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Home Convento di Farneto fra Giancarlo Rosati

fra Giancarlo Rosati

La Porziuncola. Porta santa sempre aperta

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altIl pellegrino che varca la soglia della grande Basilica di Santa Maria degli Angeli, nella pianura di Assisi, è subito colpito dalla piccola chiesa romanica, centro fisico ma soprattutto cuore spirituale dell’intero santuario. È la Porziuncola, luogo della vita evangelica e fraterna di Francesco: fu qui che il santo, venticinquenne, ascoltando il Vangelo, comprese compiutamente la propria vocazione, rinunciò alla vita mondana per vivere in radicale povertà e cominciò a dedicarsi all’apostolato itinerante. Qui Francesco ricevette i primi compagni e fondò l’Ordine dei frati minori. Qui, con la vestizione di santa Chiara, prese avvio anche l’Ordine della Clarisse. In questa chiesa, la sera del 3 ottobre dell’anno 1226, Francesco “accolse la morte cantando”.

La Porziuncola è un luogo dell’anima, che viene da molto lontano. È il luogo dove Francesco ha risvegliato la nostalgia del Paradiso, che comincia in terra con una straordinaria tensione: la santità. Simone Weil, filosofa ebrea affascinata da Cristo, ha scritto con acuta sensibilità: «Mentre ero sola nella piccola cappella romanica di Santa Maria degli Angeli, incomparabile miracolo di purezza, in cui Francesco ha pregato tanto spesso, qualcosa più forte di me mi ha costretta, per la prima volta in vita mia, a inginocchiarmi» (Autobiografia spirituale).

Chi si inginocchia sulla soglia della Porziuncola vi può leggere parole straordinarie, se comparate alla “piccola porzione di mondo” quale essa è: hic locus sanctus est, questo luogo è santo, perché Dio vi è sceso e vi si è intrattenuto in colloquio con Francesco, così come, in Terra Santa, con Giacobbe, Mosè, Giosuè, Maria.

Ma se l’emozione vi prende e vi fa alzare lo sguardo, allora potrete leggere parole altrettanto straordinarie sul margine superiore della porta: haec est porta vitae aeternae, per qui si accede alla vita eterna. Parole che ispirano un credo autentico, perché alludono al mistero contenuto in questo scrigno e perché in esse perdura l’emozione di Francesco.

Se, invece, resistete all’attrazione di varcare la soglia di quella porta e girate attorno alla Porziuncola, sul retro, potrete scorgere, sopra l’abside, un altro segno del tesoro nascosto dentro al luogo santo. Si tratta di un frammento di un più grande affresco della crocifissione, attribuito al Perugino. Vi sono raffigurati Maria con il suo dolore, le donne pie che la sorreggono e consolano, Francesco abbracciato al legno della croce di Gesù e (al centro dell’abside, non casualmente) la parte inferiore del corpo crocifisso del “buon ladrone”, il primo perdonato a varcare da santo la porta, quella definitiva, della vita eterna. «Oggi sarai con me in Paradiso», gli aveva promesso Gesù morente. Ed egli aveva chiuso gli occhi in pace.

Meravigliosa combinazione! Francesco, infatti, proprio di questa sua chiesina ha fatto l’eco del perdono di Dio per i pentiti di tutti i tempi. Francesco ha proclamato, in quel memorabile giorno di agosto, alle genti riparate all’ombra delle querce: «Fratelli, io vi voglio mandare tutti in Paradiso e vi annuncio una grazia che ho ottenuto dalla bocca del Sommo Pontefice». È l’Indulgenza del Perdono, il tesoro della Porziuncola.

Se finalmente entriamo nella chiesina, siamo subito inondati dalla luce e dai colori dell’opera di Prete Ilario da Viterbo: la bella Pala di altare firmata e datata 1393, restaurata di recente. Si tratta della prima testimonianza pittorica che illustra l’immaginario popolare del Perdono di Assisi, modello per i successivi cicli iconografici. I cinque quadri in successione illustrano il cammino spirituale di Francesco, ritratto come esempio di penitente. La tavola narra del Poverello che:

si mette a nudo di fronte alle spine del roseto e ai pungoli della vita;

si fa discepolo di due angeli;

si immerge nella contemplazione di Gesù e della Vergine Maria;

si inginocchia davanti alla Chiesa, sua madre;

annuncia a tutti la sua gioia e il Paradiso che ne è il compimento.

