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Commento al vangelo

Commento al Vangelo del 17/11/2013 - Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita


Vangelo

Lc 21,5-19


Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.

Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli

Il Signore ci ricorda sempre che la nostra quotidianità non è mai sprecata se la viviamo come un servizio a lui e agli altri.

Preghiamo insieme e diciamo: Conservaci sereni nella tua giustizia.

Perché conserviamo il desiderio di un mondo migliore. Preghiamo.

Perché riconosciamo che quanto c’è di buono nel mondo è segno della tua presenza. Preghiamo.

Perché venga concesso ad ogni uomo di guadagnare il proprio pane lavorando, mantenendo la propria dignità e non cedendo alla disperazione. Preghiamo.

Perché le distrazioni e le difficoltà non ci impediscano di commuoverci per la tua giustizia. Preghiamo.

O Padre, l’invidia verso i superbi a volte supera la coscienza del tuo amore. Aiutaci a sentire che non c’è nulla di svilente in una vita semplice. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


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Omelia (24-11-2009)

Monaci Benedettini Silvestrini

Il crollo del tempio

Spesso l'uomo crede di aver realizzato qualcosa di indistruttibile, di perenne e ciò soprattutto quando si tratta di realtà umane a cui si annette uno speciale valore e significato.

Lo pensavano anche gli ebrei del loro maestoso tempio di Gerusalemme, segno per loro della divina presenza, della speciale predilezione di cui godevano e del loro prestigio e grandezza.

Non avevano compreso che quella splendida realtà era legata ad un patto di alleanza e di fedeltà. Tutto crolla quando la fede viene meno e l'ipocrisia impera.

Prima della distruzione del tempio si è infranto colpevolmente quel patto, quel legame e quel vincolo. A quel punto il tempio non ha più motivo di esistere, sarebbe un segno bugiardo. Viene quindi condannato alla distruzione perché assuma un altro significato, quello di una distruzione del male, dell'egoismo, della presunzione. Sono questi in primo luogo gli eventi terrificanti di cui parla il Vangelo.

La vera catastrofe è sempre originata dal peccato e dall'infedeltà a Dio. Viene da pensare che anche le nostre splendide chiese potrebbero assumere le stesse caratteristiche del tempio di Gerusalemme se non le viviamo come segno di comunione vera con Dio e tra di noi. Il tempio, la chiesa è tale solo se coloro che li frequentano esprimono coerentemente nel culto e nella vita l'autenticità della fede.

Possiamo perciò essere noi a sconsacrare e distruggere templi e chiese. «Dov'è carità e amore lì c'è Dio», ne consegue che dove non c'è amore e fraternità Dio viene cacciato e una chiesa senza Dio diventa un normale e comune locale di umane adunanze.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20131117.shtml

 

Commento al Vangelo del 10/11/2013 - Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui

Vangelo

Lc 20,27-38

Dio non è dei morti, ma dei viventi.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Parola del Signore.


Forma breve (Lc 20, 27.34-38):

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, disse Gesù ad alcuni sadducèi, i quali dicono che non c’è risurrezione:

«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.

Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli

Apriamo il nostro cuore alla speranza nella pienezza della vita dopo e oltre la morte.

Preghiamo insieme e diciamo: Dio dei viventi, ascoltaci.

Perché non ci spaventi la testimonianza anche faticosa della nostra fede. Preghiamo.

Perché la malvagità che affligge il mondo non ci impedisca di credere nella solidità della giustizia. Preghiamo.

Perché Dio ci sappia mantenere fedeli ai fratelli così come lui lo è con noi. Preghiamo.

Perché sappiamo riconoscere, all’interno della travagliata storia dell’uomo, i segni di un progetto più alto. Preghiamo.

