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Bacheca

Capodanno alla Porziuncola


29 dicembre 2012

Durante questo tempo natalizio, i Frati Minori di Assisi organizzano, oramai da più di una decina di anni, il cosiddetto “Capodanno alternativo” presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola ad Assisi

 

Capodanno in Assisi 2012 - Frati Minori AssisiMigliaia di giovani, provenienti da ogni parte di Italia, trascorrono il Capodanno in modo semplice, gioioso e fraterno. Un'iniziativa finalizzata ad annunciare il Signore Gesù e il Suo amore per ogni uomo. Ecco in sintesi il programma:

  • ore 18.00 nella Basilica papale di Santa Maria degli Angeli – momento di preghiera e catechesi introduttiva
  • ore 20.30 festa per i giovani che partecipano al Capodanno in un palazzetto dello sport
  • ore 23.30 celebrazione eucaristica nella Basilica papale di Santa Maria degli Angeli, presieduta da p. Giancarlo Rosati

Il tema del Capodanno di questo anno è: SALTA DENTRO. L’invito per i giovani è quello a immergersi nella propria vita, a prenderla in mano e a riconoscerla davvero come un dono di Dio Padre che ha a cuore la vita di ogni suo figlio!

Tratto da: http://www.laperfettaletizia.com/2012/12/capodanno-alla-porziuncola.html

 

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Lettera di Natale del Ministro generale, ofm


È Natale!

Cari fratelli e sorelle, seguendo l’esempio dei pastori, della Samaritana e di molti altri, mettiamoci in cammino, per condurre gli uomini e le donne di oggi fuori dal deserto, verso i pozzi d’acqua viva, verso Cristo che ci dona la vita e la vita in abbondanza. Buon Natale a tutti, con la speranza che Cristo nasca nei nostri cuori per portarlo agli altri.


 

PORTATORI DI BUONE NOTIZIE           

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Tratto da: http://www.ofm.org/ofm/wp-content/uploads/2012/12/Natale2012_ITA.pdf

 

Messaggio di Natale 2012 del Custode di Terra Santa

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“Consolate, consolate il mio popolo”, dice il vostro Dio.

“Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele
che il tempo della sua schiavitù è compiuto,
che il debito della sua iniquità è pagato,
che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”
Isaia 40, 1-2

Gesù rispose: “In verità, in verità ti dico che
se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio”
Giovanni 3,3

E’ Natale. In questo tempo nelle nostre menti e nel nostro cuore si rinnova la domanda che ci interroga personalmente sul significato di quella nascita che 2000 anni fa - a Betlemme di Giudea - sconvolse la storia.

Superata la valanga di belle parole e buoni sentimenti che in questo periodo ci sommergono, dobbiamo davvero provare a chiederci se e quanto quella nascita, ancora oggi, riesca a sconvolgerci. Durante l’Avvento, Giovanni il Battista ci presenta Gesù come il compimento dell’annuncio di consolazione. Lui è la consolazione che si fa carne, che possiamo toccare con mano. Giovanni proclama che la consolazione, ora, è una certezza e non più un annuncio di liberazione futura.

Gesù è qui, in mezzo a noi, dono e presenza di Dio, manifestazione visibile del suo amore per noi.

E oggi, come allora, ci viene chiesto se il nostro cuore e la nostra intelligenza hanno posto fiducia in questa presenza e trovano in essa consolazione.
Un mondo nuovo; il regno di Dio. Per poterlo accogliere, per poterlo vedere, dobbiamo ri-nascere.

Nulla di questo possiamo comprendere, se non diventiamo nuovi, liberi e, per questo, capaci di accogliere la novità.

Lasciarsi sconvolgere dal Natale, significa essere ancora in grado di rinascere e ricominciare, con fiducia, con determinazione, con serena consapevolezza dell’impegno che questa nuova nascita ci domanda. La paura, il sospetto, l’incapacità di credere che l’altro possa cambiare, che io possa cambiare, che l’amore possa rinascere, che la consolazione non sia una chimera… tutto questo a volte prevale e ci paralizza. È l’ombra della morte e la schiavitù di satana.

Ma noi apparteniamo a Cristo: per questo vogliamo, come Giovanni il Battista, gridare che la nostra schiavitù è finita. E che siamo pronti e desiderosi di rinascere di nuovo e dall’alto, con la forza del suo amore, con la potenza del suo Spirito.

Le nostre comunità cristiane di Terra Santa, della Siria e del Medio Oriente in generale, sono messe a dura prova. Le famiglie, così come le comunità religiose, sono provate da guerre, persecuzioni, abbandoni e solitudini. Non abbiamo i mezzi materiali per aiutare tutti e ci sentiamo impotenti. Ancora più grave è il diffuso sentimento di sfiducia riguardo al futuro, la voglia di abbandonare tutto e di andarsene, di non credere più a nulla e a nessuno.