A noi pellegrini vien chiesto di cominciare proprio da qui, dalla gioia paradisiaca dell’ultimo quadro, dalla voce di Francesco che risuona tra le mura spoglie e crea emozioni e sonorità varie nel nostro spirito. Nel mistero della Porziuncola Francesco ha condensato esperienze universali, che parlano alla nostra anima e si innestano in noi. Qui Francesco risveglia nostalgie di purezza e suggerisce i più alti pensieri. Ci dice che non si può vivere della vana superficie delle cose, ma che solo i significati scritti nel cuore di Dio e nel Vangelo sono vero orientamento per l’uomo. Ci dice ancora che il male è mistero duro e ha bisogno di pentimento e di perdono per essere vinto. Che per servire Dio e il prossimo basta una “piccola porzione” delle cose (Portiuncola de mundo – 2 Cel 18): “il resto dallo ai poveri per giustizia e sarai felice”. Che se tu preghi con fede e con cuore puro, allora dal cielo c’è risposta: basta saper fare le domande giuste e vere, non chiedere solamente per sé (petitionem tuam, Francisce, admitto, è scritto sulla volta della porta centrale della Porziuncola: la tua richiesta, Francesco, la accolgo e la esaudisco). Che tutti gli uomini e le donne sono fratelli e sorelle, e anche il sole e la luna, i fiori e l’acqua del ruscello, gli uccelli e il lupo, e tutte le creature hanno lo stesso Padre nostro. Che la croce, se tu l’abbracci, può, per una sorta di alchimia spirituale, trasformare il dolore in gioia e l’amaro in dolcezza di spirito e di corpo. E, se hai paura della morte, ci dice ancora Francesco, allora intendi che la paura e la morte sono retaggio del peccato; ma se sei in sintonia con la santa volontà di Dio, anche la morte corporale ti è sorella e ti sorride.

E’ forse già Paradiso, questo? Sì, la Porziuncola ne è un lampeggiamento, un anticipo, perché essa è la “Porta santa sempre aperta” in perenne giubileo di perdono e di grazia, che ci conduce ad Jesum per Mariam, come narra il retablo dell’altare in alto, nell’apertura a mandorla, figura della trascendenza. Qualcosa più forte di noi ci costringe ad inginocchiarci.

fr. Giancarlo Rosati, ofm

 

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The Porziuncola. Holy Door, Ever Open

The pilgrim who crosses the threshold of the great Basilica of Santa Maria degli Angeli, situated in the plain below Assisi, is struck suddenly by a small Romanesque church, the physical centre as well as spiritual heart of the whole sanctuary. It is the Porziuncola (meaning ‘small portion of land’), site of the evangelical and fraternal life of St Francis: it was here that the twenty-five year old saint, listening to the Gospel, recognised definitively his true vocation, renounced worldly life to live in absolute poverty, and began to devote himself to itinerant apostleship. Here Francis took in his first followers and founded the Order of Friars Minor. Here, with St Clare’s taking of the veil (vestizione), he also established the Order of the Clarisses. And in this church, on the evening of 3rd October, 1226, Francis ‘welcomed Sister Death, singing’.

The Porziuncola is a place of the soul, and it provokes distant thoughts and emotions. It is the place where Francis reawakened the nostalgia of Paradise, which, on Earth, emanated from an intense experience of consciousness: the Holiness. Simone Weil, a Jewish philosopher interested in Christ, wrote with acute sensitivity: ‘While I was alone in the small Romanesque chapel of Santa Maria degli Angeli, a unique miracle of purity in which Francis prayed regularly, for the first time in my life, something stronger than me compelled me to kneel down’ (Autobiografia spirituale).

Whoever kneels on the threshold of the Porziuncola can read words that are extraordinary considering ‘the small portion of land’ that it is: hic locus sanctus est (this place is holy) – because here God descended and engaged in conversation with Francis, as he did in the Holy Land also with Jacob, Moses, Josiah and Mary.

But if the emotions seize you and cause you to lift your gaze, then you will be able to read words that are all the more astonishing on the upper margin of the door: haec est porta vitae aeternae, for here one has access to eternal life. These words inspire true belief, because they allude to the mystery contained in this casket, and because in them is kept the emotion of Francis.

