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Bacheca

L’attualità di Chiara: il perpetuarsi del dono delle piccole cose

 
10 agosto 2012
 
Il nostro cammino sulle orme di Chiara si conclude oggi, nel giorno in cui si celebra il Transito di santa Chiara, con la testimonianza delle Sorelle Clarisse del Monastero di Sant’Antonio al Noce in Camposampiero, Padova

 

altDa Lecce a Milano, da Bari a Cortona fermandoci a Paganica e a Rimini, abbiamo potuto constatare quanto il carisma di Chiara d’Assisi sia attuale, oggi più che mai, e come sia vissuto concretamente dalle clarisse nella sua essenza, storicizzandolo nel luogo e nell’ambiente in cui sono chiamate a testimoniare. Domani, 11 agosto 2012, si concluderà l’VIII centenario della consacrazione di santa Chiara: ci auguriamo che questo breve ma intenso pellegrinaggio nei monasteri clariani abbia offerto ai lettori de La Perfetta Letizia una conoscenza maggiore e profonda della spiritualità clariana e della presenza silenziosa ma ferma, decisa ed efficace di tante donne che ancora oggi scelgono di vivere il Vangelo “senza nulla di proprio, in castità e obbedienza”. E da questa scelta riescono ad essere vicine a tutti gli uomini e le donne che vivono ‘al di qua’ delle grate.


L’11 agosto del 1253, sulle soglie della Vita, nell’eterno abbraccio del Padre, santa Chiara diceva a se stessa: “Va’ sicura perché hai buona guida nel viaggio. Va’, perché Colui che ti ha creata ti ha santificata; e, custodendoti sempre come la madre il figlio, ti ha amato di tenero amore. Tu, o Signore, sii benedetto, che mi hai creata”. Noi figlie, madri e sorelle clarisse del monastero di “Sant’Antonio al Noce” in Camposampiero (Pd), nella povertà del quotidiano che pare perpetuarsi giorno dopo giorno, cerchiamo di vivere, in particolare, le parole ultime con cui santa Chiara suggellò il proprio pellegrinaggio terreno.

La paziente accoglienza di sé, delle proprie fragilità, dei propri limiti, inabitati amorevolmente dal Padre delle Misericordie, portati nella carne del Verbo, vivificati dallo Spirito, apre spazi infiniti di libertà da se stessi e per gli altri; apre al desiderio dell’incontro, sempre più intimo, con Colui che solo sa custodirci e che sempre ci ama per primo. Tale consapevolezza ci sprona a condividere quest’esperienza d’amore misericordioso tra noi sorelle e con i tanti che ci visitano.

I frutti sono preziosi e, davvero, il quotidiano ci sussurra la dolce promessa dello Sposo: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto…” (Mt 19, 29). Infinite volte, infatti, chi bussa da noi, cercando conforto, preghiere, ascolto, si fa inconsapevole testimone per noi della Bellezza dell’Opera di Dio, che ama collaborare con la piccola realtà delle sue creature, fragili eppur redente e capaci di Dio. E cosa dilata di più il cuore di vedere una madre che custodisce il figlio, amandolo di tenero amore?

Chi bussa cerca fede, conforto, speranza; trova il nostro “piccolo” calore umano, la nostra “piccola” accoglienza, la nostra “piccola” pazienza, che vorrebbero farsi specchio dell’amore misericordioso conosciuto, incontrato, sperimentato. Chi bussa se ne va un po’ confortato, sollevato e ci ringrazia, senza sapere che lascia nel nostro cuore il profumo della Vita che sorregge la vita, della Vita che ha sete dell’uomo. Tanti “piccoli”, che resistono ai marosi del tempo con perseveranza commovente e semplicità d’animo, sono talmente radicati nella Vita che è Lui, da ignorare la propria fede solida come la roccia. Questi “piccoli” chiedono preghiere di intercessione, ma come non cantare le lodi di Dio Altissimo che compie il Bene sempre?