O Padre, la sensazione di sprecare la vita ci fa temere la morte. Aiutaci ad avere una speranza solida nel futuro per vivere bene il presente. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20131110.shtml


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Con la morte la vita non termina, si trasforma

padre Raniero Cantalamessa

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (11 novembre 2007)

altIn risposta alla domanda-trabocchetto dei Sadducei sulla sorte della donna che ha avuto in terra sette mariti, Gesù riafferma anzitutto il fatto della risurrezione, correggendo, nello stesso tempo, la rappresentazione materialistica e caricaturale che di essa fanno i Sadducei. La beatitudine eterna non è semplicemente un potenziamento e prolungamento delle gioie terrene, con piaceri della carne e della tavola a sazietà. L'altra vita è davvero un'altra vita, una vita di qualità diversa. È, sì, il compimento di tutte le attese che l'uomo ha sulla terra -e anzi infinitamente di più -, ma su un piano diverso. "Quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli".

Nella parte finale del Vangelo, Gesù spiega il motivo perché ci deve essere vita dopo la morte. "Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui". Dove sta in ciò la prova che i morti risorgono? Se Dio si definisce "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" ed è un Dio dei vivi, non dei morti, allora vuol dire che Abramo, Isacco e Giacobbe vivono da qualche parte, anche se, al momento in cui Dio parla a Mosè, essi sono morti da secoli.

Interpretando in modo errato la risposta che Gesù da ai Sadducei, alcuni hanno sostenuto che il matrimonio non ha alcun seguito in cielo. Ma con quella frase Gesù rigetta l'idea caricaturale che i sadducei presentano dell'al di là, come fosse un semplice proseguimento dei rapporti terreni tra i coniugi; non esclude che essi possano ritrovare, in Dio, il vincolo li ha uniti sulla terra.

È possibile che due sposi, dopo una vita che li ha associati a Dio nel miracolo della creazione, nella vita eterna non abbiamo più niente in comune, come se tutto fosse dimenticato, perduto? Non sarebbe questo in contrasto con la parola di Cristo che non si deve dividere ciò che Dio ha unito? Se Dio li ha uniti sulla terra, come potrebbe dividerli in cielo? Può tutta una vita insieme finire nel nulla senza che si smentisca il senso stesso della vita di quaggiù che è di preparare l'avvento del regno, i cieli nuovi e la terra nuova?"

È la Scrittura stessa - non solo il naturale desiderio degli sposi -, ad appoggiare questa speranza. Il matrimonio, dice la Scrittura, è "un grande sacramento" perché simboleggia l'unione tra Cristo e la Chiesa (Ef 5, 32). Possibile dunque che esso sia cancellato proprio nella Gerusalemme celeste, dove si celebra l'eterno banchetto nuziale tra Cristo e la Chiesa, di cui esso è immagine?

Secondo questa visione, il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. Nel prefazio della Messa dei defunti la liturgia dice che con la morte "la vita è mutata, non è tolta"; lo stesso si deve dire del matrimonio che è parte integrante della vita.

Ma cosa dire a quelli che hanno avuto un'esperienza negativa, di incomprensione e di sofferenza, nel matrimonio terreno? Non è per essi motivo di spavento, anziché di consolazione, l'idea che il legame non si rompe neppure con la morte? No, perché nel passaggio dal tempo all'eternità il bene resta, il male cade. L'amore che li ha uniti, fosse pure per breve tempo, rimane; i difetti, le incomprensioni, le sofferenze che si sono inflitte reciprocamente cadono. Moltissimi coniugi sperimenteranno solo quando saranno riuniti "in Dio" l'amore vero tra di loro e, con esso, la gioia e la pienezza dell'unione che non hanno goduto in terra. È anche la conclusione di Goethe sull'amore tra Faust e Margherita: "Solo in cielo l'irraggiungibile (cioè l'unione piena e pacifica tra due creature che si amano) diventerà realtà". In Dio tutto si capirà, tutto si scuserà, tutto ci si perdonerà.

E che dire di quelli che sono stati legittimamente sposati a diverse persone, come i vedovi e le vedove risposati? (Fu il caso presentato a Gesù dei sette fratelli che avevano avuto, successivamente, in moglie la stessa donna). Anche per essi dobbiamo ripetere la stessa cosa: quello che c'è stato di amore e donazione veri con ognuno dei mariti o delle mogli avuti, essendo obbiettivamente un "bene" e venendo da Dio, non sarà annullato. Lassù non ci sarà più rivalità in amore o gelosia. Queste cose non appartengono all'amore vero, ma al limite intrinseco della creatura.