Il libro delle consolazioni di Isaia, che alimenta la nostra preghiera in questo periodo, contiene anche i canti del Servo Sofferente. Consolazione e speranza non cancellano sofferenza e dolore, ma li rendono comunque impotenti. La morte e le distruzioni di questi tempi non cancellano la nostra voglia di vita e il desiderio di rinascita.
Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto sapere (Lc 2, 15).

E’ Natale: il mio augurio e quello dei francescani di Terra Santa, per tutte le persone che vivono in Terra Santa, e per coloro che da tutto il mondo guardano a noi, è quello di non cedere al disfattismo e di lasciarsi ancora una volta conquistare dall’amore di Dio e dal vivo desiderio, dalla concreta volontà di ricominciare, a tutti i costi.

Abbiamo bisogno e vogliamo andare a Betlemme, per verificare ciò che è avvenuto a tutti noi: siamo rinati, di nuovo capaci di sorriso e gratuità.
Buon Natale a tutti.

Fra Pierbattista Pizzaballa, OFM
Custode di Terra Santa

 

Tratto da: http://it.custodia.org/default.asp?id=4&id_n=22375

 

È morto padre Paolo, il cappuccino che diede l’unzione degli infermi a Padre Pio


18/12/2012

altÈ morto ieri padre Paolo Covino, il frate minore cappuccino che amministrò l’unzione degli infermi a Padre Pio nella notte tra il 22 e il 23 settembre, quando il Santo terminò la sua missione terrena.

Padre Paolo avrebbe compiuto 94 anni tra pochi giorni. Era nato, infatti, a San Giovanni Rotondo il 25 dicembre 1918, anche se all’anagrafe fu registrato il 2 gennaio, dichiarando che la sua nascita era avvenuta il primo giorno dell’anno. I suoi genitori, Michele Covino e Maria Assunta Magno, lo fecero battezzare con il nome di Pietro il 4 gennaio 1919 nella chiesa madre del paese dal canonico don Domencio Palladino.

Un mese dopo Assunta portò quel bambino al convento dei Cappuccini per farlo benedire da Padre Pio, che da quattro mesi portava impresse le stimmate nelle mani, nei piedi e nel costato. Il Frate tracciò un segno di croce sul capo del neonato e disse alla donna: «Auguri… auguri… auguri!». «Perché tanti auguri?», chiese Assunta. «Questo bambino sarà sacerdote», rispose Padre Pio.

Pietro, ignaro della profezia fatta dal Cappuccino di Pietrelcina a sua madre, dall’età di sei o sette anni cominciò a frequentare il convento e a servire la Messa di Padre Pio. Nacque così la sua vocazione. Il 17 settembre 1935, nel convento di Morcone, Pietro indossò l’abito cappuccino e cambiò il suo nome in fra’ Paolo da San Giovanni Rotondo. Dopo gli studi teologici, compiuti nel convento di Campobasso, il 21 marzo 1942, fra’ Paolo fu ordinato sacerdote nella chiesa del Sacro Cuore del capoluogo molisano da mons. Secondo Bologna, vescovo della città, che morirà l’anno seguente, sotto le macerie dei bombardamenti americani, dopo essersi offerto vittima per la sua diocesi.

Solo dopo la Messa di ordinazione mamma Assunta confidò al figlio: «Ora posso morire contenta, perché si sono avverate le parole di Padre Pio». E gli raccontò della profezia fatta dal cappuccino stigmatizzato 24 anni prima.

Divenuto sacerdote, padre Paolo svolse il suo ministero in vari conventi. Nel giugno del 1968, venne destinato a San Giovanni Rotondo come sacrista. Spesso serviva la Messa a Padre Pio. E servì anche l’ultima, la mattina del 22 settembre 1968, quando l’anziano Cappuccino di Pietrelcina stava per svenire a causa di un collasso e fu sorretto proprio da padre Paolo e, soprattutto, dalle più possenti braccia di padre Giuseppe Pio da Brooklyn.

Nella notte padre Paolo fu svegliato verso le due dalla voce concitata di padre Pellegrino Funicelli, che prestava assistenza notturna a Padre Pio. Corse nella cella del Cappuccino stigmatizzato e si rese conto che stava molto male. Si recò con sollecitudine in sacrestia per prendere l’olio degli infermi. Al ritorno chiese al superiore del Convento, padre Carmelo Di Donato, il permesso di amministrare l’ultimo sacramento e di impartire l’assoluzione sub conditione al moribondo.Poco dopo, Padre Pio, ripetendo i nomi di Gesù e di Maria, chinò la testa e spirò.

Padre Paolo, essendo stato testimone privilegiato della vita di Padre Pio, aveva scelto di non tenere per sé quanto aveva potuto vedere e ascoltare e, a tal fine, aveva raccolto i suoi ricordi e quelli delle persone a lui vicine in un libro, intitolato “Ricordi e testimonianze”, pubblicato dalle Edizioni Padre Pio da Pietrelcina.