If, instead, you resist the attraction to cross the threshold of that door and go around the Porziuncola, on the back wall, you will notice above the apse another sign of the hidden treasure inside this holy place. It is a fragment of a larger fresco of the Crucifixion attributed to Perugino. It represents Mater Dolorosa, including the pious women who hold and console her, Francis grasping the wood of the Cross of Jesus and (not by chance at the centre of the apse) the lower part of the crucified body of the Good Thief, who was the first to be forgiven and permitted to walk through the door of eternal life as a saint. ‘Today you will be with me in Paradise’, the dying Jesus had promised him. And he closed his eyes in peace.

Marvellous combination! Francis, in fact, made this small church exactly the echo of God’s forgiveness for the penitent of all time. On that memorable day of August, Francis proclaimed to the people sheltered under the shade of the oak trees: ‘Brothers, I want to send all of you to Paradise and I present you a grace that I obtained from the mouth of the Supreme Pontiff’. It was the Indulgence of Forgiveness that is the treasure of the Porziuncola.

If finally we enter into the chapel, we are struck suddenly by the light and colours of the work of the priest Ilario da Viterbo: the beautiful altarpiece signed and dated 1393, which has recently been restored. It is the earliest pictorial testament to illustrate the popular image of the Forgiveness of Assisi. The five paintings in succession illustrate the spiritual path of Francis, portrayed as an example of penitence. The cycle narrates the story of Poverello as follows:

He strips himself bare before the thorns of the rose garden and the spurs of life;

Makes himself disciple of two angels;

Immerses into contemplation of Jesus and the Virgin Mary;

Kneels before the Church, his mother;

Announces to all his joy and the Paradise that is its fulfilment.

We pilgrims are asked to begin right here, from the heavenly joy of that last image, and from the voice of Francis that resounds between the ancient walls and creates varied emotions and sonorities in our spirit. In the mystery of the Porziuncola, Francis has condensed universal experiences that speak to our soul and settle within us. Here Francis reawakens the nostalgia of purity and provokes the highest thoughts. He tells us that we cannot live for superficial vanities, but that only the meanings written in the heart of God and in the Gospel provide true guidance for man. Again he tells us that evil is a steadfast mystery and requires repentance and forgiveness to be defeated. That in order to serve God and one’s neighbour a ‘small portion’ of things is sufficient (Portiuncola de mundo – 2 Cel 18): ‘give the rest to the poor and you will be happy’. That if you pray with faith and purity of heart, then you will rest in heaven: it is sufficient to know how to make true and just requests, not to ask solely on behalf of oneself (petitionem tuam, Francisce, admitto is written on the vault of the central door of the Porziuncola: ‘your request, Francis, I welcome and I fulfil). That all men and women are brothers and sisters, and that the sun and moon, flowers and water of the rivulet, the birds and the wolf, and all other creatures have the same Padre nostro. That the Cross, if you hold it, through some kind of spiritual alchemy is able to transform pain into joy and bitterness into sweetness of spirit and of body. And, if you are afraid of death, again Francis tells us, then you understand that fear and death are the inheritance of sin; but if you are in synthesis with the divine will of God, then even corporeal death will be your sister and smile at you.

Is this then, perhaps, Paradise? Yes, the Porziuncola is a fleeting moment of it, a down payment, because it is the ‘Ever open holy door’ in an eternal jubilee of forgiveness and grace that leads us to Jesus per Mariam, as the retable of the high altar tells us in the opening of the mandorla, which is representative of transcendence. Something stronger than us compels us to kneel down.



Ultimo aggiornamento ( Domenica 09 Giugno 2013 19:37 )

 

Sorella Chiara, sotto lo sguardo di Maria alla Porziuncola


29/02/2012

santa chiaraLa mattina, quando la luce dell’alba dal monte Subasio si riversava sulla valle e ridonava alle cose i loro colori e agli uccelli il loro canto, non era difficile per Chiara da San Damiano scorgere il folto della selva di querce e indovinare il luogo della piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli. Dopo il saluto al Signore della luce e al nuovo giorno, Chiara si sporgeva un poco dalla finestrella del monastero e sostava per qualche istante con lo sguardo fisso verso la Porziuncola, il luogo di Maria, il luogo dell’umiltà di Francesco. Là viveva con i suoi frati colui che – per lei e per le sorelle – “era nostra colonna e nostra unica consolazione dopo Dio e sostegno” (Testamento di Chiara, 38; FF 2838).

