è entrato nel vocabolario della nostra e di molte altre lingue.

Una simile idea dei farisei non è corretta. Tra di essi c'erano certamente molti elementi che rispondevano a questa immagine, ed è con essi che Cristo si scontra duramente. Ma non tutti erano così. Nicodemo, che va da Gesù di notte e che più tardi lo difende dinanzi al Sinedrio, era un fariseo (cfr. Gv 3,1; 7, 50 s.). Fariseo era anche Saulo prima della conversione, ed era certamente persona sincera e zelante, anche se ancora male illuminata. Fariseo era Gamaliele che difese gli apostoli davanti al Sinedrio (cfr. At 5, 34 ss.).

I rapporti di Gesù con i farisei non furono soltanto conflittuali. Condividevano spesso le stesse convinzioni, come la fede nella risurrezione dei morti, sull'amore di Dio e del prossimo come primo e più importante comandamento della legge. Alcuni, come nel nostro caso, lo invitano perfino a pranzo in casa loro. Oggi si è d'accordo nel ritenere che non furono tanto i farisei a volere la condanna di Gesù, quanto la setta avversaria dei Sadducei, cui apparteneva la casta sacerdotale di Gerusalemme.

Per tutti questi motivi, sarebbe altamente auspicabile che si smetta di usare i termini fariseo o farisaico in senso dispregiativo. Ne guadagnerebbe anche il dialogo con gli ebrei che ricordano con con grande onore il ruolo svolto dalla corrente dei farisei nella loro storia, specie dopo la distruzione di Gerusalemme.

Durante il pranzo, quel sabato, Gesù diede due insegnamenti importanti: uno rivolto agli invitati, l'altro all'invitante. Al padrone di casa, Gesù disse (forse a quattrocchi, o in presenza dei soli discepoli): "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini..." Così ha fatto lui stesso, Gesù, quando ha invitato al grande banchetto del Regno poveri, afflitti, miti, affamati, perseguitati (le categorie di persone elencate nelle Beatitudini).

Ma è su ciò che Gesù dice agli invitati che vorrei soffermarmi questa volta. "Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto...". Gesù non intende dare consigli di buona creanza. Neppure intende incoraggiare il sottile calcolo di chi si mette all'ultimo posto, con la segreta speranza che il padrone gli faccia cenno di salire avanti. La parabola qui può trarre in inganno, se non si pensa di quale banchetto e di quale padrone Gesù sta parlando. Il banchetto è quello più universale del Regno e il padrone è Dio.

Nella vita, vuol dire Gesù, scegli l'ultimo posto, cerca di far contenti gli altri più che te stesso; sii modesto nel valutare i tuoi meriti, lascia che siano gli altri a riconoscerli, non tu ("nessuno è un buon giudice in una causa propria"), e già fin da questa vita Dio ti esalterà. Ti esalterà nella sua grazia, ti farà salire in alto nella graduatoria dei suoi amici e dei veri discepoli del suo Figlio, che è la sola cosa che conta davvero.

Ti esalterà anche nella stima degli altri. È un fatto sorprendente, ma vero. Non è solo Dio che "si china verso l'umile, ma tiene a bada il superbo" (cfr. Salmo 107,6); anche l'uomo fa lo stesso, indipendentemente dal fatto se è credente o meno. La modestia, quando è sincera e non affettata, conquista, rende la persona amata, la sua compagnia desiderata, la sua opinione apprezzata. La vera gloria fugge chi la insegue e insegue chi la fugge.

Viviamo in una società che ha estremo bisogno di riascoltare questo messaggio evangelico sull'umiltà. Correre ad occupare i primi posti, magari passando, senza scrupoli, sulle teste degli altri, l'arrivismo e la competitività esasperata, sono caratteristiche da tutti deprecate e da tutti, purtroppo, seguite. Il Vangelo ha un impatto sul sociale, perfino quando parla di umiltà e di modestia.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20130901.shtml


 
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