La salma di padre Paolo è stata composta nella chiesetta antica di Santa Maria delle Grazie per ricevere l’omaggio dei fedeli. I funerali si celebrano questa mattina, nel santuario di Santa Maria delle Grazie, saranno presieduti da fr. Francesco Daniele Colacelli, ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio e saranno trasmessi in diretta da Padre Pio Tv. (R.P.)

Tratto da: http://it.radiovaticana.va/news/2012/12/18/%C3%A8_morto_padre_paolo,_il_cappuccino_che_diede_l%27unzione_degli_infermi_a/it1-648479


 

Betlemme. Così vicina, così lontana

 

di fra Alberto Joan Pari ofm,

Giaffa | novembre-dicembre 2012

 

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Giorgione, Adorazione dei pastori, National Gallert of Art, Washington D.C.

 

«È degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo Francesco realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore (…) Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, chiamò a sé un amico fidato e gli disse: "Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello" (…)». Con queste parole viene raccontato un Natale festeggiato a Greccio da San Francesco, passo che possiamo leggere nelle Fonti Francescane nella prima biografia del Celano. Si tratta del testo che probabilmente dà fondamento alla tradizione che attribuisce al Santo di Assisi la prima rappresentazione sacra del Natale di Betlemme e l’invenzione del presepio. A malincuore, siamo sprovvisti di documenti che attestino se Francesco sia riuscito a visitare Betlemme durante il suo viaggio in Terra Santa nel 1219, e per questo motivo è ancora più fondata l’ipotesi per cui il Santo volesse ricostruire una Betlemme, non visitata e non visitabile a Natale, in un luogo raggiungibile da molti, come lo era Greccio per i più semplici contadini e paesani del circondario.

Anche in Terra Santa accade qualcosa di simile… Sebbene Betlemme, la vera città testimone dell’evento più importante della nostra storia cristiana, esista e sia visitabile, purtroppo per vari motivi, non per tutti può rappresentare la meta di pellegrinaggio nel periodo natalizio, neppure per molti che vivono e lavorano in Israele. Nella chiesa di San Pietro a Giaffa convivono diverse comunità cattoliche: quella latinoamericana, quella di lingua inglese formata per la maggior parte da lavoratori filippini, quella polacca e quella di lingua ebraica. Quando inizia l’Avvento e il periodo natalizio tutto cambia, il convento si riveste di festa e assume molti aspetti culturali caratteristici dei tanti Paesi da cui provengono i vari parrocchiani, è un’atmosfera molto speciale e direi unica. I bambini della comunità latinoamericana imparano i canti festosi in spagnolo e per la novena di Natale ogni giorno vengono a pregare con i genitori e i loro catechisti e concludono la serata con una rappresentazione sacra detta la posad.

I bambini della comunità ebreofona imparano canti tradizionali e fanno le prove per la recita della notte di Natale, si vedono costumi di angioletti, pastori e pecorelle e tutto avviene in una lingua così particolare come è l’ebraico moderno. È il Natale degli immigrati e delle famiglie dei tanti lavoratori che compongono il complicato e bellissimo mosaico che è la società israeliana.

Per molti di loro è quasi impossibile recarsi a Betlemme per le feste, sia perché come residenti in Israele non possono attraversare facilmente il confine con i territori palestinesi, sia perché in tanti lavorano seguendo il calendario ebraico, nel quale le feste cristiane raramente coincidono con quelle ebraiche.

La città di Tel Aviv è affollata da persone che per cercare un avvenire migliore hanno lasciato le loro terre. E la zona della stazione centrale della città è diventata il loro punto di riferimento per il commercio e il ritrovo. A Natale sembra di essere in una città totalmente cristiana: si possono trovare alberi di Natale di ogni dimensione e colore, decorazioni e lucine, addobbi e regali tipicamente natalizi… È il regno di filippini e indiani e per un cristiano che abita in Terra Santa, abituato a dover vivere la propria fede in modo privato e a volte segreto, trovarsi immersi nell’atmosfera natalizia fa un effetto bellissimo che allarga il cuore e fa sentire a casa.

Così nel nostro piccolo, anche noi riviviamo l’esperienza che san Francesco sentì il bisogno di realizzare: vedere con gli occhi del corpo e non solo con quelli del cuore quel che avvenne in quella notte speciale e santa che fu il Natale del Signore. Anche noi allestiamo nel modo che più ci ricorda la nostra famiglia e le nostre tradizioni un angolo sacro, un presepio, per rendere speciale la notte delle notti, per rivivere il mistero di un bambino nato per noi.

 

Tratto da: http://www.terrasanta.net/tsx/articolo-rivista.jsp?wi_number=4550&wi_codseq=EC1206

 
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