Si rivolgono a noi anche poveri, affamati e assetati, che cercano semplicemente cibo, e che possiamo soccorrere grazie alla sovrabbondante Provvidenza che ispira tanti benefattori, puntualmente quando nella nostra dispensa cominciano scarseggiare i viveri. I poveri sono tanti, sono in aumento: la crisi economica si sente fortemente anche qui nel Nord-est. Si percepisce la difficoltà delle famiglie di far fronte alle minime spese; tanti piangono la perdita del posto di lavoro.

Noi ascoltiamo. Preghiamo e ascoltiamo. Certamente i tempi fanno emergere situazioni di degrado e forte disagio economico cui è necessario far fronte, ma ciò di cui veramente percepiamo che la comunità sociale abbisogna, nel nostro contesto locale, è di essere nuovamente aperta al cielo, ai grandi spazi che non si possono conquistare e davanti ai quali, proprio per ciò, l’uomo può liberarsi dalla schiavitù dell’autorealizzazione, dell’efficienza, della perfezione, del successo.

Vivere il “limite” proprio e del mondo, la “carne”, come luogo di incontro con Dio, lasciandosi custodire da Dio; testimoniare la fiducia nella Provvidenza divina anche quando umanamente travolgerebbe la disperazione; vivere nel mondo indicando altri orizzonti; accogliere; ascoltare; incontrare le persone; farle sentire “preziose” anche se sconosciute; raccogliere le loro lacrime; condividere le loro gioie… Piccole cose: meno di cinque pani e due pesci. Piccole realtà affidate a Lui.


Tratto da: http://www.laperfettaletizia.com/2012/08/lattualita-di-chiara-dassisi-il.html

 

Con Chiara per gioire nel Signore sempre!

 
09.08.2012
 
Oggi il nostro viaggio tra le Sorelle Povere di Santa Chiara ci porta al Monastero di Rimini: suor Nella Letizia ci testimonia la loro presenza nel territorio

 

altEssere Clarisse a Rimini vuol dire affondare le radici in una storia ottocentenaria, come quella del nostro Ordine: secondo quanto riporta un codice del 1702, infatti, fu S. Francesco stesso che durante un soggiorno a Rimini nel 1215, sostando presso un monastero di monache vicino all’Arco di Augusto, diede loro la sua Regola. Il monastero fu successivamente intitolato a S. Chiara e da lì a poco gemmò una seconda presenza riminese, grazie alla b. Chiara da Rimini, mistica vissuta tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, che fondò il monastero "S. Maria degli Angeli". Nel corso dei secoli i due monasteri si unirono e rimase solo quello "S. Chiara", che non sopravvisse però alle soppressioni napoleoniche: nel 1810 le Clarisse furono costrette a lasciarlo, per non farvi più ritorno.


Dopo quasi due secoli di assenza, nel 1985 l'allora Vescovo di Rimini, mons. Giovanni Locatelli, desiderando che rifiorisse una presenza contemplativa in città, chiese al Monastero di Albano Laziale la disponibilità per una fondazione. Il 25 luglio di quell’anno giunsero le prime 6 sorelle, e successivamente se ne unirono altre, finché il Monastero fu eretto canonicamente nel 1993.

Dopo 9 anni passati in una casa adattata a Monastero sul colle di Covignano, dall’11 dicembre 1994 ci siamo trasferite in centro città nel 700esco Convento di San Bernardino, lasciato dai Frati Minori. Nella Celebrazione Eucaristica di fondazione del Monastero il Vescovo Locatelli delineò il senso della nostra presenza in una città come Rimini, nota per lo più come "divertimentificio" d'Italia, definendo il nostro monastero "tenda dell'appuntamento per noi e per chiunque vi vorrà fare riferimento". Così la nostra fraternità, da 27 anni a questa parte, sente come primo ambito di testimonianza e di missione quello di abitare e custodire un'oasi contemplativa nel cuore di questa città, per metterla a disposizione di quanti ne hanno bisogno, cosicché ciascuno possa trovare nel tempo prolungato della preghiera liturgica, della meditazione e dell'adorazione eucaristica, che intesse la trama delle nostre giornate, il tempo e il luogo propizio per «porre la mente, l'anima e il cuore in Dio» (FF 2888).