Se la Porziuncola è per Francesco ciò che San Damiano è per Chiara, cioè il luogo della vita, della fraternità e della morte, è anche vero che la Porziuncola è stata per Chiara ciò che San Damiano è stato per Francesco, cioè il luogo dell’origine della loro vocazione. Infatti, Francesco ha ricevuto a San Damiano, davanti al crocifisso bizantino, la chiamata a divenire “alter Christus, ma ha vissuto questa vocazione sotto lo sguardo di Maria alla Porziuncola. Chiara, invece, ha iniziato la sua chiamata a divenire “altera Maria, “vestigio della madre di Dio, tra le antiche e spoglie mura della Porziuncola, ma ha vissuto a San Damiano proprio davanti a quel crocifisso che aveva invitato Francesco a restaurare la Chiesa. Ciascuno a custodia del luogo sorgivo della vocazione dell’altro.

Il primo contatto di Chiara con la realtà francescana sembra essere avvenuto nel 1210-1211, cioè quando Francesco e i suoi primi compagni erano intenti ad un ulteriore restauro della Porziuncola e all’adattamento del luogo boschivo per accogliere la nuova fraternità, che giorno dopo giorno cresceva di numero intorno al Poverello. Chiara, accompagnata da un’amica, più volte si era incontrata con l’uomo di Dio, “le cui parole le sembravano di fiamma e le opere sovrumane” (Legenda di S. Chiara, 5; FF 3163). Nessuno ci impedisce di pensare che gli incontri avvenissero anche nella chiesina di Santa Maria degli Angeli. Polarizzata sull’esperienza spirituale di Francesco, Chiara oramai guardava alla Porziuncola come a un faro luminoso che orientava la sua vita e seguiva le vicende della piccola fraternità con femminile tenera sollecitudine. Basta ricordare, a questo proposito, un episodio raccontato dall’amica delle confidenze e compagna negli incontri segreti con Francesco, Bona di Guelfuccio. La quale così ricorda nel 1253, nel Processo di canonizzazione di Chiara: “anche essa madonna Chiara, mentre che era nel secolo, dette ad essa testimonia (per) devozione certa quantità di denari e comandolle che li portasse a quelli che lavoravano in Santa Maria de la Porziuncola, ad ciò che comperassero de la carne” (Processo, XVII, 7; FF 3129). Gesto squisito di carità, mano della Provvidenza, diventava in questo caso segno concreto di partecipazione alla fatica e di coinvolgimento di Chiara al nascente progetto evangelico di Francesco, che oramai sentiva come proprio.

Ma il fatto che legò definitivamente l’anima di Chiara alla piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli fu la sua consacrazione, ivi avvenuta. Dopo aver maturato la vocazione grazie all’esempio e alla guida di Francesco e grazie anche alla benedizione del Vescovo Guido di Assisi, Chiara, che aveva 17/18 anni di età, la notte della Domenica delle Palme del 1211, fuggì dalla casa paterna. “Abbandonati la casa, la città e i parenti, si affrettò verso Santa Maria della Porziuncola, dove i frati, che vegliavano in preghiera presso il piccolo altare di Dio, accolsero la vergine Chiara, con torce accese” (Legenda, 8; FF 3170). “E poi santo Francesco la tondì (le tagliò i capelli) denante allo altare, nella chiesa della Vergine Maria, detta de la Porziuncola” (Processo, XII, 4; FF 3088). Nella povera chiesa prese “le insegne della santa penitenza davanti all’altare di Santa Maria e, quasi davanti al talamo nuziale della Vergine, l’umile ancella divenne sposa di Cristo” (Legenda, 8; FF 3172).

La Leggenda di S. Chiara esprime, proprio in questa  circostanza, una lode alta alla Porziuncola, testimoniando la consapevolezza dei due santi, i quali guardavano alla povera e piccola chiesa come al luogo di nascita dei loro Ordini: “Né sarebbe stato giusto che, alla sera dei tempi, germogliasse altrove l’Ordine della fiorente verginità, se non lì, nel tempio di Colei che, prima di tutte e di tutte la più degna, unica fu madre e vergine. Questo è quel famoso luogo nel quale ebbe inizio la nuova schiera dei poveri, guidata da Francesco: così che appare chiaramente che fu la Madre della misericordia a partorire nella sua dimora l’uno e l’altro Ordine” (Legenda, 8; FF 3171).