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=10998

 


 

Commento al Vangelo del 27/10/2013 - Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato


Vangelo

Lc 18,9-14

Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:

«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.

Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.

Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli

Il Signore è vicino a coloro che si accostano a lui con un cuore contrito e libero. Egli ricerca un rapporto con l’uomo nella verità.

Preghiamo insieme e diciamo: Signore, accogli la nostra preghiera.

Perché i fedeli laici, i diaconi, i sacerdoti, i vescovi e il Papa siano fedeli al ministero loro affidato da Cristo di annunciare il Vangelo. Preghiamo.

Perché per quanto misera sia la nostra condizione abbiamo il coraggio di pregare per chi sta peggio di noi. Preghiamo.

Perché nelle ore più buie ci ricordiamo del semplice ed immenso dono che ci hai fatto regalandoci la vita. Preghiamo.

Perché ricordiamo sempre che, per quanto forti possiamo sentirci, solo inginocchiandoci di fronte a te possiamo davvero tornare a casa giustificati. Preghiamo.

O Padre, l’apertura alla tua presenza richiede il riconoscimento della nostra non autosufficicenza. Aiutaci ad essere sempre coscienti dei nostri limiti e sereni di fronte ad essi. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


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Omelia (01-03-2008)

 

Monaci Benedettini Silvestrini

 

Nel cuore della preghiera

Tra i vari moventi della preghiera dobbiamo mettere tra i primi posti da una parte la consapevolezza della nostra estrema povertà e dell'altra la certezza che colui che invochiamo è in grado di soccorrerci. Tutto ciò sgorga essenzialmente dalle tre virtù teologali, che ci orientano verso Dio: la fede, la speranza e la carità.

Tutte le virtù cristiane sono però correlate tra loro, per cui le individuiamo subito un'altra, che costituisce un indispensabile supporto a quelle menzionate: l'umiltà.

Essere umili significa riconoscere ciò che siamo, riconoscere con la migliore gratitudine i doni di Dio, riconoscere nella sua verità sia il bene di cui siamo capaci, sia il male di cui siamo responsabili. Sono queste le migliori premesse della preghiera.

I due protagonisti del vangelo odierno si contrappongono nettamente offrendoci l'uno una bella testimonianza di preghiera autentica, l'altro un cattivo esempio di umana presunzione. Il fariseo infatti fa vanto delle sue azioni e, pur ringraziando Dio, le attribuisce a se stesso. La sua, più che una preghiera, è un soliloquio di autogratificazione. Con un giudizio assolutamente personale, si ritiene migliore degli altri uomini, migliore anche del pubblicano, che guarda con sufficienza e disprezzo. Più che pregare, egli ci da l'impressione di chi sta presentando al Signore le proprie credenziali; non ha nulla da chiedere, ha solo da offrire, con palese orgoglio, la sua presunta giustizia.

Com'è diverso l'atteggiamento del vero orante: il pubblicano, riconoscendosi peccatore, si tiene a doverosa distanza da Dio e, in una serena mortificazione, non osa neanche di levare gli occhi verso il cielo, verso la dimora del Dio altissimo. Si riconosce reo di peccato e, mosso da sincero pentimento, si batte il petto e implora la misericordia divina: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore".

È illuminate per noi la conclusione che Gesù trae al termine della parabola: "Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato".

Abbiamo una evidente e pressante alternativa: o accettare ed adeguarci alle sfide innumerevoli che il mondo ci lancia e in questo caso l'orgoglio è sicuramente l'arma più efficace, o fidarci di Dio e affidarci a lui come umili mendicanti, ma stracolmi di fiducia in lui.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20131027.shtml

Ultimo aggiornamento ( Sabato 26 Ottobre 2013 21:18 )

 

Commento al Vangelo del 13.10.2013 - La tua fede ti ha salvato!

Vangelo

Lc 17,11-19


Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.

                  + Dal Vangelo secondo Luca

gesuLungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.

Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.

Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Parola del Signore


Preghiera dei fedeli

Dio ci chiama alla salvezza e alla gioia autentica, e ci chiede di riconoscere come figli l’amore ch’egli ci dona.