Accanto al silenzio orante, come figlie di Francesco e di Chiara ci sentiamo chiamate a «gioire nel Signore sempre» (FF 2887), testimoniando la gioia di appartenere a Cristo, che ci offre una misura alta della vita, una vita buona e bella, in cui sperimentare la vera e perfetta letizia, che si genera e si rinnova nella preghiera e nella vita fraterna. Purtroppo, infatti, non è così scontato che l'essere cristiani coincida con l'essere persone felici: ne facciamo esperienza soprattutto con i giovani, che spesso non trovano consolazione e speranza nell'esperienza ecclesiale, anzi talora si mostrano delusi dalle relazioni frettolose e non significative che s'instaurano nelle parrocchie e nelle associazioni.

Nel servizio dell'accoglienza e dell'ascolto dei tanti gruppi parrocchiali, associazioni e classi scolastiche che incontriamo ogni anno, cerchiamo di donare sempre una mano tesa e un orecchio teso all'ascolto, con la sollecitudine amorosa e lieta con cui Chiara visse il rapporto con i suoi concittadini e con quanti andavano al suo monastero di S. Damiano. È un servizio che coltiviamo come un dono prezioso, consapevoli che ogni persona che bussa alla porta è Cristo stesso che chiede di essere accolto, come ci ricorda la Regola di S. Benedetto. E da una decina d'anni ai parlatori tradizionali se n'è aggiunto uno "virtuale", per estendere l'opportunità di "bussare alla nostra porta" anche agli utilizzatori di internet, sia attraverso la realizzazione e gestione del sito del monastero che attraverso la collaborazione alla "grata elettronica" in un sito di pastorale giovanile.

Essere Clarisse a Rimini oggi è anche questo, con lo sguardo sempre rivolto a Cristo, «splendore della gloria, candore della luce eterna e specchio senza macchia» (FF 2902), e a quanto il suo Spirito vorrà ispirarci per il cammino futuro.

 

Tratto da: http://www.laperfettaletizia.com/2012/08/con-chiara-per-gioire-nel-signore-sempre.html

 

Numerose iniziative per la fine delle celebrazioni dell'ottavo centenario della consacrazione di Santa Chiara


08/0/2012

altSono molte le iniziative promosse in questi giorni in vista dell'11 agosto, memoria di Santa Chiara d’Assisi, e giorno della conclusione delle celebrazioni per l’ottavo centenario della sua Consacrazione. Tra queste, l'inchiesta del quotidiano on line “La Perfetta Letizia” sui monasteri clariani di oggi. Un viaggio che ha attraversato tutta l'Italia. Sono una decina le storie raccontate e non mancano le curiosità.

Benedetta Capelli ne ha parlato con Monica Cardarelli, redattrice de “La Perfetta Letizia”:

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R. - In questo momento, per la chiusura del centenario, volevamo constatare con mano l’eredità di Santa Chiara e quindi vedere come vivono oggi le clarisse il suo carisma; vedere come concretamente viene vissuta, ad esempio, la clausura o il grande senso di apertura al mondo che aveva Chiara, o ancora l’attenzione alle relazioni.

D. - Chi è oggi - se dovessi definirla - la clarissa del 2012?

R. - Sicuramente una donna molto concreta, che è attenta alle relazioni e prima fra tutte la relazione con il Signore, poi la relazione con le sorelle e con gli altri. Secondo me, oggi la clarissa è una donna molto attenta alla concretezza, molto aperta all’accoglienza e all’ascolto dei bisogni dei fratelli.