Ma c’è un altro fatto che riporta Chiara alla Porziuncola ed è raccontato dai Fioretti. Ne risulta un quadro di mistica poesia e di una densità purissima di sentimenti difficilmente superabile per descrivere l’amicizia spirituale tra i due santi. Al capitolo XV (FF 1844) si legge che una volta Chiara aveva “grandissimi desideri di mangiare con lui, e di ciò pregandolo molte volte, egli non volle mai fare questa consolazione”. Fu necessario l’intervento dei frati perché Francesco accedesse al desiderio di Chiara, il quale la esaudì al di sopra delle attese, con le tonalità di cortesia, delicatezza e attenzione proprie di chi è abituato ad attingere alla purezza di Dio. “Ma acciò ch’ella sia più consolata – prosegue il racconto dei Fioretti – io voglio che questo mangiare si faccia in Santa Maria degli Angeli, imperò ch’ella è stata lungo tempo rinchiusa in santo Damiano, sicché le gioverà di vedere il luogo di Santa Maria, dov’ella fu tonduta e fatta isposa di Gesù Cristo; ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio”. Venuto il giorno, Chiara scese alla Porziuncola e dopo aver salutato la Vergine Maria dinnanzi al suo altare, dove ella era stata consacrata, si accinse a partecipare alla povera mensa, fatta apparecchiare da Francesco sull’erba. E così continua il racconto dei Fioretti: “Per la prima vivanda santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, sì meravigliosamente, che discendendo sopra di loro l’abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio rapiti”.

Gli abitanti di Assisi, di Bettona e dei paesi vicini vedevano nel bosco un grande fuoco tanto che si precipitarono a soccorrere i frati per spegnerlo. “Ma giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, entrarono dentro e trovarono santo Francesco con santa Chiara con tutta la loro compagnia rapiti in Dio per contemplazione e seduti intorno a quella mensa umile. Di che essi certamente compresero che quello era stato fuoco divino e non materiale, il quale Iddio aveva fatto apparire miracolosamente, a dimostrare e significare il fuoco del divino amore”.

Vengono in mente le parole di Giovanni Paolo II alle Clarisse di Assisi nel 1982: “È  veramente difficile separare questi due nomi: Francesco e Chiara; questi due fenomeni: Francesco e Chiara; queste due leggende: Francesco e Chiara… Non è soltanto una leggenda umana, ma anche una leggenda divina degna di essere contemplata attraverso categorie divine, degna di essere contemplata nella preghiera. È necessaria la scoperta di quel carisma, di quella vocazione, è necessario scoprire la leggenda divina di Francesco e Chiara”. Allo stesso modo si può concludere che non è del tutto comprensibile la vicenda dei due santi di Assisi al di fuori del contesto dei poveri e splendidi luoghi nei quali hanno incontrato e fatto esperienza di Dio e della loro umanità rinnovata.

fr. Giancarlo Rosati, ofm

 

Ultimo aggiornamento ( Domenica 25 Marzo 2012 19:09 )

 

IL CIELO COMINCIA RASOTERRA


Un ricordo del Capodanno 2012


altUno di voi stamattina, alla domanda “cosa devo dire a voi giovani?”, mi ha risposto: “dì che ci vuoi bene”. Si, vi vogliamo bene e per questo vi abbiamo invitato e atteso per vivere insieme queste ore di passaggio a un nuovo anno, per esser con noi intorno a Gesù, Signore del tempo. Ancora una volta, stanotte, si avvera una sua parola: “dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. È Lui la meraviglia più grande della storia: venuto già tra gli uomini, ci chiama sempre a stare in Sua attesa, pronti a riceverne la pienezza e la grazia. Non si finirà mai di accoglierlo, neppure nell’eternità.

Qualche giorno fa è morto un noto giornalista che, in un’intervista recente, diceva sconsolato: “la cosa triste per me è che il meglio è già passato”. Ma noi siamo qui e ci diciamo che “il meglio deve ancora venire”. La fede dà ai credenti una differente possibilità di speranza e verità: sempre inteso che queste parole non sono né un monito né un giudizio, perché solo Dio può giudicare.

Noi celebriamo la Festa di Maria Madre di Dio, colei che ha rivestito di carne la Persona divina del Figlio di Dio e ha pertanto generato la Persona divina che è Gesù. Una missione unica. Eppure anche lei è “pellegrina della fede”: non ha compreso subito tutta la grandezza della sua missione, e al pari di ogni credente è andata maturando nella comprensione del mistero divino. Il Vangelo lo ripete: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Non si è scoraggiata né insuperbita di fronte all’immenso privilegio di essere la Madre di Dio infinito. Si è posta davanti al mistero con intelligenza e umiltà, con fede e stupore e ha maturato così la sua fede. Un esempio per ciascuno di noi.