Preghiamo insieme e diciamo: Signore, guidaci alla fonte del tuo amore.

Perché la consapevolezza della tua misericordia ci unisca fra noi al di là delle nostre differenze. Preghiamo.

Perché impariamo la difficile arte della riconoscenza. Preghiamo.

Perché la nostra fede superi sempre il nostro fallimento. Preghiamo.

Perché non ci accontentiamo del successo nella vita, ma miriamo alla realizzazione della vita. Preghiamo.

O Padre, la tentazione di dimenticare che la salvezza è dono immeritato e gratuito è sempre in agguato. Donaci un cuore capace di gratitudine e sollecito verso i nostri fratelli che hanno bisogno, come noi, della tua misericordia. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


 

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Omelia (14-10-2007)

Eremo San Biagio

Dalla Parola del giorno
"Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all'infuori di questo straniero?" E gli disse: "Alzati e va, la tua fede ti ha salvato."

Come vivere questa Parola?
Erano dieci i lebbrosi che, incontrando il Signore, avevano levato il grido: "Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!" e Gesù li aveva guariti. Però uno solo e, guarda caso, non un israelita ma uno straniero, era tornato a glorificare Do e a ringraziare.

Quel che va sottolineato è un particolare importante. Solo a quest'uomo che è tornato sui suoi passi a lodare Dio e a ringraziarlo, Gesù dice quelle parole veramente salvifiche che Egli pone a conferma di altri miracoli: "La tua fede ti ha salvato."

È dunque la fede la condizione primaria per ottenere da Dio quello che chiediamo, quando ciò che chiediamo è in piena sintonia con la sua volontà di salvezza.

E la fede non è anche e soprattutto un anticipato lodare e ringraziare Dio, talmente abbiamo fiducia in Lui, nel suo libero gratuito, assolutamente gratuito donarci quello che serve al nostro vero bene?
Del resto, basta ricordare il comportamento di Gesù. Prima di risuscitare Lazzaro Egli prega:"Ti ringrazio, o Padre, perché mi hai esaudito. Sapevo che tu mi esaudisci sempre."

Quando Gesù dice:"Ti sia fatto secondo la tua fede" sa bene che il desiderio di Dio (quello di fare ciò che è davvero bene per noi) e il desiderio di chi crede con piena fiducia COINCIDONO.
È qui che scaturisce la gioia del grazie, della lode.

Oggi, nella pausa contemplativa, chiedo allo Spirito Santo di dilatarmi il cuore in una fede piena di fiducia.

Signore, Tu continui ad amarmi per primo, ti benedico e ti ringrazio! Concedimi di crescere in una fede che testimoni il Tuo amare tutti.

La voce di una donna di oggi
Signore, dammi un cuore di bambino, puro e semplice come acqua sorgiva, trasparente di te, della tua presenza in me. Dammi un cuore smemorato dei torti ricevuti, riconoscente di quello che ha avuto, lieto sempre di ricominciare il grande gioco: il gioco dell'amore gratuito verso ogni creatura. Dammi un cuore capace, nel tuo Spirito, dell'esultanza della lode al Padre, insieme a te, nella gioia dello Spirito Santo. Dammi un cuore di pace e di gioia che vive, in fiducia e pieno abbandono, l'attesa dell'incontro radioso con te.
M. P. Giudici

Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20131013.shtml


 

Commento al Vangello del 06.10.2013 - Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe

Vangelo

Lc 17,5-10

Se aveste fede!                                                                                                

                        + Dal Vangelo secondo Luca

gesuIn quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Parola del Signore

                                                                                                 

Preghiera dei fedeli

Dio ci chiede di rimanere saldi nell’ora della prova e di non cedere alla disperazione, sull’esempio di Gesù Cristo, morto in croce per salvarci.

Preghiamo insieme e diciamo: Signore, donaci una fede salda.

Perché la nostra fede non si manifesti solo a parole. Preghiamo.

Perché il nostro servizio nella comunità non venga sbandierato come un merito. Preghiamo.

Perché sappiamo che nulla è definitivo tranne il tuo amore. Preghiamo.

Perché dove la nostra speranza ci abbandona arrivi a sostenerci la nostra umiltà. Preghiamo.