D. - In un mondo globalizzato, com’è quello di oggi, come spiegare ai giovani la scelta di diventare una clarissa?

R. - Ti rispondo con alcune parole proprio delle clarisse che dicono “non nonostante la clausura, ma grazie alla clausura” riescono ad essere vicine ad ogni uomo e ad ogni donna, che bussa al loro monastero. Vivere in clausura, fare una scelta così forte e così definitiva ha per loro una valenza anche sociale: in questo modo, vivendo il Vangelo, riescono - un po’ come ha fatto 800 anni fa Chiara - a vivere anche una scelta molto forte, ma a fare anche una scelta sociale. Quindi non sono lontane dal mondo, non sono estranee al mondo, ma sono molto, molto vicine. Magari frequentando o visitando anche solo un monastero, ci si può render conto di questa cosa: le Clarisse sono molto vicine al mondo di oggi, non sono isolate e non sono fuori dal mondo.

D. - Oggi qual è l’attualità del messaggio di Chiara?

R. - Sicuramente una grande accoglienza, una grande sensibilità e penso che attraverso le clarisse di oggi si continui a vivere un po’ il carisma di Santa Chiara, ma quell’aspetto forse materno e femminile che era proprio di Chiara: appunto l’ascolto, l’accoglienza, la vicinanza, l’essere presente, l’essere presente proprio concretamente. Io mi ricordo di aver letto negli Atti del processo di canonizzazione di Santa Chiara alcune testimonianze delle altre sorelle che raccontavano come lei durante la notte coprisse le altre donne per non fargli prendere freddo, oppure che le abbracciava nei momenti di particolare stanchezza: questo aspetto molto semplice, molto diretto, molto concreto, molto materno penso che si possa ritrovare anche nelle Clarisse di oggi. In una società come la nostra, dove si corre, dove non c’è tempo per fermarsi e per ascoltare l’altro, i monasteri di clarisse possono essere veramente dei riferimenti e non sono dei riferimenti isolati, sono molto presenti nel momento storico e nel luogo in cui vivono.

 

Tratto da: http://it.radiovaticana.va/news/2012/08/08/numerose_iniziative_per_la_fine_delle_celebrazioni_dell%27ottavo_centena/it1-611340

 

La vocazione delle Sorelle Povere di Santa Chiara: superare il ‘buio della notte’ scegliendo la Speranza

 
07 agosto 2012
 
Nel nostro viaggio tra i monasteri clariani oggi ci fermiamo a Paganica, al Monastero S. Chiara, ed accogliamo la testimonianza delle Sorelle clarisse che condividono con noi la loro realtà di comunità colpita dal terribile terremoto de L’Aquila del 2009 che, oltre a distruggere il monastero, ha causato la morte della Madre Abbadessa Maria Gemma Antonucci. Percepiamo dalle loro parole la sofferenza e il dolore ma anche il desiderio di continuare ad affidarsi all’amore paterno di Dio e alla Provvidenza che si è resa presente con tanti gesti e aiuti concreti di cui ancora hanno bisogno. Nonostante tutto, nel loro cammino non è cessata l’accoglienza e la condivisione con tutta la popolazione colpita dal sisma.

altIl nostro monastero delle Sorelle Povere di S. Chiara è presente nel territorio di Paganica dal luglio del 1997 dopo il trasferimento dal centro urbano della città dell’Aquila per un posto più verde e silenzioso, più consono alla nostra vita integralmente contemplativa. La presenza delle sorelle clarisse a L’Aquila affonda le sue radici fin dal 1447, data in cui la Beata Antonia da Firenze e S. Giovanni da Capestrano fondarono il nostro Monastero dell’Eucarestia, chiamato successivamente di S. Chiara povera. Il desiderio di questi due grandi santi fu quello di riportare le regole di S. Francesco e S. Chiara al loro primitivo splendore.


Il Monastero, animato dalla Beata Antonia, splendette di santità nella povertà vissuta fino in fondo con gioiosa letizia per amore di Cristo povero. Numerose donne, vissute in totale fedeltà a Cristo, hanno popolato il Monastero fino ad arrivare ai nostri giorni. Desiderando vivere in continua fedeltà al carisma ricevuto da Chiara e Francesco d’Assisi, rispondendo al desiderio che Dio ha messo nel nostro cuore, abbiamo scelto di vivere la nostra vita in totale adesione al Vangelo, chiamate a rivivere il mistero di Gesù Cristo, rivolto costantemente al Padre in preghiera sul monte e che per noi si è fatto povero, casto e obbediente.