Il 1° gennaio celebriamo anche la Giornata Mondiale della Pace, che quest’anno il nostro Papa Benedetto ha voluto dedicare soprattutto ai giovani: “Educare i giovani alla giustizia e alla pace” (questo il titolo), con il desiderio che i giovani, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, sappiano offrire al mondo una nuova speranza, e siano testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri. Testimone è colui che vive per primo il cammino che propone. “Opera in te il cambiamento che vuoi vedere negli altri”, diceva Gandhi. Testimone è chi percepisce già in sé le cose migliori e le vive, le accoglie e le incarna. Attenti, giovani, il meglio è nelle fibre della vostra anima, nei vostri desideri, nella vostra voglia di purezza, di giustizia, di verità. È vero questo? C’è nella vostra anima? Attenti a non farvi catturare dal pessimismo, dall’indifferenza, da ciò che sembra più facile, attenti a non replicare, fotocopiare il mondo così come vi viene consegnato. La meraviglia più grande di Gesù e di Maria, attentissima e aperta al mistero di Dio, è nelle vostre mani, è nelle vostre possibilità.

C’è una formula di auguri bellissima, voluta da Dio per il suo Popolo. San Francesco se ne è accorto e l’ha fatta sua, tanto che la chiamiamo “la benedizione di San Francesco”: invece è la benedizione di Dio. “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Auguri diversi da quelli che ci scambiamo noi, banali e distratti: qui c’ è un duplice richiamo al volto di Dio per ricordarci che il fine ultimo del credente, e anche di chi non crede, è di poter vedere Dio “faccia a faccia” (1Cor 13,12), così come Egli è. Il desiderio di vedere Dio attraversa tutta la Bibbia. Chi si incammina nella fede, prima o poi, chiederà a Dio: “Mostrami il tuo volto” (“mostraci il Padre e ci basta”, chiese Filippo a Gesù). Abbiamo visto tante bellezze sulla terra: la bellezza della natura, il sorriso dei bimbi, il volto degli innamorati, certi volti rugosi e sapienti degli anziani (pensiamo al volto rugoso, bellissimo, di Madre Teresa di Calcutta o a quello di nostra madre, di nostro padre), le scoperte della scienza, le foto delle galassie, la bellezze delle arti, i gesti gratuiti… Ma arriva il momento in cui nasce dentro di noi il desiderio di vedere l’Autore, l’Infinito, l’ Intelligenza assoluta. Vogliamo vedere Dio.

L’ eternità è già qui. S. Paolo ci dice che Dio (il Padre) ci ha mandato suo Figlio, nato da donna, e ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio, che grida: ABBA! PADRE! Lo sentiamo dentro di noi il fiato dello Spirito che riempie i nostri polmoni e ci fa gridare PADRE? È nel grido del credente, del povero, del malato, nel grido di chi intuisce come ragione di tutto un cuore di Padre. Questo volto di Padre che ci attende e ci verrà incontro quando chiuderemo gli occhi su questa terra. Una benedizione dice: “il Signore faccia risplendere per te il suo volto”. Alcuni rabbini spiegano che “far risplendere il volto” vuol dire sorridere. Il sorriso illumina il volto. Pensiamo il sorriso di Dio, con cui speriamo di essere accolti per l’eternità. Il sorriso di Dio su di noi è il suo Figlio Gesù, è la fiducia che Dio ha ancora in noi, è la vita che si rinnova continuamente, è quando  capiamo cosa vuole Dio da noi e lo possiamo fare. Il sorriso di Dio è ciascuno di noi quando cresciamo fino alla statura di Cristo, cioè fino all’eternità: anche se l’uomo esteriore invecchia e deperisce, l’ uomo interiore ringiovanisce. L’eternità, la meraviglia delle meraviglie, è già preparata per noi come un’eredità che possiamo solamente perdere. Poche cose sappiamo della verità di Dio sull’eternità, ma molte cose sappiamo della verità di Dio sulla vita in questa terra, e le possiamo verificare: è vero l’amore, che è la forza che ci fa vivere, sono vere l’uguaglianza e la fratellanza che ci accomunano tutti, è vero il dono divino di tutti i beni di questo mondo, è vera la Parola di Dio e fa fiorire chi la vive che, a sua volta, fa fiorire il mondo intorno a sé. E, se è vera la verità di Dio per la vita sulla terra, io mi fido, ho fede, ho certezza, spero che anche la verità di Dio sulla vita eterna sia vera.