O Padre, il cammino lungo cui ci conduci è pieno di distrazioni e di occasioni per perdere la fede: aiutaci a capire che il male non ha l’ultima parola. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.


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Omelia (07-10-2007)

padre Raniero Cantalamessa

Si raggiunge Dio solo con il salto della fede

altIl Vangelo di oggi si apre con gli apostoli che chiedono a Gesù: "Aumenta la nostra fede!". Anziché soddisfare il loro desiderio, Gesù sembra volerlo acuire. Dice: "Se aveste fede quanto un granellino di senapa...". La fede è senza dubbio il tema dominante di questa domenica. Nella prima lettura si ascolta la celebre affermazione di Abacuc, ripresa da san Paolo nella Lettera ai Romani: "Il giusto vivrà per la sua fede". Anche l'acclamazione al Vangelo è sintonizzata su questo tema: "Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).

La fede ha diverse sfumature di significato. Questa volta vorrei riflettere sulla fede nella sua accezione più comune e più elementare: se credere o meno in Dio. Non la fede, in base alla quale si decide se uno è cattolico o protestante, cristiano o musulmano, ma la fede, in base alla quale si decide se uno è credente, o non-credente, credente o ateo. Un testo della Scrittura dice: "Chi si accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano" (Eb 11, 6). Questo è il primo gradino della fede, senza il quale non se ne danno altri.

Per parlare della fede a un livello così universale non possiamo basarci soltanto sulla Bibbia, perché questa avrebbe valore solo per noi cristiani e, in parte, per gli ebrei, non per gli altri. Per nostra fortuna, Dio ha scritto due "libri": uno è la Bibbia, l'altro è il creato. Uno è composto di lettere e parole, l'altro di cose. Non tutti conoscono, o possono leggere, il libro della Scrittura; ma tutti, da qualsiasi latitudine e cultura, possono leggere il libro che è il creato. Di notte ancor meglio, forse, che di giorno. "I cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento...Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola" (Sal 19, 5). Paolo afferma: "Dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute" (Rom 1, 20).

E’ urgente dissipare l'equivoco assai diffuso secondo cui la scienza ha ormai liquidato il problema e spiegato esaurientemente il mondo, senza bisogno di ricorrere all'idea di un essere al di fuori di esso, chiamato Dio. In un certo senso, la scienza ci porta oggi più vicino alla fede in un creatore, che non nel passato. Prendiamo la famosa teoria che spiega l'origine dell'universo con il Big Bang, o la grande esplosione iniziale. In un miliardesimo di miliardesimo di secondo, si passa da una situazione in cui non c'è ancora nulla, né spazio né tempo, a una situazione in cui è cominciato il tempo, esiste lo spazio, e, in una particella infinitesimale di materia, c'è già, in potenza, tutto il successivo universo di miliardi di galassie, come lo conosciamo noi oggi.

Qualcuno dice: "Non ha senso porsi la domanda cosa c'era prima di quell'istante, perché non esiste un 'prima', quando ancora non esiste il tempo". Ma io dico: come si fa a non porsi quella domanda! "Risalire indietro nella storia del cosmo, si afferma ancora, è come sfogliare le pagine di un libro immenso, partendo dalla fine. Giunti all'inizio, ci si accorge che è come se mancasse la prima pagina". Io credo che è proprio su questa prima pagina mancante che la rivelazione biblica ha qualcosa da dire. Non si può chiedere alla scienza che si pronunci su questo "prima" che è fuori dal tempo, ma essa non dovrebbe neppure chiudere il cerchio, dando a credere che tutto è risolto.

Non si pretende di "dimostrare" l'esistenza di Dio, nel senso che diamo comunemente a questa parola. Quaggiù vediamo come in uno specchio e in un enigma, dice san Paolo. Quando un raggio di sole entra in una stanza, ciò che si vede non è la luce stessa, ma è la danza della polvere che riceve e rivela la luce. Così è di Dio: non lo vediamo direttamente, ma come di riflesso, nella danza delle cose. Questo spiega perché Dio non si raggiunge, se non con facendo il "salto" della fede.


Tratto da: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20131006.shtml

 

 
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