Il terribile terremoto del 6 aprile 2009 ha scritto una nuova pagina per la nostra storia, per L’Aquila e per numerosi territori dell’Abruzzo. Anche noi abbiamo vissuto questo dramma con tutto il suo carico di dolore, paura e smarrimento, reso tutto più acuto dalla morte della nostra amata Abbadessa Maria Gemma Antonucci, per noi davvero Madre che ci ha generato nella fede e vera sorella. Quanto ci manca la sua presenza, la sua guida, il suo sorriso! La sua vita, ora in Dio che ha così tanto amato, ci è sembrata come l’offerta di un chicco di frumento messo sotto terra perché porti molto frutto.

Pochi secondi per distruggere tutto: il Monastero, la Chiesa… ma ciò che non è stato distrutto ma anzi ne è uscito rafforzato è stata la speranza in Dio, che ci fa sentire figlie amate e custodite. Siamo vive per miracolo, comprese le sorelle gravemente ferite. Chi ha visto il Monastero nel suo interno, come i Vigili del fuoco, nostri angeli custodi, continuano a dire: ma come avete fatto ad uscire di qui?!

Il dolore di aver perso tutto, di aver perso la nostra Madre, di aver perso amici, ci ha riportato al cuore della nostra vocazione: essere Sorelle Povere di S. Chiara. Avevamo da poche ore celebrato la Domenica delle palme, siamo entrati nel lunedì Santo, una Pasqua che tutti noi abbiamo celebrato nella carne insieme al Figlio di Dio, così vicino a tutti noi nello stesso dolore e nella stessa passione. Ma proprio perché così vicino, il “buio della notte” si è rischiarato dall’alba della resurrezione perché con Lui la morte non è l’ultima parola ma la Vita e la vita nuova che vuole donarci.

Ogni dolore ci mette sempre di fronte a due strade, sta a noi scegliere: o quella della disperazione o quella dell’opportunità che si fa speranza, perché sperare è vivere, è dare un senso al presente, è camminare, è avere ragioni per andare avanti. Speranza è vivere totalmente abbandonati nelle mani di Dio, e questa si fa una forza che è potente come un vulcano, si fa come una sorgente segreta che zampilla nel cuore.

E’ questa speranza che sta facendo risorgere in noi il germoglio della vita nuova. Francesco e Chiara d’Assisi cantavano la bellezza della povertà scelta e non subita. Ai poveri, amici di Dio, non è risparmiato il dolore, ma c’è in essi un segreto che fa mantenere sempre accesa una luce, ed è proprio la speranza, perché i poveri mangiano ogni giorno dalla stessa mano di Dio che li nutre, li custodisce e li protegge. Solo i poveri sperano per tutti noi come solo i santi amano ed espiano per tutti noi.

Dopo aver sperimentato il miracolo della vita che ci è stata ridonata uscendo dalle macerie, abbiamo sperimentato il miracolo dell’amore con una raccolta che ha permesso di costruire il piccolo Monastero di legno che ora abitiamo in attesa della ricostruzione. Posto a fianco a quello crollato, continua ad accogliere i fratelli che vengono a pregare trovando riposo e ristoro in Dio a quella ferita ancora sanguinante e mai rimarginata, impressa indelebilmente nelle pieghe del cuore e della memoria, per la ricostruzione che ancora tarda a venire, per l’incertezza del futuro.

Il sorriso non si è spento sulle nostre labbra, la nostra vita scorre serena, in un quotidiano reso straordinario dalla situazione e dalla presenza di Dio. Abbiamo scelto di restare sentendoci fortemente chiamate a essere segno di speranza per la nostra gente, condividendo con essi la stessa precarietà e quanto la Provvidenza ci dona. La nostra storia riparte da queste macerie che si fanno pietre poste a fondamento di una nuova costruzione che è l’opera di Dio con noi, e siamo profondamente grate a quanti continuano a sostenerci anche materialmente nell'avventura della ricostruzione di questa Dimora di Dio.