Qui sono ancora vive le tracce di Francesco, testimone di come la verità di Dio sulla terra è vera e capace di rendere splendida la vita. Francesco ha i tratti di umanità compiuta, tutti lo riconoscono, anche chi non crede, molti si vogliono identificare con lui. Qui custodiamo il luogo dove Francesco è morto, lo chiamiamo Transito, un bel sinonimo di Passaggio, sinonimo - a sua volta - di Pasqua. Qui Francesco ha fatto la sua Pasqua, il suo passaggio alla vita eterna, accolto dal sorriso di Dio, che lo ha riconosciuto immagine del suo Figlio Gesù.


fr. Giancarlo Rosati, ofm

 

Buon Natale del Signore Gesù e buon anno 2012


altBuone Feste Natalizie vorremmo augurare a tutti, con lo spirito di sempre. Perché il Natale - tutti lo sanno -, anche se ne sono cancellate le tracce nella vita pubblica e laica, anche se ci troviamo in tempi di ristrettezze economiche, è sempre lo stesso: è memoria della nascita di Gesù, che per i suoi discepoli è il Figlio di Dio divenuto uomo ed è, per tutti, un personaggio della storia, che ha ispirato sistemi culturali, principi di ordinamento del tempo, valori di alta umanità. Ha portato sulla terra la verità di Dio, che è verificabile in chi l’ha accolta e vissuta, perché l’ha reso più consapevole di essere creatura del Signore, ampliando spazi di umanità e di conoscenza altrimenti impensabili. La verità di Dio incarnata ha elevato la natura umana rendendola partecipe della natura divina, ha acceso speranza, unito volontà e menti in progetti di solidarietà, di bellezza (basta pensare alle tante forme di arte ispirate alla fede), di comunione tra persone e popoli diversi e distanti. La verità di Dio, portata da Gesù, che si invera nella vita sulla terra, è la stessa verità di vita eterna di cui Gesù ha portato la testimonianza, che costituisce il motore della speranza cristiana. La verità di Dio sulla morte - e sull’ eternità - si invera nella verità di Dio sulla vita che, appunto, è verificabile.

L’ attuale crisi economica, se ha diminuito in queste feste il potere di acquisto di cose spesso eccessive e futili, spinge provvidenzialmentealt molti a pensare a doni meno effimeri. Un tipo di regali che – si legge in un giornale molto diffuso – “non lo si trova nelle vetrine, non lo si può impacchettare ma questo non diminuisce il suo valore, anzi. E’ la fiducia in noi stessi, nell’immenso potenziale di cultura, lavoro e sviluppo del nostro Paese” (A. Cazzullo). Quella fiducia in noi stessi, che lo stesso Gesù ha rafforzato, mettendo in luce l’alta dignità di ogni persona e dei suoi talenti. Fiducia in noi stessi che, tuttavia, non va mai disgiunta dalla fiducia negli altri: pena il dissolversi di ogni forma di convivenza sociale, politica, familiare, ecclesiale. Ma la fiducia in noi stessi e negli altri può avere il fiato corto a causa delle tante e turbolente vicende personali e sociali. C’ è un ben più prezioso tesoro – a disposizione di chiunque voglia stendere la mano per riceverlo – ed è la fiducia in Dio: la fede, esercizio arduo perché richiede umiltà, coraggio di fronte agli innumerabili dubbi e alla presenza del male, sollecitudine nel cercare la verità e il senso della vita. E rettitudine morale, perché Dio rivela la verità a chi ha retta intenzione, a chi sa rischiare per essa, a chi è coerente con quanto gli suggerisce la retta coscienza.

            La crisi economica potrebbe spingerci a riscoprire quei valori di solida umanità e di spiritualità che soli possono rendere la nostra vita sulla terra degna di essere vissuta. Se guardiamo dentro di noi e intorno a noi scopriamo una miriade di doni già in nostro possesso e, se guardiamo con fede, possiamo scorgere la mano di Dio che ce li porge.