Da qui sgorga nel cuore una preghiera:
Sii benedetto Signore per quanti si fanno strumenti del tuo Amore di Padre Provvidente!
Signore mi fido di te, Signore spero in te! Sei tu che tieni in pugno le mie sorti. Fammi cantare in cuore la speranza, la speranza per tutti. Dovremmo essere proprio noi, noi tutti qui presenti a cantare per il popolo di Dio il Cantico d’Isaia 26: “Abbiamo una città forte! Aprite le porte! Entri il popolo che si mantiene fedele e a Dio si affida… Sperate in Dio sempre! Sempre, perché Dio è roccaforte nei secoli!

Nelle nostre mani, purché ne vogliamo usare, è tutta la forza dei poveri, quella forza che ha costretto Dio a piegarsi su Maria, Francesco, Chiara e su tutti i santi, a curvarsi sulla loro povertà, sul loro silenzio denso di attesa e di fiducia.

Donaci un cuore di poveri, Signore! Allarga i confini della nostra capacità di sperare, perché in noi possa pulsare l’attesa e la speranza dell’Abruzzo e di tutti i popoli che soffrono! A te Padre, nella forza dello Spirito, te lo chiediamo per il nostro Signore Gesù Cristo, Amore povero e speranza che non delude. Amen!


Tratto da: http://www.laperfettaletizia.com/2012/08/la-vocazione-delle-sorelle-povere-di.html

 

Chiara, una vita che continua

 
06 agosto 2012
 
Il nostro cammino nei monasteri di clarisse continua e giunge oggi al Monastero delle Sorelle Povere di santa Chiara di Cortona, che ci testimoniano la grazia e il dono della loro vocazione e come, non “nonostante” ma proprio “grazie” alla clausura, possono essere vicine ad ogni uomo e ad ogni donna che si rivolge a loro.


altLa forma di vita delle Sorelle Povere è vivere il Vangelo senza nulla di proprio, in castità, in obbedienza: ciò significa vivere radicalmente il comandamento dell’amore, essere disponibili a convertire l’egoismo e l’egocentrismo nello sguardo attento e nel cuore aperto verso Dio, verso le sorelle e i fratelli, verso tutto ciò che esiste, in spirito di servizio secondo i talenti ricevuti. La ‘santa unità’ è uno degli aspetti caratterizzanti la spiritualità clariana. E’ la sfida a cui la nostra comunità, ricca di diversità, si sente interpellata: sfida di una comunione che non si appiattisca nell’uniformità, sfida del rispetto dell’unicità di ciascuna che non scivoli nell’individualismo. Nella misura in cui viviamo responsabilmente questo cammino possiamo essere significative nell’ambiente in cui viviamo, bisognoso di testimonianza di comunione e di composizione delle differenze. Non nascondere le nostre fatiche e allo stesso tempo compiere il percorso di superamento delle stesse può essere il modo di dare una testimonianza evangelica capace di incidere nella società, donando speranza al mondo che ci circonda.

Vivere in fraternità è fare esperienza di uno dei multiformi volti della povertà. Ciascuna è parte di ‘un corpo’ e la sua storia si intreccia con quella di persone non scelte ma ricevute dal Signore in dono: ciò esige uno spogliamento interiore, chiede di fare spazio, di promuovere la vita della sorella, di non possedere tempo, gusti, iniziative, modi di vedere, ma di condividerli e di ricevere quanto l’altra offre. Ciascuna è provocata a riconoscere di aver bisogno della sorella e che la sorella ha bisogno di lei.

Noi sorelle povere possiamo offrire, nella semplicità delle nostre fraternità, un luogo in cui fermarsi, stare, ritrovare se stessi davanti a Dio. Non tanto un luogo in cui si trovano parole – anche se ciò non è escluso – ma piuttosto un luogo in cui c’è la possibilità di incontrarsi con la Parola che rivela e fa emergere quelle parole che lo Spirito suscita in ciascuno, ma che le circostanze esterne o l’affollarsi dei pensieri possono soffocare.

Accogliere l’altro, chiunque altro, così come è, nella situazione in cui si trova, è per noi sorelle un modo per essere con gli altri, per condividere la nostra scelta di vita pur essendo in clausura e diventare, allo stesso tempo, un servizio da offrire oggi alla società civile, alla città in cui viviamo, alla Chiesa in cui siamo inserite. Di fronte alla corsa del mondo per il raggiungimento di un benessere economico, fisico, sociale e in contrapposizione all’appiattimento, al vuoto e all’emarginazione che caratterizza l’esistenza dei tanti che non sono inseriti in certi meccanismi frenetici, noi ci presentiamo con ritmi di vita scanditi da “altro”: preghiera, silenzio, lavoro, vita fraterna… e offriamo a chi ci avvicina la possibilità di fare una sosta, di mettersi in ascolto del proprio silenzio, di ritrovare uno sguardo nuovo su se stessi e su ciò che li circonda. Può essere una possibilità per abbandonare “cisterne screpolate, che non tengono acqua” per ritrovare la “sorgente dell’acqua viva”? Noi ce lo chiediamo.

La grazia e il dono della nostra vocazione - nello specifico della nostra forma di vita contemplativa - anziché isolarci ed escluderci dalle gioie e dai dolori, dalle attese e dalle sfide della vita sociale, ci interpella e ci immerge ancor più profondamente nel cuore della realtà umana in tutti i suoi aspetti vitali. E’ importante, quindi, sottolineare che non “nonostante” la scelta della clausura, ma proprio a motivo di essa possiamo rimanere costantemente accanto ad ogni uomo e ad ogni donna, ascoltare ed accogliere i gemiti nascosti dei loro cuori per condividere con essi lo stesso cammino di vita contrassegnato da questo specifico tempo storico in cui ci troviamo. Non presenti “fisicamente”, senza una partecipazione visibile e toccabile, ma con la forza nascosta della fede e dell’amore, desideriamo portare nel cuore e affidare al Signore ogni realtà della nostra vita quotidiana credendo che Lui solo può portare pienamente a compimento ogni desiderio di bene.

Vivere un ruolo sociale per noi significa prima di tutto incoraggiare l’uomo a scoprire il volto di Dio presente nella storia, aiutarlo a scorgere i segni del suo amore e della sua grazia, sostenerlo nel tempo della prova affinché sappia orientare il proprio sguardo verso di lui, Signore della storia.

Molti sono i motivi per cui la gente si avvicina e si rivolge a noi, non ultimo il bisogno di un cuore (non solo una mente!) che lo ascolti e lo accolga. C’è chi si rivolge a noi per affidare situazioni dolorose, da portare nella preghiera, o per sentire accanto qualcuno che partecipi alla sua sofferenza. C’è chi bussa al monastero perché cerca il Signore e qualcuno che lo accompagni in questo cammino. C’è infine chi chiede un aiuto materiale.

Noi offriamo quello che siamo e quello che abbiamo, desiderando di farlo nel modo più semplice possibile, consapevoli che l’unico capace di dare una risposta definitiva alle domande più profonde del cuore umano è il Signore. Noi siamo suoi strumenti e collaboratrici.

Tutti noi possiamo realizzare grandi opere a servizio della società con i doni e le capacità ricevuti da Dio, ma senza il suo aiuto sperimenteremmo ben presto una gioia effimera, inconsistente, come colui che, nel racconto evangelico, costruisce la propria casa sulla sabbia.

La nostra scelta di vita desidera lasciare unicamente il primato a Dio e lasciare nelle sue mani senza alcuna resistenza tutto ciò che siamo e che speriamo, credendo che tutto possa diventare potenza di bene nella vita di ogni persona, della Chiesa, del mondo intero.

 

Tratto da: http://www.laperfettaletizia.com/2012/08/chiara-una-vita-che-continua.html

 
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