 

Buone feste del Natale di Gesù e felice anno 2012.


 fra Giancarlo Rosati, ofm


Ultimo aggiornamento ( Domenica 08 Settembre 2013 18:24 )

 

ASSISI DI FRANCESCO E CHIARA

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Coloro che visitano Assisi dicono che tra le sue mura, nei vicoli, nelle chiese e nei monasteri, altsi respiri la pace. Ognuno sembra ritrovarvi qualcosa che aderisce alla parte buona di , alla propria anima. Assisi è un balsamo per l’anima. Apre i sensi alla meraviglia del suo paesaggio, della sua arte e all’ascolto di una vicenda che ha del prodigioso per un piccolo borgo medievale, fuori dalle vie principali di comunicazione. Se guardate Assisi dalla pianura ed escludete dalla vista le due estremità, con la splendida Basilica di San Francesco da una parte e l’armoniosa Basilica di Santa Chiara dall’altra, non rimane che una manciata di case aggrappate alla collina che ascende, che sembrano appese alla poderosa Rocca sovrastante. Tra quelle poche case è iniziata e si è evoluta una delle vicende più belle e feconde della storia della spiritualità di tutti i tempi, che mostra a quali altezze possa elevarsi l’umanità quando in essa si innesta la Grazia, parola dolcissima che traduce lo sguardo d’amore e di benevolenza di Dio, che risana e porta a compimento ogni cosa e ogni creatura. La Grazia si è posata cospicua su Francesco (1182-1226) e su Chiara (1194-1253), un uomo e una donna affascinati dalla vita e dalle parole di Colui che da Ricco si è fatto Povero, da Lontano si è fatto Prossimo fino a trasparire nella fragilità della nostra umanità.

Francesco e Chiara si sono veramente voluti bene, ma sollevandosi da un’idea di amore che coinvolge anche l’ebbrezza dell’istinto. Il loro sguardo era rivolto verso il Volto che a poco a poco si è loro rivelato, per grazia di predilezione: quel Cristo che con stupore hanno incontrato vivo nel desiderio intimo di pienezza di vita suscitato dallo Spirito, nella Chiesa - pur bisognosa di essere restaurata -, nei poveri che Francesco imparò ad ascoltare come “vicari di Cristo”, maestri di essenzialità. Chiara, in modo squisitamente femminile, si definisce “pianticella di Francesco”, che considera sua “unica consolazione dopo Dio”.

Il Medioevo, tempo di passioni forti, fu percorso da uno stupore incredibile e da un enorme fremito di gioia, intonati da Francesco e Chiara sugli accordi del Vangelo. La gioia di Maria e la purezza delle beatitudini di Gesù riapparvero nell’aria della Porziuncola, di San Damiano, come un prodigio.

Francesco amava la natura e gli animali, celebrati nel Cantico delle creature, il presepe di Greccio, il lupo ammansito a Gubbio. Tentò di mettere pace tra Cristiani e Mussulmani che si scontravano nelle crociate. Ricevette le stimmate a La Verna. Chiara, fedele al carisma trasmessole da Francesco, aveva un amore profondo per l’Eucarestia e difendeva tenacemente la Povertà.

Alla radice delle vite splendide e ricche di frutti dei santi di Assisi ci sono anni di solitudine con Dio, faccia a faccia con quel Volto nella fatica della fede, maturata nell’ ascolto della Parola del Vangelo. Ci sono percorsi di progressivo spogliamento di in lotta con il proprio io egoista e meschino, limato dalla penitenza e dalla vita fraterna. Ma c’è anche un grande amore per gli uomini e donne di ogni condizione, soprattutto per i poveri, con i quali hanno imparato e condiviso la fatica, la speranza, la fede. E c'è un amore grande per la Chiesa, di cui si sono sentiti da subito consapevolmente parte, perché in essa c’è Cristo, suo fondatore: la Chiesa ha bisogno di restauro, di essere liberata da zavorre e magagne, ma resta sempre l’ancora di salvezza che Gesù ci ha lasciato. Inoltre, Francesco e Chiara si sono  sottratti alla tentazione di voler adattare il Vangelo alla situazione del loro tempo, di “interpretarlo”: hanno sempre lasciato trasparire la verità della figura storica di Gesù. Hanno affrontato la realtà violenta delle fazioni in lotta e quella, spesso cruda, della lebbra

Il Restauro comincia non dall’esterno, ma dall’interiorità. Francesco e Chiara ricordano che la meraviglia di Nazareth, di Assisi, può respirarsi ovunque, quando si intona la propria vita all’armonia di una nuova umanità.

 10 agosto 2011         

Fr. Giancarlo Rosati, ofm

Ultimo aggiornamento ( Martedì 08 Novembre 2011 12:21 )

 
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